L’economia britannica è cresciuta dello 0,5%. Ma gli occhi sono puntati sui dati di marzo, che mostreranno i primi effetti dello shock energetico su inflazione ed espansione
Non fosse per la guerra in Medio Oriente, che pesa come un macigno sulle prospettive, per il governo britannico ci sarebbe da festeggiare. L’economia di sua maestà è infatti cresciuta a febbraio, mettendo a segno un aumento del PIL dello 0,5% che ha battuto il consensus dello 0,2% Una boccata d’ossigeno per Londra, che ha appena subito dal Fondo monetario internazionale il taglio più drastico alle previsioni di espansione tra le principali economie: +0,8% nel 2026 e +1,3% nel 2027, rispettivamente lo 0,5% e lo 0,2% in meno delle precedenti stime. Il Regno Unito è infatti particolarmente vulnerabile alle conseguenze del conflitto tra USA e Iran, vista la sua forte dipendenza dalle importazioni energetiche, e deve fare ancora i conti con un’inflazione più elevata rispetto agli altri Paesi avanzati. Per questo, nonostante il risultato positivo, gli occhi sono in realtà già puntati sui dati di marzo.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
La crescita di febbraio è stata trainata dai servizi (+0,5%), in particolare dal settore delle costruzioni, che ha segnato un incremento dell’1%. Tuttavia, secondo gli analisti, le buone notizie probabilmente si fermano qui. “Il quadro economico complessivo continua a essere caratterizzato da un elevato grado di incertezza, spiega da Moneyfarm il cio Richard Flax, spiegando che a incidere sono il protrarsi del conflitto e le sue ampie ripercussioni economiche. Per l’esperto, infatti, la revisione al ribasso dell’FMI evidenzia come il Regno Unito sia particolarmente esposto agli effetti della guerra. “Tale vulnerabilità è riconducibile sia alla dipendenza dalle importazioni energetiche sia ai livelli relativamente elevati di debito pubblico”, precisa.
La BoE e il problema inflazione
Flax applica lo stesso ragionamento all’inflazione. Dopoavermostrato segnali di rallentamento nella prima parte dell’anno, infatti, il carovita è ora attesa in aumento fino a raggiungere un picco intorno al 4% nei prossimi mesi proprio in scia al balzo dell’energia. “Questo scenario rende più complesso il compito della Bank of England”, osserva, “chiamata a bilanciare l’esigenza di sostenere la crescita con il proprio mandato di riportare i prezzi verso il target”, osserva. A suo parere, la decisione di mantenere i tassi al 3,75% riflette quindi un approccio prudente: “I policymaker valutano attentamente il rischio di un intervento prematuro rispetto alla necessità di preservare la stabilità in un contesto sempre più volatile”, afferma.
“I dati mensili sul PIL sono altamente volatili e sarebbe piuttosto imprudente trarre troppe conclusioni o fare dichiarazioni generalizzate”, mette in guardia da Ebury l’head of market strategy Matthew Ryan, secondo cui marzo ha probabilmente innescato uno shock di fiducia. “Dato che febbraio rappresenta probabilmente un picco piuttosto che una tendenza”, avverte, “è probabile che il mese successivo si verifichi una stagnazione o una lieve contrazione” L’esperto fa anche notare che lo shock energetico impiegherà del tempo per ripercuotersi completamente sull’economia: la vera prova arriverà quindi dai dati del secondo trimestre, da cui emergerà un quadro molto più preciso delle conseguenze del conflitto. “Per ora prevediamo che la BoE manterrà un atteggiamento prudente in attesa di ulteriori dati sull’impatto della guerra”, conclude.
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