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Il cio della casa vede una crescita globale ancora resiliente ma un contesto più esposto a shock. Prudenza sulla parte lunga dei governativi, selettività nel credito e nell’azionario i driver. In Italia tornano centrali i rischi fiscali e politici
Per diversi anni la costruzione dei portafogli ha potuto contare su alcune coordinate relativamente riconoscibili: inflazione in progressiva discesa, banche centrali orientate verso la normalizzazione della politica monetaria e una crescita globale capace di assorbire gli shock senza compromettere i fondamentali. Tutte certezze che oggi appaiono meno solide, tra tensioni internazionali inedite e pressioni inflazionistiche capaci di modificare sia le prospettive di crescita sia il comportamento degli operatori economici. Il risultato è un contesto nel quale anche la tradizionale funzione di protezione offerta dai governativi può diventare meno prevedibile, mentre sulle attività più rischiose la solidità degli utili deve fare i conti con valutazioni elevate e una maggiore volatilità. È proprio in questo scenario che Ofi Invest AM invita a ripensare la costruzione dei portafogli, mantenendo un approccio selettivo sulle diverse asset class e prestando particolare attenzione agli effetti di secondo livello degli shock geopolitici. Secondo il cio Christophe Herpet, infatti, la crescita globale dovrebbe mantenere una certa resilienza ma il margine di errore per gli investitori si è sensibilmente ridotto.

Parlando di quadro macro, da cosa deriva la sua fiducia circa la tenuta del PIL mondiale e quali sono le vostre aspettative per i prossimi mesi?
La domanda interna degli Stati Uniti continua a essere sostenuta dagli acquisti delle famiglie e da solidi investimenti aziendali, in particolare nelle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale. I consumi hanno beneficiato fino a oggi del cosiddetto ‛wealth effect’ e della tenuta del mercato del lavoro, fattori che sono riusciti a compensare la perdita di potere d’acquisto causata dal rincaro dell’energia. Tuttavia, dato che il tasso di risparmio si mantiene su livelli molto bassi, è difficile ipotizzare un’accelerazione significativa delle spese per il resto dell’anno. Anche nell’Area euro la crescita si è rivelata più resiliente del previsto, sebbene l’entità dell’espansione rimanga disomogenea tra gli Stati membri e veda solo la Spagna continuare a registrare performance superiori alla media.
L’inflazione resta però il principale fattore di rischio. Qual è la vostra previsione?
Lo shock petrolifero causato dalla prolungata interruzione dei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz sta causando un aumento della pressione e, per il momento, riteniamo che il processo di riavvicinamento verso i livelli desiderati dagli istituti di credito riprenderà nel 2027. Ciò non toglie che significativi rischi di rialzo si possano intravedere, soprattutto in considerazione di un aspetto: le rotte alternative sviluppate negli scorsi mesi per bypassare il Mar Rosso non potranno sostituire in toto i volumi che normalmente vi transiterebbero. L’Europa, in particolare, si conferma la regione più esposta agli effetti secondari della crisi energetica ed è per questo che siamo convinti che il picco dell’inflazione nell’Eurozona non sia ancora stato raggiunto. Le nostre stime ci portano a prevedere un carovita complessivo per il Vecchio Continente pari in media al 3% nel 2026 e 2,4% l’anno prossimo, con la componente core in raffreddamento dal 2,4% al 2,3% nello stesso periodo.
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Come potrebbe reagire la politica monetaria a questo scenario?
Prevediamo che la BCE attui un secondo rialzo dei tassi di interesse e li porti al 2,5%, una mossa già ampiamente scontata dai mercati. Negli Stati Uniti l’inflazione sembra invece aver raggiunto il picco, ma la Federal Reserve mantiene un atteggiamento prudente a causa sia degli effetti persistenti del rincaro dell’energia sia dei dazi e della spesa per investimenti legati all’intelligenza artificiale. Di conseguenza, è probabile che, anche lì, il costo del denaro resti comunque più elevato di quanto previsto prima del conflitto. Non solo: qualora i dati sull’inflazione non mostrassero progressi sufficientemente convincenti, non escludiamo che Warsh e colleghi possano addirittura decidere di approntare un’ulteriore stretta rispetto ai livelli attuali.
Sul reddito fisso, come state posizionando i portafogli?
I bond governativi possono ancora offrire protezione, ma questa è meno affidabile quando l’inflazione o le preoccupazioni fiscali generano stress sui mercati. Ecco perché la nostra esposizione è selettiva, specialmente in riferimento alle scadenze più lunghe. L’aumento significativo dei rendimenti, in scia a un mix di fattori cha va dall’incertezza geopolitica ai persistenti deficit di bilancio fino al crescente fabbisogno di finanziamento sia dei governi sia del settore privato, sembra infatti indicare che all’orizzonte vi sia un’ampia revisione dei prezzi del capitale destinata a interessare tutto il mondo. In altre parole, anche se i tassi di interesse dovessero diminuire, ci aspettiamo che gli investitori continueranno a richiedere una maggiore remunerazione per assorbire la crescente offerta obbligazionaria e questo dovrebbe mantenere i ritorni a lungo termine su livelli elevati ancora a lungo.
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E sulla componente corporate? Dove vedete valore?
Privilegiamo in particolare segmenti selezionati dell’high yield europeo, dove il carry e la duration più breve offrono un equilibrio interessante. La condizione di base per investire resta però sempre la stessa: la qualità del credito e i rischi di rifinanziamento devono essere attentamente valutati.
Qual è la vostra view sull’azionario? La forza degli utili giustifica le valutazioni attuali?
I fondamentali rimangono solidi. La crescita degli utili è stata eccezionalmente forte, in particolare negli Stati Uniti, dove i settori legati all’AI continuano a trainare la redditività. Le valutazioni lasciano però poco spazio a eventuali delusioni e ci inducono a prevedere una maggiore volatilità nei prossimi trimestri, soprattutto alla luce di fattori come i rischi geopolitici e i prezzi dell’energia o anche i tassi a lungo termine più elevati. Privilegiamo pertanto un’esposizione selettiva verso società in grado di monetizzare l’innovazione e generare flussi di cassa sostenibili a prezzi ragionevoli, piuttosto che aziende che beneficiano semplicemente dell’entusiasmo degli investitori per i temi tecnologici.
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Come state approcciando la corsa ai mercati privati?
Privilegiamo una rigorosa attività di underwriting, la stabilità dei flussi di cassa e ipotesi di uscita credibili. L’aumento dei costi di finanziamento rende cruciali le valutazioni di ingresso e la capacità di rifinanziamento. Per questo conviene selezionare soprattutto un’adeguata remunerazione per l’illiquidità e non mettere al primo posto le valutazioni dichiarate.
Venendo all’Italia, come valutate le prospettive del Paese?
Se è vero che l’Italia ha dimostrato maggiore disciplina fiscale e resilienza economica di quanto molti si aspettassero, le prospettive si stanno ora stanno facendo più complesse. Il governo ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita allo 0,6% sia per il 2026 sia per il 2027, risentendo dello shock energetico e del graduale esaurimento del fattore Next Generation EU. Quest’ultimo ha sostenuto sia la crescita sia le finanze pubbliche, ma la spinta favorevole sta venendo meno man mano che si concludono le erogazioni dell’Unione europea. Al contrario, parte della spesa legata al PNRR proseguirà oltre il 2026. Parallelamente, la traiettoria del debito è stata rivista al rialzo e impone sia il mantenimento della disciplina di bilancio sia l’attuazione delle riforme.
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Cosa potrebbe significare tutto questo per gli asset italiani?
L’attenzione sarà rivolta agli sviluppi politici. In vista dei negoziati sul bilancio e delle elezioni previste per il prossimo anno anche in Francia e Spagna, gli spread dei titoli di Stato continentali potrebbero tornare sotto pressione. In questo contesto, manteniamo un posizionamento sostanzialmente neutrale sugli asset del Paese rispetto al resto dell’Area euro poiché i rischi politici e fiscali rappresenteranno probabilmente un fattore determinante per i mercati obbligazionari nei prossimi trimestri.
La geopolitica sembra quindi destinata a pesare sempre di più sulle scelte di portafoglio. Come sta cambiando il vostro approccio?
La geopolitica ha già avuto un impatto diretto sul quadro macro, favorendo un aumento dei rendimenti obbligazionari nel momento in cui gli investitori hanno incorporato nelle valutazioni prezzi più sostenuti e un orientamento di politica monetaria più restrittivo. La tenuta dimostrata dai listini dimostra però una cosa: per i prossimi mesi e per il prossimo anno il rischio principale non è rappresentato tanto dall’immediata reazione degli investitori alle tensioni, quanto dai loro effetti economici differiti. E se attualmente si ipotizza che essi rimarranno contenuti, ciò lascia ben poco margine di errore. La chiave per interpretare la fase attuale con una corretta costruzione di portafoglio sta dunque nel verificare la tenuta della diversificazione in diversi scenari di inflazione e crescita, mantenere livelli adeguati di liquidità e calibrare le esposizioni in modo da poter assorbire perdite simultanee su azioni e obbligazioni. Gestire queste conseguenze di secondo ordine, anziché reagire alle notizie del momento, costituirà una delle sfide chiave di domani.
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