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L’ad della società racconta l’ingresso nei FIA con Alternative Equity Euro: controllo della volatilità, servizio agli investitori istituzionali e la sfida di una gestione che non deve rinunciare a fare selezione
La volatilità non si elimina. Ma si può provare a smussarla. È da questa constatazione, semplice solo in apparenza, che nasce il nuovo passo di Sella SGR nel mercato dei Fondi di Investimento Alternativi riservati agli investitori istituzionali. Con il lancio di Alternative Equity Euro, la società di gestione del gruppo Sella affianca alle strategie tradizionali una soluzione costruita su un portafoglio azionario europeo e su una componente opzionale gestita dinamicamente.
Per Mario Romano, amministratore delegato di Sella SGR, il lancio non è soltanto un prodotto in più. È un tassello di un percorso più ampio: allargare il raggio d’azione della società oltre la rete del gruppo Sella, parlare a clienti istituzionali e rispondere a un mercato in cui shock geopolitici, algoritmi, correlazioni e velocità di reazione hanno reso più difficile costruire portafogli davvero diversificati. In questa intervista, Romano racconta perché oggi servano strumenti diversi, quale ruolo possano avere i FIA e perché, in un’industria in trasformazione, il valore della gestione attiva passi anche dalla capacità dare un servizio distintivo come parte integrante dell’offerta.

Il contesto di mercato sembra dominato da variabili sempre più numerose: geopolitica, tassi, tecnologia, volatilità. Come leggerlo?
Viviamo in un contesto molto articolato, con tantissime variabili. La politica e la geopolitica sono sempre esistite, certo. Ma negli ultimi anni ci siamo abituati a eventi che nei precedenti cicli erano più lontani dall’esperienza diretta di mercato: le guerre, per esempio, erano percepite come qualcosa di geograficamente circoscritto, con impatti umani enormi ma con effetti sugli indici relativamente contenuti.
Oggi è diverso. I conflitti restano spesso locali dal punto di vista strettamente militare, ma producono conseguenze globali. È il risultato del mondo che abbiamo costruito: molto connesso, globalizzato, con catene di produzione che si stanno progressivamente frammentando.
A questo si aggiunge una reazione dei mercati che è diventata molto più rapida. Il nervosismo e la volatilità ci sono, ma spesso durano pochissimo. Una parte della spiegazione, secondo noi, sta nella maggiore presenza di operatori quantitativi e nell’impatto della tecnologia. Prima gli algoritmi avevano un peso più limitato. Oggi sono molti di più e contribuiscono ad accelerare le reazioni, sia al ribasso sia al rialzo.
Questa velocità rende più difficile costruire portafogli robusti?
Sì, perché in molti momenti tutto tende a muoversi insieme. Vediamo correlazioni molto elevate: l’oro si muove con i tassi, i tassi condizionano l’equity, e così via. A un certo punto ci siamo detti che serviva costruire qualcosa di diverso, alternativo in senso tecnico, perché anche gli investitori istituzionali hanno bisogno di ridurre la volatilità del portafoglio.
In teoria tutti sappiamo che la volatilità va gestita con razionalità e con un orizzonte di lungo periodo. Ma nella pratica anche negli enti e nelle fondazioni ci sono consigli di amministrazione, comitati, persone che hanno l’esigenza di coniugare la ricerca di performance nel tempo con un attento controllo della volatilità. Per questo la necessità di stabilizzare i portafogli è molto concreta. è
Non abbiamo l’ambizione di essere contrarian, o di guadagnare automaticamente quando il mercato scende. L’obiettivo è ridurre la volatilità, utilizzando strumenti e approcci non tradizionali, che non sempre sono accessibili o gestibili direttamente da tutti gli investitori.
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È da qui che nasce Alternative Equity Euro?
Alternative Equity Euro nasce proprio da questa esigenza e ha due anime. Da un lato c’è un portafoglio azionario lungo, quindi tradizionale, costruito su titoli europei. Non vogliamo replicare passivamente un indice: il nostro desk azionario segnala le posizioni da assumere sui singoli titoli, con un approccio selettivo che si fonda su una rigorosa analisi dei fondamentali. Si tratta soprattutto di società europee con un idoneo profilo di liquidità, perché dall’altra parte abbiamo bisogno di un mercato delle opzioni sufficientemente profondo.
La seconda componente è appunto opzionale. Può essere utilizzata per costruire o gestire le posizioni in modo più efficiente. Per esempio, su un titolo che ci interessa possiamo iniziare l’esposizione attraverso opzioni, oppure utilizzare strategie di vendita di call o put per incassare premi e abbassare il prezzo di carico. In mercati laterali questo tipo di impostazione può funzionare molto bene. Nei mercati più volatili permette di non essere completamente sganciati dall’andamento generale, ma può aiutare a smussare la volatilità del portafoglio.
Perché avete scelto la struttura FIA?
Perché volevamo avere un grado maggiore di flessibilità. In alcune fasi potremmo ritrovarci con concentrazioni più elevate su singoli titoli, per esempio perché abbiamo già una posizione e ne riceviamo altre attraverso l’esercizio di opzioni. In un veicolo UCITS avremmo vincoli più stringenti e potremmo essere costretti a vendere subito, anche quando riteniamo che mantenere la posizione abbia senso.
La struttura FIA è coerente con la natura dello strumento e con il pubblico a cui si rivolge: investitori istituzionali che ricercano questo tipo di strategie per il ruolo che possono svolgere all’interno di un portafoglio più ampio. Non è un prodotto pensato per tutti, ma una soluzione che cerca di rispondere a un’esigenza precisa.
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Il lancio si inserisce anche in un’evoluzione del posizionamento di Sella SGR verso il mondo istituzionale?
Sì. Noi siamo fieramente e convintamente legati alla rete di consulenti e clienti del nostro Gruppo da cui proviene parte preponderante delle nostre masse, ma da qualche anno abbiamo l’ambizione di uscire dalla nostra zona di comfort. La società è cresciuta in modo significativo: negli ultimi sei anni siamo passati da meno di 2 miliardi a oltre 7 miliardi di masse. Un risultato raggiunto attraverso una competizione in cui la nostra gamma si confronta con i prodotti delle case terze inclusi nell’architettura aperta del gruppo.
Dopo aver lavorato molto con il cliente retail del gruppo, abbiamo iniziato a guardare anche al mondo delle imprese, che hanno liquidità da gestire e necessità di impiego a breve o medio termine. Abbiamo costruito soluzioni per la gestione della liquidità aziendale e il riscontro è stato positivo. Da lì abbiamo iniziato ad allargare ulteriormente il perimetro, guardando a clienti più grandi: banche, casse, enti, fondazioni bancarie, family office.
L’obiettivo è essere presenti su più tavoli e offrire soluzioni complementari, capaci di affiancare e integrare l’offerta già disponibile sul mercato tra fondi e gestione patrimoniale. I clienti istituzionali cercano strumenti sempre più efficienti e flessibili, costruiti in funzione dei propri obiettivi.
Come sta andando il 2026 per Sella SGR?
È stato un semestre positivo. Abbiamo raccolto circa mezzo miliardo da inizio anno, un risultato significativo. Naturalmente la raccolta resta legata all’andamento dei mercati: gennaio e febbraio sono stati buoni, poi a marzo, con l’aumento delle tensioni geopolitiche, il mercato si è fermato. Successivamente l’attività è ripartita, con un mese di maggio molto forte.
Negli ultimi anni abbiamo saputo interpretare le esigenze emerse dal mercato, sviluppando prodotti target maturity e soluzioni step-in, anche attraverso collaborazioni con case terze specializzate in specifiche asset class. Un modello che ci consente di mettere a disposizione degli investitori competenze altamente specialistiche, integrando il nostro presidio con le migliori expertise presenti sul mercato. Sono strumenti che hanno risposto a un’esigenza reale degli investitori, ma non vogliamo limitarci a replicare ciò che fanno tutti. Quest’anno abbiamo scelto di essere più selettivi, concentrandoci su poche iniziative e lavorando su soluzioni che possano offrire qualcosa di diverso.
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L’industria del risparmio gestito sta vivendo una forte pressione sui costi e una crescente concorrenza degli ETF. Come vede questa trasformazione?
Gli ETF hanno avuto un impatto enorme, positivo e negativo. Hanno portato efficienza, trasparenza e costi bassi. Ma se tutta l’industria si appiattisce sul mondo degli ETF, rischiamo di impoverire culturalmente il nostro mestiere. Fare i gestori significa essere in grado di scegliere il singolo titolo obbligazionario o la singola azione. Dobbiamo saper spiegare perché preferiamo una società a un’altra, un’emissione a un’altra.
Se invece ci limitiamo a replicare un benchmark in modo passivo, diventa difficile spiegare al cliente perché dovrebbe sceglierci. Il tema del value for money è importante, ma va letto dentro i diversi modelli di mercato. In Italia, il valore non è dato solo il prodotto in sé: è anche la relazione che si costruisce nel tempo, la vicinanza al consulente e al cliente e la capacità di accompagnarli in un percorso di investimento di lungo periodo.
Questo è il vantaggio di una SGR parte di un gruppo bancario?
È sicuramente una caratteristica importante del nostro modello, ma non significa avere la raccolta garantita. Se riusciamo ad avere una quota significativa delle masse collocate nel gruppo è perché ci impegniamo a dare valore aggiunto: siamo presenti, parliamo con i consulenti, incontriamo i clienti per mettere a disposizione la nostra analisi e la nostra interpretazione dell’evoluzione dei mercati, dell’economia e del contesto più ampio in cui si inseriscono le decisioni di investimento.
Il rapporto tra gestori e rete è uno dei nostri punti di forza. In una grande casa globale, difficilmente un consulente riesce a parlare direttamente con chi gestisce il portafoglio. Da noi questo accade ed è una parte fondamentale del valore che restituiamo ai clienti: gestione, ma anche informazione, confronto, vicinanza.
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Che cosa serve allora alle SGR italiane per restare competitive?
Serve qualità. Se vogliamo dirla in modo netto, dare qualità è un imperativo. Le SGR italiane possono avere un vantaggio proprio nella vicinanza al cliente e alla rete, ma devono trasformare questa vicinanza in servizio concreto. Non basta costruire prodotti: è fondamentale affiancare i consulenti nella costruzione dei portafogli, fornendo strumenti, contenuti, supporto, lettura dei mercati.
Il mondo è cambiato e, di conseguenza, deve evolvere anche il modo di costruire i portafogli. Oggi non basta ragionare in termini di singole asset allocation: serve un approccio più ampio, basato sulla diversificazione, sulla capacità di presidiare anche i rischi meno evidenti e sulla costruzione di portafogli più resilienti. Per questo la differenza la faranno sempre di più qualità, servizio e capacità di accompagnare il cliente nelle scelte.
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