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Trump ha annientato la propensione al rischio a favore di bond e liquidità. E la parola d’ordine è cautela. Il biglietto verde? Non è più un rifugio. Gli Institutional Investor Indicators di State Street
Mentre prosegue la fuga dall’equity, gli investitori istituzionali di tutto il mondo hanno iniziato ad abbandonare il dollaro. Nel pieno del caos commerciale scatenato dal presidente USA Donal Trump, la parola d’ordine è infatti cautela, e il biglietto verde non è più considerato un bene in cui rifugiarsi. È quanto emerge dagli Institutional Investor Indicators di State Street relativi al mese di marzo, stando ai quali il sentiment continua a peggiorare e l’elevata incertezza ha annientato la propensione al rischio.
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A picco l’appetito per il rischio
Il mese scorso, quindi prima del ‘Liberation day’ e del balletto di annunci della Casa Bianca, lo State Street Risk Appetite Index è sceso a -0,09, indicando che gli investitori continuano a ritirarsi dagli asset rischiosi, preferendo un approccio multi-asset più cauto e difensivo. Già a febbraio, dopo quattro mesi di aumento, l’indice era tornato a zero. E ora la discesa sembra destinata ad accelerare.
Gli State Street Holdings Indicators mostrano infatti che gli istituzionali stanno continuando a ridurre la loro esposizione azionaria dopo i massimi dalla crisi finanziaria globale raggiunti all’inizio dell’anno. Nel corso di marzo, i deflussi dall’equity, pari allo 0,75%, sono stati compensati da afflussi nei titoli obbligazionari e nella liquidità, pari rispettivamente allo 0,4% e allo 0,35%. “Si tratta di una tendenza che richiama la rotazione tipica dalle azioni ai bond osservata nei cicli di allentamento monetario, e suggerisce che le aspettative di rallentamento della crescita prevalgono attualmente sulle sorprese inflazionistiche al rialzo”, spiega Dwyfor Evans, head of Apac macro strategy di State Street Global Markets.
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Fuga dal dollaro
Il deterioramento dell’appetito per il rischio, dovuto all’incertezza politica legata a commercio e protezionismo, e al suo duplice potenziale impatto di una crescita più lenta e un’inflazione più alta, ha avuto anche un altro effetto. Particolarmente indicativo della cautela degli investitori. Si tratta dello smantellamento continuato delle posizioni lunghe sul dollaro USA, in controtendenza rispetto al suo tradizionale ruolo di bene rifugio associato all’avversione al rischio. “La vendita del biglietto verde si è intensificata e, alla fine di marzo, il posizionamento sul dollaro si trovava sul punto di registrare la prima posizione netta short degli ultimi tre anni”, sottolinea Evans. Che fa notare come i flussi verso asset statunitensi abbiano mostrato un quadro di vendite costanti per tutto il mese.
Stessa sorte, ma per ragioni diverse, è toccata al dollaro canadese. Il Canada è stato infatti al centro delle notizie legate al commercio, il che ha pesato sul sentiment degli investitori verso la sua valuta, penalizzata dalle minacce trumpiane. “I flussi azionari transfrontalieri verso il Paese sono stati deboli, in linea con il peggioramento delle prospettive di crescita”, evidenzia l’esperto.
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Effetto Germania su Bund ed euro
Di contro, l’annuncio inatteso del maxi piano fiscale in Germania ha provocato un aumento dei rendimenti dell’Area euro e in particolare dei Bund. Questo ha favorito un ritorno alla moneta unica con flussi costantemente nel quartile superiore. Una performance notevole considerata la persistente posizione sottopesata. “L’eccessiva esposizione ai Bund ha portato a vendite aggressive da parte degli investitori in risposta ai piani di espansione fiscale”, osserva Evans. Infine, i timori legati alla guerra commerciale sono stati profondi anche in Asia emergente, sebbene la paura di dazi sulla Cina sia stata in parte controbilanciata da un rinnovato ottimismo nel settore tecnologico e IT. “I forti afflussi azionari verso Pechino hanno parzialmente origine da una riallocazione all’interno della regione, in particolare dall’India”, chiarisce l’esperto.
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