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Per il top manager, in uno scenario di maggiore frammentazione l’industria entra in una fase più complessa: mercati privati, wealth management, tokenizzazione e intelligenza artificiale richiedono infrastrutture globali, efficienza operativa e capacità di lavorare in modo locale. Innovazione, velocità e resilienza le caratteristiche per eccellere nel mondo frammentato
La crescita dei mercati finanziari sta dando tempo e risorse all’industria dell’asset management per investire in nuove capacità, nuovi prodotti e nuovi canali distributivi. Ma, secondo Joerg Ambrosius, executive vice president e president of Investment Services di State Street, questa finestra favorevole non deve essere letta come un motivo per rallentare e rilassarsi. Al contrario: è il momento in cui le istituzioni devono rafforzare la propria infrastruttura operativa, tecnologica e di controllo. Private markets, ETF, wealth management, intelligenza artificiale, tokenizzazione e frammentazione geopolitica stanno infatti ridisegnando il perimetro dell’industria. In questo contesto, la società si posiziona come partner globale per l’infrastruttura operativa di asset manager, hedge fund, investitori istituzionali e operatori wealth, con l’obiettivo di garantire resilienza, scala, capacità locali e piattaforme integrate. “L’idea che un giorno ci sarebbe stato un mercato finanziario globale pienamente integrato, end-to-end e funzionante ovunque nello stesso modo, è ormai tramontata. Non tornerà nel futuro prevedibile, e forse non tornerà mai. Questo fattore si combina con trend strutturali molto potenti come l’adozione dell’intelligenza artificiale e l’ascesa dei private markets che stanno contribuendo a cambiare tutto il settore”.

Partiamo dai due temi citati, che parallelamente hanno sollevato preoccupazioni per singoli episodi di volatilità o dichiarazioni allarmistiche. C’è davvero il rischio di correre troppo?
Sull’intelligenza artificiale il cambiamento è stato rapidissimo. Lo vediamo ogni giorno: nuovi modelli, nuove capacità, nuove applicazioni. Se confrontiamo ciò che era disponibile anche solo 18 mesi fa la differenza è sostanziale. Il punto centrale, però, è come portare queste capacità dentro il lavoro quotidiano in modo che producano benefici reali. Tutti parlano di AI, ma la domanda è: quali sono i casi d’uso che generano risultati tangibili, affidabili e con un impatto effettivo per i clienti? Per rispondere, bisogna organizzarsi. Servono framework, governance, una struttura dati adeguata e processi che consentano di applicare l’AI in modo controllato. Oggi i rischi legati a un uso non governato dell’intelligenza artificiale sono un tema centrale, soprattutto per chi opera in un settore altamente regolamentato come il nostro.
Qual è, quindi, la condizione per applicare davvero l’AI ai processi finanziari?
La condizione è guardare ai processi end-to-end. Bisogna analizzare il modo in cui si opera, dall’inizio alla fine, e chiedersi con molta chiarezza quale problema si stia cercando di risolvere. C’è un punto di partenza, c’è un risultato desiderato e potenzialmente obiettivi di business diversi. L’AI offre una grande opportunità di efficienza operativa, ma l’esperienza del cliente è almeno altrettanto importante. Il processo in questione spesso si estende oltre i confini di una singola organizzazione, motivo per cui una stretta collaborazione e, in alcuni casi, la co-creazione con i clienti sono fondamentali per progettare soluzioni che migliorino l’esperienza dei loro clienti finali. Tutto questo deve essere fatto su scala, tenendo conto degli aspetti economici legati all’adozione dell’AI, e in modo controllato, con un adeguato presidio umano. Se emerge un’eccezione o una situazione che richiede una decisione finale è necessario l’intervento di una persona.
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La sicurezza informatica è diventata ancora più centrale con l’evoluzione dell’AI?
Il mondo è diventato più pericoloso e una delle principali sfide che la nostra industria deve affrontare è quella della cybersecurity. Anche qui l’intelligenza artificiale gioca un ruolo. Le capacità dei nuovi modelli hanno cambiato la velocità con cui possono emergere minacce, ma anche la rapidità con cui possono essere individuate e corrette le vulnerabilità. C’è quindi una doppia faccia. Da una parte, l’AI può essere una minaccia. Dall’altra, può consentire di identificare debolezze e rimediare più rapidamente. Questo aumenta enormemente la velocità del contesto operativo. Internamente parliamo sempre più spesso della necessità di muoverci alla velocità dei nuovi modelli: attività che in passato lasciavano più tempo per analizzare e intervenire oggi devono essere affrontate in modo molto più rapido e compresso. Questa dinamica cambia anche il dialogo con i clienti. Noi lavoriamo con alcune delle principali istituzioni di investimento al mondo: asset manager, hedge fund, grandi investitori istituzionali. Tutti operano nello stesso ecosistema, anche se oggi la domanda è se esista ancora davvero un ecosistema globale unico.
In che senso l’ecosistema globale sta cambiando?
Le regolamentazioni si stanno muovendo in direzioni diverse nelle varie aree del mondo. Questo ha un impatto su come può essere impiegata la tecnologia, su come possono essere usati i dati e su come devono essere costruite le infrastrutture operative. Gli investitori globali continueranno a voler investire a livello mondiale. Questo desiderio non cambia. Ma avranno bisogno di partner fidati e capaci di offrire quella possibilità anche in un mondo più frammentato. Per questo nel tempo abbiamo sviluppato un footprint globale, con colleghi sul territorio e competenze locali in più di trenta Paesi, e con la capacità di supportare i clienti in oltre cento mercati di investimento.
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Da un punto di vista di prodotto, un fattore di cambiamento che accomuna tutti i mercati è l’accesso digitale ai prodotti d’investimento, con il retail sempre più attivo tramite piattaforme. Che cosa significa questo per l’asset & wealth management?
Significa che i modelli tradizionali non bastano più. La trasformazione dei canali distributivi è evidente ed è anche una questione generazionale. Non si possono raggiungere i clienti futuri, che in realtà sono già clienti attuali, con modalità tradizionali. Vedremo inoltre una biforcazione dell’asset allocation. Da un lato una crescita degli ETF, dove l’Europa è ancora molto indietro rispetto agli Stati Uniti. Dall’altro lato una crescita dei mercati privati, che nel lungo periodo occuperanno una quota maggiore dell’allocazione complessiva. Ci sono oggi preoccupazioni su alcune aree dello spettro alternativo, ma il trend di lungo periodo resta favorevole. In entrambe queste aree come State Street svolgiamo un ruolo fondamentale per i nostri clienti. Siamo un player globale primario nell’amministrazione degli ETF e possiamo supportare coloro che vogliono ampliare la propria offerta o entrare in questo mercato. Lo stesso vale per gli alternativi, dove servono competenze specifiche, comprensione del funzionamento dell’asset class e capacità tecniche per amministrare e gestire operativamente quel business.
Private markets e ETF sono quindi due aree centrali per la crescita futura dell’industria?
Sì. Il business ETF sta crescendo in modo più che proporzionale e lo stesso vale, ancora di più, per gli asset alternativi. Crediamo che questo trend non cambierà. Un elemento molto importante è l’accesso degli investitori retail ai private markets. Per molto tempo sono stati una asset class sostanzialmente chiusa, accessibile quasi solo agli investitori istituzionali. Ora questo sta cambiando e riteniamo che il trend proseguirà. Allo stesso tempo, vediamo uno spostamento della domanda distributiva dall’asset management tradizionale verso il wealth che, però, ha ora la sfida di operare in modo efficiente. È per questo che State Street ha iniziato a essere attiva anche nell’amministrazione per i player del comparto. I servizi core che tradizionalmente offrivamo agli investitori istituzionali li stiamo offrendo anche agli operatori wealth.
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Questo aumenta la complessità, ma anche il valore di un partner globale?
Esattamente. Uno dei benefici che portiamo ai clienti, accanto alla resilienza, è la scala. Gli permettiamo di accedere a vantaggi dimensionali altrimenti irraggiungibili. Oggi, però, la scala deve essere qualificata: non si può più operare ovunque con lo stesso standard, soprattutto quando si parla di dati, protezione informatica e regolamentazione. Questo concetto si applica a servizi come State Street Alpha, il nostro modello di servicing front-to-back che permette ai player di asset&wealth management di delegare in outsourcing tutto ciò che non è direttamente collegato al processo di investimento e alla distribuzione, così come al cuore del nostro lavoro, che è e rimarrà salvaguardare gli asset.
Pensate che la custodia indipendente resterà centrale anche nell’era degli asset digitali e della tokenizzazione?
Non ci aspettiamo che la tokenizzazione provochi un evento del tipo “big bang”, in cui l’intero mercato passi improvvisamente da un’infrastruttura tradizionale a una digitale. I due ambienti coesisteranno e i clienti si aspetteranno che operiamo in entrambi, continuando a fornire informazioni consolidate sui loro investimenti. Ciò non rende la custodia indipendente meno importante. Ci saranno sempre discussioni sul fatto che una piattaforma tecnologica possa fare tutto da sola, ma la storia mostra l’importanza dell’indipendenza nella custodia e nella valutazione. Quando tutto è concentrato in un unico ambiente, senza indipendenza, i rischi aumentano. Lo abbiamo visto in passato con casi molto noti di frode finanziaria. Per questo crediamo che la funzione essenziale di State Street, cioè salvaguardare gli asset delle principali organizzazioni di investimento e dei loro investitori finali, resterà molto richiesta anche nei prossimi anni. Anche se tecnologicamente fosse possibile concentrare tutto su una piattaforma unica, la domanda è: lo si vuole davvero? Credo che gli investitori istituzionali continueranno a voler lavorare con player di mercato fidati, regolamentati, ben capitalizzati e con una lunga esperienza. Il nostro obiettivo è farlo su tutte le asset class e su tutte le infrastrutture, tradizionali o nuove, che esistono o emergeranno nel mondo.
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In definitiva, che cosa servirà all’industria finanziaria nei prossimi anni?
Serviranno tecnologia, piattaforme, scala e competenze locali. Ma serviranno anche giudizio, pensiero critico ed etica. L’intelligenza artificiale può supportare moltissime attività, può rendere i processi più efficienti e può aiutare a scoprire pattern che prima non vedevamo. Ma non sostituisce il giudizio umano. Anzi, più aumenta la potenza della tecnologia, più diventano importanti le capacità umane di valutare, decidere e assumersi responsabilità. È qui che si gioca una parte importante del futuro dell’industria: usare l’AI non per delegare la responsabilità, ma per rafforzare la qualità delle decisioni, la resilienza dei processi e il valore generato per i clienti.
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