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Secondo una ricerca condotta dalle Università di Trento e Bolzano sui dati di quattro comparti italiani, gli operatori sono il 22% meno propensi a suggerire portafogli azionari quando il cliente è una donna. Un bias che impatta sull’industria e sul futuro dei risparmiatori
Nonostante destinino alla pensione una quota dello stipendio sostanzialmente analoga a quella degli uomini, le donne rischiano di arrivare alla fine della carriera con una posizione previdenziale più contenuta. Ma a contribuire a questo divario non sono soltanto salari mediamente inferiori o percorsi lavorativi più frammentati, bensì anche il modo in cui vengono orientate nelle scelte di investimento. È quanto emerge da una recente ricerca della Libera Università di Bolzano e dell’Università di Trento, nella quale si mostra come gli operatori di settore siano inconsciamente meno propensi a raccomandare linee azionarie al pubblico femminile in fase di adesione. Un bias poco discusso ma che ha forti implicazioni su industria e futuro dei risparmiatori.
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Stessa quota, diverso modo di investire
L’analisi si basa sui dati amministrativi di quattro fondi pensione privati italiani e mostra come, soprattutto tra i lavoratori più giovani, uomini e donne contribuiscano con percentuali dello stipendio pressoché identiche. La differenza emerge invece nella scelta della linea di investimento. Secondo i ricercatori, l’utenza femminile risulta infatti meno propensa a selezionare comparti con una maggiore esposizione azionaria nonostante nel lungo periodo tendono a offrire rendimenti superiori: a parità di condizioni, in particolare, la probabilità che una risparmiatrice scelga una linea equity al momento dell’adesione è inferiore di circa otto punti percentuali rispetto a quella del suo corrispettivo maschile. Una distanza apparentemente limitata ma che, accumulandosi nell’arco di decenni di contribuzione, rischia di tradursi in un elevato divario previdenziale.
Il ruolo degli operatori
Per comprendere le ragioni di questa differenza, gli autori hanno indagato il comportamento degli operatori che assistono gli iscritti nelle pratiche. L’esperimento ha coinvolto professionisti del settore ai quali sono stati sottoposti profili ipotetici di lavoratori identici sotto ogni aspetto, con l’unica differenza rappresentata dal genere indicato nel questionario. Un’iniziativa i cui risultati mostrano come gli addetti siano il 22% meno propensi a suggerire portafogli azionari quando il cliente è donna, a conferma dell’esistenza di un bias implicito nelle raccomandazioni fornite agli aderenti. Particolarmente interessante è il fatto che questa tendenza permanga anche tenendo conto delle convinzioni esplicitamente dichiarate dagli stessi operatori. In altre parole, come spiegato dai docenti Mirco Tonin e Andreas Dibiasi, non sembra trattarsi di una scelta consapevole ma di un pregiudizio involontario che influenza il processo decisionale.
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La conferma arriva dal territorio
Lo studio individua inoltre una correlazione geografica particolarmente significativa. Le aree del Paese in cui gli operatori manifestano una maggiore inclinazione a suggerire strategie conservative alle donne coincidono con quelle nelle quali, nei dati reali dei fondi pensione, il differenziale tra generi sulle scelte di investimento risulta più ampio. Un elemento che rafforza l’ipotesi secondo cui le raccomandazioni ricevute possano incidere concretamente sulle decisioni finali degli aderenti e, di conseguenza, sui risultati previdenziali di lungo periodo. La questione assume particolare rilevanza perché si somma a criticità già note, come il fatto che le lavoratrici continuano a registrare livelli salariali mediamente inferiori e percorsi professionali più discontinui rispetto ai loro colleghi. Se a queste condizioni si aggiunge anche una minore esposizione agli investimenti più redditizi nel lungo periodo, il rischio non può che essere quello di ampliare ulteriormente il gap pensionistico.
Un bias che può essere corretto
Un’ampia sezione della ricerca è dedicata alla le possibili soluzioni per scardinare il meccanismo e colmare in gap di genere, con gli autori che hanno verificato se fosse possibile ridurre questa distorsione attraverso un semplice intervento informativo. Prima di ripetere l’esperimento, ad alcuni operatori sono infatti stati mostrati i risultati che documentavano l’esistenza del bias e la successiva presa coscienza del fenomeno ha portato alla sostanziale scomparsa di qualsiasi differenza nelle raccomandazioni tra uomini e donne. Un “correggibilità” che viene indicata dagli stessi studiosi coinvolti come aspetto più interessante dell’intero fenomeno. “Un bias che si accumula per anni e produce effetti concreti sulla qualità della vita di milioni di persone può essere eliminato semplicemente portando gli addetti a lavori ad assumerne consapevolezza”, ha commento la professoressa Claudia Curi.
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Le implicazioni per il settore previdenziale
Le conclusioni dello studio vanno oltre il tema della sola educazione finanziaria. Se resta infatti fondamentale rafforzare le competenze economiche delle persone, emerge anche la necessità di intervenire anche sui processi di consulenza e sulle modalità con cui vengono formulate le raccomandazioni. Per fondi pensione, autorità di vigilanza e soggetti impegnati nella formazione degli operatori, la ricerca suggerisce che una maggiore attenzione ai bias inconsapevoli potrebbe contribuire a ridurre una componente del divario pensionistico di genere senza ricorrere a interventi particolarmente complessi o costosi. Un aspetto rilevante in un Paese che continua a confrontarsi con livelli ancora modesti di previdenza complementare e in cui la costruzione di una posizione integrativa adeguata è destinata a diventare sempre più importante per garantire la sicurezza economica delle future generazioni di pensionati.
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