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Il muro contro muro tra Washington e Pechino affonda le Borse europee, mentre Bruxelles dà l’ok alle contromosse. Volatilità alle stelle. La view degli asset manager
Dopo un lunedì nero e il tentativo di rimbalzo di martedì, le borse globali archiviano un’altra giornata di caos. A pesare sul sentiment degli investitori, oltre all’entrata in vigore ufficiale delle tariffe reciproche, è soprattutto il muro contro muro tra Stati Uniti e Cina e la promessa di Donald Trump di nuovi dazi sui prodotti farmaceutici. La volatilità resta quindi l’unica costante della giornata, con l’Asia che ha chiuso contrastata (Tokyo -3%, Shanghai +1%, Shenzhen +2%, Hong Kong -0,04%) e l’Europa che ha terminato in pesante rosso. Milano ha lasciato sul terreno il 2,75% a 32.730 punti, Francoforte il 3%, Parigi il 3,34% e Londra il 2,92%. Le vendite si sono concentrate soprattutto sul pharma e sugli energetici, con il petrolio ancora in caduta libera in vista di una brusca frenata della crescita globale e della domanda di energia.
I controdazi di Pechino e Bruxelles
Mentre con una frase shock il presidente Usa ha provato a rassicurare i repubblicani (“Vi dico che questi Paesi ci stanno chiamando per baciarmi il c…, muoiono dalla voglia di trattare”), la Cina ha risposto ai super dazi al 104% annunciando che le tariffe sui beni made in Usa passeranno dal 34% all’84%. L’Ue ha intanto dato il via libera a tariffe del 25% sulle merci a stelle e strisce per un valore di 21 miliardi di euro, a fronte di 380 miliardi di merci europee colpite dall’amministrazione americana, ma continua a cercare la via del dialogo. E allo studio di Bruxelles resta comunque anche il piano per colpire le Big Tech a stelle e strisce.
Jamie Dimon, il ceo di Jp Morgan Chase è tornato a mettere in guardia da una possibile escalation. Una recessione rappresenta “l’esito più probabile” della tempesta scatenata sui mercati dalla politica della presidenza Trump, ha spiegato nel corso di un’intervista a Fox Business. “Quando vedi un calo di 2000 punti nell’indice Dow Jones Industrial Average, è un meccanismo che si autoalimenta”. Il crollo dei mercati, ha chiarito, “ti fa avvertire il fatto che stai perdendo soldi del tuo piano pensionistico e la risposta è che devi tagliare le spese”.
Tensioni sui titoli di Stato
In tutto questo, l‘indice di volatilità Cboe, considerato un barometro della ‘paura’ di Wall Street, ha toccato i massimi da agosto dello scorso anno a 51,66 punti, mentre rimane alta la tensione anche sui titoli di Stato. Non accenna infatti a fermarsi il calo dei bond governativi Usa a lungo termine con il rendimento del Treasury trentennale che è salito al 5% in crescita di circa 30 punti base da inizio settimana mentre il decennale è arrivato al 4,45%. Secondo gli analisti di Mps, i titoli del Tesoro americano, solitamente considerati asset sicuri in periodi di turbolenza, sembrano aver perso il loro status. Tengono invece i Bund tedeschi, mente sono maggiormente sotto stress i bond dei Paesi europei più indebitati come Italia, Spagna e Francia. A placare un po’ gli animi per quanto riguarda l’Eurozona, sono intervenuti i consiglieri della Banca centrale europea, Olli Rehn e Francois Villeroy de Galhau, sostenendo entrambi che i cambiamenti avvenuti sul fronte macroeconomico giustificano un nuovo taglio dei tassi a breve.
La view dei gestori
Per Ariel Bezalel e Harry Richards, investment manager obbligazionario di Jupiter Am, la situazione è piuttosto preoccupante. A loro parere gli asset più rischiosi, e in particolare il credito, appaiono ancora su valori elevati in questo contesto. “Potremmo assistere a scenari molto diversi a seconda dell’evoluzione dei negoziati. Un flusso consistente di accordi commerciali potrebbe portare a significativi rally del rischio e a un calo dei tassi. Se invece i dazi dovessero restare in campo per un periodo più prolungato, allora probabilmente vedremmo maggiori perturbazioni”, avvertono. In questa fase, Bezalel e Richards consigliano di essere lunghi sui Treasury in particolare nella parte breve e media della curva degli Stati Uniti, rispetto alla parte lunga. “Il sell-off del dollaro Usa stava diventando un po’ caotico e, se la tendenza continuasse, potrebbe scatenare timori inflattivi”, spiegano, aggiungendo che le valutazioni dei Gilt sono invece decisamente convenienti su tutte le sezioni della curva.
Secondo Michael Reilly, cio equities group e director of equity research di Tcw, a seconda di quali dazi sopravvivranno dopo i negoziati, l’entità dell’impatto negativo sulla crescita Usa potrebbe essere notevole. “In tale scenario, il mercato azionario potrebbe incorporare ulteriori revisioni al ribasso delle stime di crescita degli utili aziendali”, mette in guardia. Tuttavia l’esperto continua a dirsi fiducioso riguardo i fondamentali delle aziende e precisa che al momento l’andamento dei prezzi delle azioni è scollegato dai fondamentali. “Nel valutare le sacche di resilienza, privilegiamo i settori e le aziende che potrebbero essere meno dipendenti dall’andamento del Pil. Questo rafforza la nostra fiducia nei megatrend secolari che abbiamo identificato, tra cui l’intelligenza artificiale, la transizione energetica e il reshoring, che possono offrire interessanti opportunità di investimento nonostante il contesto più debole”, sostiene.
Anche Carlo Benetti, market specialist di Gam, concorda sul fatto che le prossime settimane saranno ancora sotto il segno dell’incertezza radicale e della volatilità. “Non è difficile trovare il momento giusto per vendere: il difficile è trovare il momento giusto per comprare”, osserva. Ricordando che nella brutale correzione di queste ultime sedute c’è sia la risposta ai dazi sia la componente tecnica di vendita di asset in utile (oro compreso) per finanziare le richieste di margini e i disinvestimenti dai fondi reali e previsti. “Sono state create sacche di valore di cui gli investitori dai nervi saldi potrebbero approfittare; il deleveraging è però ancora in corso, ‘quando’ rientrare resta una decisione difficile, soprattutto con i vari Paesi che in risposta ai dazi americani sembrano avere un orientamento ritorsivo”, evidenzia.
Tra le asset class, secondo Saira Malik, head of equity and fixed income, chief investment officer di Nuveen, le azioni con un profilo più difensivo, cioè quelle meno entrate legate al commercio globale, potrebbero resistere meglio alla tempesta. “Le società dividend grower dovrebbero continuare a beneficiare della flessibilità del capitale e della solidità dei bilanci per contribuire a mitigare le pressioni sui costi. Anche le società di infrastrutture sembrano resilienti, poiché i loro ricavi provengono da contratti a lungo termine o concessioni che utilizzano i loro asset materiali per fornire servizi essenziali per i quali la domanda è generalmente stabile anche in contesti economici difficili”, chiarisce. Per l’esperta pure i mercati privati, compresi quelli del credito, il settore immobiliare e il debito e l’equity infrastrutturali, tendono a essere più isolati dalla volatilità macroeconomica. “Sebbene i potenziali risvolti per il reddito fisso siano molteplici, riteniamo che la duration continuerà a essere uno strumento di diversificazione efficace rispetto alle azioni in questo mercato”, conclude.
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