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Nel mondo esistono circa 58mila società quotate, ma gli investitori si interessano solo di poche centinaia. Una concentrazione che lascia scoperte vaste aree di mercato e genera anomalie valutative interessanti per chi abbia lo sguardo laterale necessario a coglierle. In una stagione storica sempre più caratterizzata dal focus su pochi titoli e stili, così recita il mantra che sta ispirando le nuove generazioni di fund manager. E a farsene portavoce sono soprattutto Massimo Baggiani e Andrea Andreis, che nel 2018 hanno deciso di lasciare Symphonia SGR per trasferirsi nel Regno Unito e dare vita a una realtà tutta loro che potesse incarnare questo nuovo modo di approcciare i mercati: Niche Asset Management, boutique finanziaria con l’obiettivo di offrire vera diversificazione. “Circa il 90% delle masse azionarie globali è allocata a large e mega cap così come a USA tech”, osserva Baggiani, “ma ciò riduce le opportunità di alpha e aumenta il rischio sistemico per i clienti”.
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Oggi Niche AM gestisce circa 1,3 miliardi di euro e sei fondi. L’offerta di Niche si distingue tra prodotti focalizzati su nicchie specifiche e con target più istituzionale (family office, fondi comuni d’investimento e gestioni patrimoniali) e altri multi-nicchia e con target più retail. Tra quelli su nicchie specifiche c’è un fondo sulla mobilità elettrica e tre veicoli “NicheJungle” focalizzati sotto aree particolari in tre diverse geografie: Giappone, Corea e Indonesia. Tra quelli multi-nicchia troviamo NEF Ethical Global Trend, un art. 9 gestito in delega per Neam e distribuito da Cassa Centrale Banca, e Pharus Asian Value Niche, distribuito da alcune private bank (Banca Patrimoni, Finint, Banca Investis). Ogni lancio è accompagnato da una documentazione molto strutturata: report tematici approfonditi, presentazioni complete e versioni sintetiche per consentire agli investitori di comprendere driver, rischi e logica di uscita. “La trasparenza”, dice Baggiani, “è parte integrante della proposta di valore della casa”.

Il cuore dell’approccio Niche è un value tematico basato sugli attivi delle società target, non solo e necessariamente sui profitti. “Ci piace la crescita degli utili ma non vogliamo pagarla”, chiarisce Andreis. L’attenzione va quindi alle aziende asset rich, spesso penalizzate perché attraversano fasi cicliche negative. “Quando gli utili sono depressi, anche gli asset vengono sottovalutati ed è lì che il mercato smette di guardare assecondando l’ossessione per l’earnings momentum”. Un approccio che vede nella pazienza la sua principale strategia di attuazione: attendere che il ciclo dei guadagni si normalizzi o che il valore degli asset venga riconosciuto, anche attraverso operazioni straordinarie. “L’asset rimane mentre l’utile è ciclico”, sintetizza Baggiani. “Il mercato spesso butta via il bambino con l’acqua sporca su un singolo trimestre negativo”, aggiunge il manager. Questa impostazione si riflette poi anche nella costruzione dei portafogli: turnover molto basso e periodi medi di detenzione intorno ai cinque anni sono infatti le caratteristiche distintive dei fondi offerti dalla casa. “Sappiamo che alcune idee richiedono tempo”, spiega Andreis, “tuttavia nel portafoglio vi saranno azioni che si trovano in fasi del ciclo diverse, alcune in ripresa, alcune nel loro inflection point, alcune ancora in difficoltà” .
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Per i due fondatori, il contesto di mercato rafforza la tesi. “Il divario di valutazione tra value e growth è tra i più ampi e duraturi della storia recente”, osserva Baggiani,: “Situazioni simili si sono viste prima dello scoppio della bolla tecnologica del 2000”. Ma oggi c’è un elemento nuovo: il peso dell’investimento passivo. “Gli ETF amplificano i vincitori e penalizzano i perdenti”, avverte Andreis, “con oltre il 50% del mercato azionario americano che è rappresentato da big tech e affini”. Da qui la convinzione che, se l’entusiasmo dovesse attenuarsi, il cambio di regime rischia di essere più violento di prima. Niche non nega però il valore dell’innovazione. “Crediamo nell’intelligenza artificiale come tema di investimento”, chiarisce ancora Baggiani, “anche se non è detto che i player di oggi siano quelli di domani”. Un punto però resta fermo, cioè che la tecnologia entra in portafoglio solo quando è supportata da asset solidi e valutazioni comprensibili: Nokia, Intel, Samsung, Canon sono esempi ricorrenti. “Se gli utili sono troppo lontani nel tempo e gli asset non offrono protezione”, ribadiscono in coro di due founder, “meglio stare fuori”.
Altro pilastro distintivo del modus operandi di Niche AM è la sostenibilità, interpretata però come strumento di controllo del rischio anziché alla stregua di una semplice etichetta. “Non investiamo per motivi etici ma perché l’ESG riduce i rischi normativi e anche quelli di governance o operativi”, spiega Andreis. L’approccio che ne risulta non può che essere dinamico e basato sull’engagement: “Non ci interessa una fotografia statica del portafoglio”, spiega Andrea Andreis, “ma la traiettoria delle aziende”. Per questo Niche ha costruito un team interno dedicato alla sostenibilità, che lavora in stretta integrazione con i gestori e partecipa al processo di investimento sin dalle fasi iniziali di analisi. Diversamente da buona parte dell’industria, “non facciamo screening passivi”, sottolinea Baggiani,. Niche esclude Paesi autocratici, quindi non investe in Cina, e settori controversi. “Non entriamo in giudizi morali”, precisa Andreis, “ma riteniamo che il rischio politico e regolamentare sia troppo elevato”.
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A differenza di molti fondi value iper-concentrati, Niche spinge la diversificazione a livelli inusuali. “Alcuni nostri portafogli arrivano a 500-600 titoli dal peso medio inferiori allo 0,4%”, spiega Baggiani, che aggiunge: “Non vogliamo che il risultato dipenda da poche scommesse”. Accanto ai prodotti più tradizionali la casa propone poi anche i cosiddetti fondi Niche Jungle. Si tratta di veicoli tematici progettati per offrire accesso a nicchie di mercato azionarie non intercettabili né dagli indici né dai fondi tradizionali, con un’impostazione che richiama per certi aspetti il private equity pur mantenendo la liquidità tipica dei fondi quotati. “Li definiamo anche progetti”, spiega Baggiani, “perché nascono con una logica industriale chiara, individuare un forte disallineamento valutativo, investirvi e uscire quando il valore viene riconosciuto”. Coerentemente con questa impostazione, ogni fondo Jungle prevede un tetto massimo di masse: raggiunto il limite, il veicolo viene chiuso a nuovi flussi per evitare problemi di liquidità, dato il focus su small e micro cap. Un secondo elemento distintivo è la presenza di target valutativi ed exit espliciti. “Quando l’arbitraggio si chiude, il fondo viene liquidato”, sottolinea Andreis. “Non restiamo investiti per inerzia”. Attualmente la gamma Jungle include fondi focalizzati su società giapponesi non coperte dal sell side, coreane orientate al mercato domestico in ottica di riunificazione e small cap indonesiane. “Sono mercati dove il livello di copertura è minimo e le inefficienze abbondano”, osserva Andreis. “Il fatto stesso che siano nicchie è spesso una conseguenza del value: il mercato non le guarda perché gli utili sono ciclicamente depressi o perché la storia è complessa”.
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