Per il Marsh CFA Global Pension Index 2026, a livello globale siamo 41esimi su 55 Paesi. Colpa dell’elevato debito pubblico, della scarsa crescita economica e della la bassa adesione alla previdenza complementare
La sostenibilità nel lungo periodo resta il tallone d’Achille del sistema pensionistico italiano, che si conferma sotto la media europea e tra gli ultimi a livello globale. Il responso arriva dal Marsh CFA Global Pension Index 2026, che quest’anno assegna al nostro Paese il 41esimo posto su 55, con un punteggio di 57,4 su 100, solo in lieve aumento rispetto al 57,0 del 2025. Sulla previdenza tricolore continuano infat ti a pesare l’elevato debito pubblico, lo scarso tasso di crescita dell’economia reale e la bassa adesione alla previdenza complementare.
Lo studio analizza e confronta ogni anno i sistemi pensionistici di 55 Paesi, rappresentativi del 66% della popolazione mondiale, sulla base di tre parametri: adeguatezza (la capacità di garantire redditi adeguati), sostenibilità (la tenuta nel tempo) e integrità (la fiducia di chi dipende da tali sistemi). E mostra come l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della longevità e il calo della natalità stiano mettendo sotto pressione la previdenza pubblica in tutto il mondo. L’Italia, però, si conferma sotto la media del Vecchio Continente in tutte e tre le dimensioni analizzate, insieme a Polonia e Turchia, e deve accontentarsi anche nel 2026 del grado C, che indica un sistema con elementi positivi, ma caratterizzato da criticità e carenze significative che richiedono interventi.
Migliora l’adeguatezza
Sul fronte dell’adeguatezza, il nostro Paese sale a 70,9 punti dai 69,4 del 2025, ma resta in 14esima posizione in Europa, con una media continentale a 75,0. Tra i punti di forza c’è il replacement ratio, tra i più elevati dei sistemi analizzati, insieme alla possibilità di trasferire la posizione individuale da un fondo privato a un altro, alla pensione minima commisurata al reddito e al sistema di rivalutazione dei contributi. Pesano invece l’età minima di accesso ai benefici dei fondi privati (il pre-pensionamento) e il peggioramento del debito pubblico.
La sostenibilità è invece il tasto dolente: il sottoindice scende da 27,9 a 27,0 punti e colloca il nostro Paese al penultimo posto in Europa, dove la media è 55,1. Incidono il debito pubblico, l’elevata spesa per le pensioni e la bassa crescita economica, oltre alla ridotta quota di persone in età lavorativa iscritte a un fondo di previdenza complementare e al limitato volume degli investimenti dei fondi pensione in rapporto al PIL, entrambi comunque in miglioramento. Elemento positivo è invece l’applicazione ai fondi pensione di politiche di investimento ESG.
Bene l’integrità
Sull’integrità raggiungiamo infine il risultato migliore: 78,3 punti contro i 77,8 del 2025, a fronte di una media europea di 81,8. Scendiamo, però, dalla 12esima alla 13esima posizione in Europa per il balzo di dieci posizioni dell’Austria (da 76,4 a 85 punti), che ha introdotto una rigida regolamentazione dei fondi pensione privati. A far crescere il punteggio tricolore è la precisa normativa del settore privato: la vigilanza della Covip su disclosure e investimenti, i requisiti per i componenti degli organi dei fondi, l’obbligo di definire una politica di investimento, l’informativa almeno annuale agli aderenti e la consultazione online della posizione individuale. Permangono tuttavia limiti agli asset detenuti direttamente dai fondi e una bassa propensione delle istituzioni a incentivare l’adesione alla previdenza complementare.
Marco Valerio Morelli, president di Marsh People and Investments Italia
Marco Valerio Morelli, president di Marsh People and Investments Italia, indica quindi quattro aree prioritarie di intervento per il nostro Paese: ampliare la partecipazione dei lavoratori alla previdenza complementare, per aumentare contributi e asset accumulati; continuare ad aumentare la partecipazione al mercato del lavoro nelle età più avanzate, in linea con l’allungamento della speranza di vita; limitare la disponibilità di prestazioni prima del pensionamento; ridurre debito pubblico e spesa pensionistica in rapporto al PIL.
Il confronto europeo e internazionale
Allargando lo sguardo, lo studio mostra una media europea in miglioramento da 69,4 a 69,7 punti, trainata dall’integrità (da 80,4 a 81,8). Gli altri due sottoindici restano invece pressoché stabili. A livello internazionale, Paesi Bassi, Danimarca, Islanda, Singapore e Israele mantengono il grado A con un punteggio sopra quota 80, raggiunto per la prima volta anche dall’Australia (80,6 da 77,6). Nel complesso, cinque sistemi (Australia, Emirati Arabi Uniti, Oman, Panama e Cina) hanno migliorato il proprio grado e il valore medio globale è cresciuto di 1,1 punti.
In un quadro di calo della fertilità e di aumento dell’aspettativa di vita, l’indice 2026 indica infine tre risposte di policy fondamentali: fissare obiettivi chiari per i sistemi pensionistici, dare priorità al finanziamento degli obblighi previdenziali futuri e aumentare la flessibilità nella progettazione dei prodotti pensionistici e nelle strutture dell’età pensionabile. Le età tradizionali di 60 o 65 anni, secondo gli esperti, risultano infatti sempre più disallineate rispetto a vite più lunghe e più sane, anche perché gig work e part-time sfumano il confine tra lavoro e pensione. “Le decisioni che prendiamo oggi per costruire sistemi sostenibili avranno un impatto profondo sulla sicurezza finanziaria futura delle persone. L’aumento della longevità è un fenomeno troppo rilevante per essere ignorato, con ripercussioni di ampia portata su individui, governi, economie e società. Il momento di agire è adesso”, ha concluso Pat Tomlinson, president e ceo di Marsh People and Investments.
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