Decarbonizzazione, il grande investimento dei prossimi decenni
Secondo Mario Noera, docente di Finanza all’Università Bocconi, la sfida sarà accompagnare il cambiamento con strumenti finanziari più efficaci e investitori più consapevoli
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Come tutte le rivoluzioni, anche la transizione net-zero ha dei costi, oltre ai benefici. Costi considerevoli, anche a livello sociale, che è necessario mettere in conto anche dal punto di vista di un investitore. Un quadro piuttosto dettagliato della portata del cambiamento arriva da uno studio McKinsey, secondo cui la svolta green costerà oltre 9mila miliardi di dollari l’anno.
Per gli esperti della società, infatti, il capitale investito in asset fisici dovrebbe ammontare entro il 2050 a circa 275mila miliardi di dollari, pari al 7,5% del Pil globale (appunto circa 9,2 mila miliardi di dollari l’anno) che corrisponde a un aumento di 3,5 mila miliardi rispetto all’attuale livello di spesa annuale. Si tratta secondo gli esperti della società, il cui report arriva proprio mentre a Bruxelles si infuoca la battaglia sulla tassonomia Ue e il ruolo di nucleare e gas, della conseguenza del passaggio dalle attività ad alte emissioni a quelle a emissioni ridotte.
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Per esempio, oggi il 65% della spesa per l’energia e l’utilizzo del suolo è destinata a prodotti ad alte emissioni; in futuro, il 70% sarà orientato verso prodotti a basse emissioni e le relative infrastrutture, invertendo così la tendenza attuale.
Ma non è tutto stando al report McKinsey, intitolato appunto ‘The net-zero transition: What it would cost, what it could bring’, che analizza la portata dei cambiamenti economici necessari a raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni nette, prendendo in considerazione 69 Paesi e i settori che producono l’85% delle emissioni totali. Lo studio, infatti, avverte che la transizione avrà una natura universale: tutti i settori economici e tutti i Paesi saranno interessati dai cambiamenti dei sistemi energetici e di utilizzo del suolo che caratterizzano le economie mondiali e generano emissioni.
E, dunque, ne deriverà un forte impatto sociale oltre che economico. Una riallocazione della forza lavoro potrebbe essere infatti necessaria, considerando che la transizione potrebbe portare alla creazione di circa 200 milioni di nuovi posti di lavoro diretti e indiretti, ma al tempo stesso alla perdita e alla riqualificazione di 185 milioni di posizioni entro il 2050, per un saldo netto positivo di 15 milioni di nuovi posti di lavoro.
I cambiamenti, si legge ancora nel report, saranno concentrati nella prima fase della transizione. E il prossimo decennio sarà determinante: la spesa potrebbe salire all’8,8% del Pil tra il 2026 e il 2030, rispetto al 6,8% attuale, prima di scendere nuovamente. L’impatto potrebbe essere differente a seconda dei settori e dei Paesi. I più esposti saranno i settori con prodotti o attività ad alte emissioni, i Paesi a basso reddito e quelli con ingenti riserve di combustibili fossili. Al momento, secondo McKinsey, i settori più esposti rappresentano circa il 20% del Pil mondiale. Un altro 10% proviene da settori le cui catene di approvvigionamento producono grandi quantità di emissioni, come per esempio l’edilizia.
Per gli esperti, i cambiamenti economici sarebbero molto più significativi nel caso di una transizione non ordinata: se non gestita adeguatamente, la transizione comporterebbe diversi rischi, tra cui carenze dell’offerta di energia e aumenti dei prezzi. Di contro, gli aggiustamenti economici necessari al raggiungimento del net zero offrirebbero opportunità di crescita ed eviterebbero un ulteriore aumento dei rischi fisici. Insomma, anche se l’impatto non sarà omogeneo, una transizione ben coordinata offrirebbe una serie di benefici. E potrebbero generarsi inoltre aree di crescita da una maggiore efficienza delle operations derivante dalla decarbonizzazione e dalla creazione di nuovi mercati per i prodotti a basse emissioni.
“La transizione verso minori emissioni non può avvenire senza una transizione equa per lavoratori, comunità, consumatori e cittadini – avverte My-Linh Ngo, head of Esg investing & portfolio manager di BlueBay Am -. Inoltre, l’attenzione alla stewardship è importante per rendere sistematica la necessità di affrontare le questioni sociali e i diritti umani, mettendo in evidenza la necessità di bilanciare l’engagement a livello aziendale con l’aspetto politico e normativo se vogliamo vedere un vero progresso sostenibile”.
Guardando al 2022, secondo la Ngo ci sono una serie di temi sociali che saranno particolarmente rilevanti, molti dei quali non sono nuovi, ma assumeranno maggiore importanza dopo la pandemia di Covid. A partire da pratiche e relazioni di lavoro, passando per la cyber security, fino appunto alla ‘transizione giusta’. “La transizione verso un mondo a basse emissioni non può avvenire senza una giusta transizione per lavoratori, comunità, consumatori e cittadini – evidenzia l’esperta -. La gestione della dimensione sociale contribuisce infatti a ridurre i rischi sistemici, migliorare il capitale umano, ridurre le disuguaglianze e costruire comunità più resilienti. L’espressione ‘Just Zero’ potrebbe iniziare a diventare popolare insieme a ‘Net Zero’”.
Cruciali diverranno anche i diritti ambientali. “A marzo 2021 – prosegue – più di 150 Stati hanno adottato una risoluzione delle Nazioni Unite che riconosce una qualche forma di diritto a un ambiente sano negli accordi internazionali o nelle costituzioni nazionali, nella legislazione o nelle politiche. Se dovessimo iniziare a vedere un approccio alla natura e all’ambiente basato sui diritti umani, ciò potrebbe aprire la strada a un riconoscimento globale di tale diritto, promuovendo una maggiore partecipazione nella gestione di terre e risorse, nella protezione degli indigeni e di chi è attivo per la salvaguardia ambientale”.
Infine, per quanto riguarda gli investimenti, la Ngo punta l’attenzione anche sui risultati positivi sul fronte sociale. “Stiamo vedendo sempre più investitori attivarsi in modo proattivo per offrire soluzioni che offrano risultati positivi sia per le persone che per il pianeta”, spiega. Questione questa connessa con la maggiore domanda di dati sociali. “Con la maggiore enfasi sul fattore ‘S’ crescerà anche la domanda di dati ‘sociali’. Vedremo crescere la richiesta di informazioni affidabili, comparabili e tempestive in diversi ambiti sociali, per permettere una migliore individuazione e valutazione dei rischi e delle opportunità”, afferma.
Sul fronte rischi, invece, gli esperti BlackRock si soffermano sul problema costi. Per loro la transizione verso le emissioni nette-zero sarà simile a una ripartenza prolungata. “I limiti dell’offerta in tutta l’economia saranno connessi all’aumento dei costi dell’energia. I grandi spostamenti tra i settori creeranno colli di bottiglia nell’offerta. Entrambi si aggiungeranno all’inflazione, così come alla fase di ripartenza”, avvertono.
Per BlackRock, che le emissioni di carbonio vengano ridotte o meno, il cambiamento climatico farà salire l’inflazione. “I prezzi al consumo potrebbero aumentare fino al 4% entro i primi anni 2030 se tutti i costi aggiuntivi di tale transizione andranno a ‘pesare’ sui consumatori. Una transizione regolare e uniforme aggiungerebbe 0,4 punti percentuali all’inflazione ogni anno. Se la transizione avverrà più velocemente, l’impatto sull’inflazione sarà più consistente”, conclude il report.
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