A febbraio lo State Street Risk Appetite Index è tornato a zero. Via dal tech a stelle e strisce, piace l’equity europeo. Resta lo scetticismo sul reddito fisso
Tra gli investitori istituzionali la parola d’ordine è tornata ad essere cautela. A febbraio, infatti, il sentiment si è fatto bruscamente più pessimista, interrompendo la serie di quattro mesi consecutivi di attività di ricerca di rischio. Lo certificano gli Institutional Investor Indicators di State Street, che fino a gennaio avevano invece mostrato come dazi e guerre non stavano pesando sulle allocazioni azionarie, salite a un livello vicino a quello più alto degli ultimi sedici anni e mezzo. Da qualche settimana, però, la musica è cambiata e la fuga dall’equity americano, in particolare dal tech, si è tradotta in un aumento della liquidità, mentre si è confermato lo scetticismo nei confronti del reddito fisso e l’interesse per le azioni europee.
Michael Metcalfe, head of macro strategy di State Street Global Markets
Il mese scorso, l’indice di propensione al rischio di State Street è sceso a 0 e gli indicatori di partecipazioni hanno mostrato un calo drastico delle allocazioni azionarie. A beneficiare di questo spostamento sono state soprattutto le disponibilità liquide, che hanno registrato un aumento di circa lo 0,5%, mentre quelle obbligazionarie sono rimaste invariate. “La serie di quattro mesi di attività di ricerca di rischio da parte degli investitori si è interrotta a febbraio, poiché i dati economici statunitensi più deboli hanno compensato le notizie di potenziali stimoli fiscali in Germania”, spiega Michael Metcalfe, head of macro strategy di State Street Global Markets. Sottolineando come il dove e il come sia cambiato il sentiment degli investitori costituisca probabilmente il dato più indicativo di quello che sta succedendo.
Resiste lo scetticismo sui bond
Per alcuni mesi, infatti, le partecipazioni in equity rispetto al reddito fisso sono state eccezionalmente sbilanciate. Ma ancora una volta, quando le allocazioni azionarie sono diminuite, gli istituzionali hanno fatto rotta verso il cash e non verso i bond. “Sebbene gli investitori siano propensi a ridurre il rischio e ad avvicinare le loro partecipazioni azionarie aggregate ai livelli medi di benchmark, sono ancora esitanti sul reddito fisso: ciò è comprensibile alla luce delle persistenti preoccupazioni sull’inflazione e sulla politica fiscale”, osserva Metcalfe.
Per l’esperto, inoltre, data la concentrazione delle partecipazioni nei mercati azionari e valutari, non deve sorprendere che il ritorno al benchmark di febbraio abbia mostrato significative variazioni a livello regionale. Le allocazioni in azioni statunitensi, e all’interno del settore tecnologico, hanno infatti subito la maggior parte della correzione, registrando in entrambi i casi riduzioni significative delle sovraponderazioni di mercato. E i titoli europei sono stati il principale approdo dei deflussi da Oltreoceano, tanto che gli investitori di lungo termine hanno ora eliminato completamente il loro sottopeso nei mercati azionari della regione.
Sottopeso sull’euro e prudenza sugli Emergenti
Tuttavia, fa notare Metcalfe, gli istituzionali continuano ad essere significativamente sottopesati nell’euro e nei Bund fino a marzo: “Entrambi saranno ulteriormente messi sotto pressione dalla rivalutazione in corso del potenziale di crescita europeo”, chiarisce. Quanto agli Emergenti, invece, il sentiment appare migliorato ma, come per le allocazioni nel reddito fisso, rimane un po’ più prudente.
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