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Gli iscritti salgono a 8,3 milioni e i rendimenti battono il Tfr. Ma il bilancio di inizio 2020 è negativo. E per la Covip la crisi potrebbe pesare su contributi e adesioni
Un 2019 positivo per la previdenza complementare italiana, cui ora tocca affrontare un anno pieno di incognite. È questo in estrema sintesi il quadro che emerge dalla Relazione annuale della Covip, la commissione di vigilanza su fondi pensione e casse di previdenza, che vede all’orizzonte rischi ma anche grandi potenzialità in grado di permettere al settore di superare senza shock il banco di prova del coronavirus.
Dalla parte dei fondi pensione ci sono appunto i numeri dello scorso anno, soprattutto quelli relativi ai rendimenti, che nell’ultimo decennio sono stati superiori a quelli del Tfr (+3% dal 2010 contro +2%). Nel 2019, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, fondi pensione negoziali e fondi aperti hanno guadagnato in media sul 201 rispettivamente il 7,2% e l’8,3%, mentre i Pip nuovi di ramo terzo (le unit linked) il 12,2%, facendo meglio del Trattamento di fine rapporto fermo a +1,5%.
Positivo anche il bilancio delle adesioni: sono 8,3 milioni gli iscritti, il 31,4% della forza lavoro, in crescita del 4% rispetto al 2018, per un totale di 9,1 milioni di posizioni totali. I Pip di nuova costituzione restano i preferiti: 3,3 milioni di aderenti, contro i 3,1 milioni dei fondi negoziali e gli oltre 1,5 milioni di iscritti ai fondi aperti.
In crescita anche i contributi incassati, che si attestano a 16,2 miliardi di euro: 5,3 miliardi ai fondi negoziali (+5,3%); 2,2 mld ai fondi aperti (+8,2%); 4,5 mld ai piani individuali pensionistici nuovi (+4,9%) e 4,2 mld ai fondi preesistenti. Le risorse accumulate raggiungono così quota 185 miliardi, in aumento del 10,7% rispetto all’anno precedente: un ammontare pari al 10,4% del Pil e al 4,2% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
Un certificato di sana e robusta costituzione, insomma, rilasciato a fine 2019, che può permettere alla previdenza complementare italiana di non finire in terapia intensiva a causa del Covid, nonostante l’impatto si sia già fatto sentire. Nel primo trimestre del 2020 il calo dei rendimenti finanziari ha infatti “in buona parte eroso i guadagni fatti registrare nel 2019”: i fondi negoziali hanno perso il 5,2% al netto di costi e fisco, quelli aperti il 7,5% e i Pip il 12,1%.
Ma ciò che preoccupa particolarmente la Commissione sono contributi e adesioni. Se già a fine 2019 il 26,4% degli iscritti, ovvero circa 2,2 milioni di persone, non aveva versato contributi nell’anno e 1,1 milioni non lo fa da almeno quattro anni, “nell’attuale contesto di maggiore difficoltà economica e sociale – sottolinea la Civip -, il rischio è che la crisi non solo riduca la propensione all’adesione a fronte di altre urgenti esigenze sopravvenute, ma determini addirittura la fuoriuscita dal sistema dei lavoratori, magari perché divenuti disoccupati, o ne ridimensioni la partecipazione, ad esempio per la necessità di fronteggiare un calo di reddito”.
Un effetto domino che minaccia, secondo i tecnici della commissione, di tradursi in “un’accentuazione delle differenze nel livello di inclusione previdenziale, con un’ulteriore emarginazione delle categorie che per genere, per età, per area geografica si presentano più deboli”. Chi infatti sceglie la previdenza complementare è in prevalenza uomo (61,9%), risiede nel Nord Italia (57%) e ha un’età compresa tra i 35 e i 54 anni (52,9%).
Quanto agli investimenti, che la Covip esorta a indirizzare verso l’encomia reale per “favorire lo sviluppo di quelle iniziative destinate al finanziamento della crescita delle imprese e delle infrastrutture del nostro Paese”, l’allocazione registra la prevalenza della quota in obbligazioni governative e altri titoli di debito, che nel 2019 è stata pari al 58% (con un calo dello 0,8% sul 2018), dei quali il 20,6% sono debito pubblico italiano. In aumento al 18,9% i titoli di capitale (contro il 16,5% del 2018) e anche le quote di Oicr, dal 13,8 al 14,8%. I depositi si attestano al 6,5%. Da segnalare che il valore degli investimenti nell’economia italiana è di 40,3 miliardi di euro, il 26,8% del patrimonio, con i titoli di Stato a fare la parte del leone (30,9 miliardi). Solo il 3% del patrimonio è destinata direttamente alle imprese e solo 1,6 miliardi in azioni.
Continua infine la contrazione del settore. Alla fine del 2019, i fondi pensione in Italia sono 380: 33 negoziali, 41 aperti, 70 piani individuali pensionistici, 235 fondi preesistenti, oltre a Fondinps in via di superamento. Venti anni fa, nel 1999, erano 739, quasi il doppio.