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Secondo il managing director della casa, la fine del dominio delle strategie passive e la maggiore volatilità riaprono spazio per la gestione attiva. Intanto, consulenza evoluta e intelligenza artificiale ridisegnano il modello di servizio nel risparmio gestito: ecco come
Dopo anni dominati dalla crescita lineare dei mercati e dalla centralità delle strategie passive, il contesto sta cambiando. La concentrazione su pochi titoli convive oggi con una dispersione dei rendimenti sempre più marcata e con la volatilità imposta dalle vicende geopolitiche, aprendo nuovi spazi per la gestione attiva. Uno scenario in cui anche il ruolo del consulente finanziario evolve verso un modello più sofisticato e olistico, mentre l’intelligenza artificiale si prepara a ridisegnare processi e servizi. Lo sa bene Andrea Baron, managing director di MFS Investment Management, secondo cui selezione e competenze sono tornate centrali. FocusRisparmio lo ha raggiunto per approfondire questa view e capire come la società sotto la sua guida stia interiorizzando il nuovo paradigma.

Negli ultimi anni i mercati sono stati trainati da pochi titoli, ma allo stesso tempo aumenta la dispersione dei rendimenti. Che implicazioni ha per la gestione attiva?
La dispersione è il dato chiave da cui partire. Se nel 2023 solo una quota minima di azioni dell’S&P 500 riusciva a battere la performance media delle Magnifiche Sette, già al giro di boa del 2024 oltre la metà dell’indice ha fatto meglio. Questo segnala un cambio di regime, accompagnato da una forte rotazione settoriale, che crea opportunità concrete per i gestori attivi. Il tema della concentrazione, però, resta centrale: molti portafogli appaiono diversificati per numero di fondi o case di gestione, ma in realtà presentano le stesse esposizioni sottostanti. Basta guardare le prime dieci posizioni per accorgersi che i nomi si ripetono, così come l’elevato peso degli Stati Uniti e del settore tecnologico. In questo contesto, il nostro approccio punta a individuare società di qualità temporaneamente penalizzate dal mercato su cui costruire allocazioni meno esposte ai grandi trend dominanti e più bilanciate in termini di rischio.
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Come si inserisce in questo quadro il successo delle strategie passive degli ultimi anni?
Il forte sviluppo delle soluzioni a replica ha certamente contribuito alla crescita dei mercati, ma è anche stata una delle causa di questa concentrazione. Acquistare indici significa infatti aumentare l’esposizione ai titoli più grandi, che pesano di più nei benchmark, rafforzando così dinamiche già presenti. Questo non implica che il passivo sia da escludere in toto, ma evidenzia la necessità di trovare un punto di equilibrio. In MFS IM abbiamo sviluppato soluzioni che combinano un approccio quantitativo utile a mantenere il tracking error contenuto con una selezione qualitativa dei titoli, che rappresenta il nostro vero valore aggiunto. L’obiettivo è offrire portafogli coerenti con il benchmark ma capaci di generare alpha attraverso scelte mirate. In prospettiva, la vera sfida sarà capire dove si dirigeranno i flussi: oggi continuano a favorire il passivo, ma un contesto più volatile potrebbe riportare attenzione sulla gestione attiva.
Il vostro approccio è quindi fortemente orientato allo stock picking?
Assolutamente sì. Siamo stock picker puri e operiamo attraverso una piattaforma di ricerca globale costruita nel tempo. La nostra peculiarità è l’integrazione tra analisti azionari, obbligazionari e quantitativi all’interno degli stessi team settoriali. Un mix che consente di analizzare a 360 gradi le aziende, andando oltre la semplice classificazione geografica o settoriale cui si limitano molti. Non si tratta più di scegliere un titolo tecnologico americano piuttosto che europeo, ma di confrontare le migliori opportunità a livello globale e indipendentemente dall’appartenenza a un indice. È così che si costruiscono portafogli di alta qualità, soprattutto quando dispersione dei rendimenti rende più rilevante la selezione rispetto all’esposizione direzionale ai mercati.
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Eppure, la volatilità imposta dalle tensioni geopolitiche rischia di minare questa impostazione. È così?
In teoria, un contesto più volatile dovrebbe favorire l’attivo proprio perché aumenta il valore della selezione e della gestione del rischio. Tuttavia, quanto accadrà a livello pratico dipenderà ancora una volta dai flussi. Negli ultimi anni, nonostante la dispersione crescente, i capitali hanno continuato a dirigersi verso il passivo anche per via dei costi e della semplicità percepita. Il problema consiste cioè nel fatto che molti fondi attivi non offrono una vera differenziazione rispetto ai benchmark, limitandosi invece a replicarli con commissioni più elevate, Per questo motivo, crediamo che il futuro non sia una contrapposizione tra le due filosofie ma una combinazione intelligente in cui ciascuna svolge un ruolo specifico all’interno del portafoglio.
Come sta evolvendo il ruolo del consulente finanziario in questo scenario?
In Italia, partiamo da una base di risparmio molto elevata ma ancora in parte immobilizzata in liquidità o strumenti tradizionali. Le nuove generazioni, però, mostrano un atteggiamento diverso: sono più informate, più aperte agli investimenti e più consapevoli della necessità di pianificare nel lungo termine anche per effetto della maggiore longevità. Questo richiede un salto di qualità nel modello di servizio, che deve evolvere verso una concezione olistica della professione. Il consulente non è più solo un venditore di prodotti ma deve diventare un punto di riferimento per tutte le esigenze patrimoniali del cliente: dalla pianificazione finanziaria agli aspetti fiscali e legali. Un ruolo multidimensionale che richiede competenze sempre più elevate e un lavoro di squadra all’interno delle reti.
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Ha parlato di giovani. Quali sono le principali sfide legate al passaggio generazionale?
Si tratta di uno dei momenti più critici nella relazione tra cliente e consulente. I dati mostrano infatti che una quota significativa degli eredi cambia intermediario nei primi mesi successivi alla successione, spesso perché non ha mai avuto un rapporto diretto con il consulente dei genitori. E questo fenomeno può avere impatti enormi in termini di masse gestite. Per evitarlo è quindi fondamentale adottare un approccio che coinvolga l’intero nucleo, costruendo relazioni solide e capaci di durare nel tempo. In questo senso, la consulenza deve diventare sempre più inclusiva e orientata alle esigenze di tutti i membri della famiglia, con particolare attenzione anche al ruolo crescente delle donne nella gestione del patrimonio.
Come si inserisce l’intelligenza artificiale nel quadro della consulenza olistica? È un’opportunità o una minaccia?
Gli algoritmi avranno un impatto profondo, soprattutto in termini di efficienza e ottimizzazione dei processi. Tanto è vero che giù oggi vengono utilizzati per analizzare grandi quantità di dati, automatizzare attività complesse e supportare la relazione con il cliente: ad esempio, sono utili quando si tratta di sintetizzare rapidamente informazioni rilevanti e preparare in modo più efficace gli incontri con il risparmiatore. Tuttavia, come ogni innovazione tecnologica, porteranno sia vincitori sia perdenti. Chi saprà integrarli nei propri processi potrà migliorare significativamente il servizio offerto, mentre i player che resteranno indietro rischieranno di perdere competitività. È difficile prevedere con precisione gli sviluppi nei prossimi cinque anni, ma è chiaro che la tecnologia diventerà un elemento imprescindibile per l’intero settore.
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Quali sono le vostre priorità strategiche in Italia?
L’Italia rappresenta un mercato chiave, in cui siamo presenti da circa vent’anni. Inizialmente ci siamo concentrati sugli investitori professionali, come gestori e family office, che richiedono competenze tecniche elevate più che un forte riconoscimento del brand. Negli ultimi anni, però, abbiamo osservato una crescita significativa delle reti di consulenza, che stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella distribuzione. Questo modello, molto sviluppato negli Stati Uniti, ha ancora ampi margini di crescita nel nostro Paese. Allo stesso tempo, vediamo una progressiva polarizzazione: da un lato una componente più digitalizzata per la clientela mass affluent, dall’altro una crescente specializzazione per i segmenti wealth e private. In questo contesto, la capacità di costruire relazioni di fiducia resterà un elemento distintivo fondamentale.
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