I rincari, trainati da energia e alimentari, riaccende i timori di stagflazione. E mette l’istituto di fronte al difficile equilibrio tra controllo dei prezzi e sostegno alla crescita. Per i gestori, tassi attesi in pausa al 3,75%
L’inflazione del Regno Unito torna a crescere e lo fa in un contesto internazionale sempre più instabile, dove le tensioni geopolitiche si riflettono in maniera sempre più diretta sull’economia. Il dato di marzo si è infatti portato al 3,3% dal 3% di un mese prima, sostanzialmente in linea con le attese del mercato, mentre la componente core è calata solo di poco. Una dinamica che complica ulteriormente la situazione della Bank of England, chiamata a riunirsi la prossima settimana per decidere come agire sui tassi di interesse.
Secondo i dati pubblicati dall’Office for National Statistics, equivalente britannico dell’Istat, il principale motore dei rincari sono stati il settore dei trasporti e il costo dei carburanti. Il prezzo medio della benzina è infatti aumentato di 8,6 pence al litro tra febbraio e marzo, raggiungendo 140,2 pence e collocandosi così al livello più alto da agosto 2024, mentre quelli del diesel sono saliti di 17,6 pence al litro, arrivando a 158,7 pence e toccando il massimo da novembre 2023. L’inflazione alimentare è passata dal 3,3% al 3,7%, trainata dall’aumento del cioccolato e prodotti dolciari in vista della Pasqua ma anche di carne e bevande analcoliche. La Food and Drink Federation prevede che il tasso possa raggiungere il 9% entro dicembre, a causa della chiusura dello stretto di Hormuz che incide sulle forniture globali di fertilizzanti. In calo invece la componente core, scevra delle componenti più volatili come energia e cibo, che è scesa al 3,1% dal 3,2% di febbraio.
BoE sempre più nei guai
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Secondo Richard Flax, cio di Moneyfarm, c’è un aspetto che più degli altri viene messo in luce dalla rilevazione di marzo: il conflitto in Medio Oriente sta ora incidendo direttamente sui prezzi al consumo. “Sebbene il dato complessivo sia in linea con le attese”, spiega infatti il manager, “lo shock energetico continua a propagarsi nell’economia attraverso costi di trasporto più elevati e aumenti sia delle tariffe aeree sia dei beni alimentari”. E anche se il calo della componente core suggerisce un ampliamento solo parziale delle pressioni inflazionistiche di fondo, è convinzione dell’esperto che il rischio di effetti secondari resti concreto. Per gli investitori, dal suo punto di vista, la questione chiave è quindi cosa questo implichi per il percorso della politica monetaria della BoE. Con un carovita che si allontana dal target e la prospettiva di ulteriori aumenti nei prossimi mesi, la banca centrale si trova infatti a mantenere un difficile equilibrio tra il contenimento dei rincari e il sostegno a un’economia che inizia a mostrare segnali di debolezza. “La riunione del Monetary Policy Committee in programma per il 30 aprile sarà oggetto di grande attenzione”, conclude Flax, “anche se per ora l’ipotesi più probabile resta una pausa con i tassi al 3,75%”.
Danni Hewson, responsabile dell’analisi finanziaria della società di gestione AJ Bell, sottolinea invece a Reuters che lo “spettro della stagflazione” aleggerà sui membri del comitato di politica monetaria della fino a quando si riuniranno attorno al tavolo la prossima settimana. “Se non aumenteranno i tassi e l’inflazione dovesse radicarsi”, spiega, “saranno accusati di non aver agito abbastanza”. D’altro canto, prosegue, “saranno criticati per non aver fatto abbastanza a sostegno di un sistema che fatica a mantenere la stabilità qualora il Paese dovesse andare oltre una semplice fase di rallentamento e avvicinarsi alla recessione nella seconda metà dell’anno”.
Andrew Bailey, governatore della Bank of England
Proprio l’istituto guidato dal governatore AndrewBailey ha affermato nel frattempo che è ancora troppo presto per poter stabilire se l’aumento del tasso headline rischi di rendere le pressioni inflazionistiche strutturali all’interno dell’economia, poiché le prospettive di crescita debole e l’elevato livello di disoccupazione limitano la capacità dei lavoratori di chiedere aumenti salariali più consistenti e delle imprese di trasferire i maggiori costi sul consumatore finale.
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