Investimenti, gli italiani preferiscono fondi comuni e prodotti pensionistici agli Etf
Capital.com: il 41% si sente sopraffatto dalle informazioni finanziarie, meno della media Ue. E solo il 9% è “molto fiducioso” nell’investire in azioni
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Diversificazione geografica, ma anche tra asset class, stili e veicoli. E soprattutto gestione attiva. Gli investitori istituzionali stanno rimodellando i portafogli a causa di un contesto caratterizzato da incertezza geopolitica e concentrazione dei mercati, e l’obiettivo è uno solo: resilienza. Lo rivela la Global Investor Insights Survey (GIIS) 2026 di Schroders, che tra aprile e maggio ha coinvolto oltre mille tra fondi pensione, compagnie assicurative, single family office, wealth manager e altri intermediari di tutto il mondo, con asset in gestione complessivi pari a 72mila miliardi di dollari. Ne emerge che l’89% degli italiani e l’85% a livello globale si attendono una maggiore volatilità nei prossimi dodici mesi.
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Le principali preoccupazioni geopolitiche al momento sono l’incertezza legata alla politica estera e al ruolo di leadership globale degli Stati Uniti (81% Italia vs 67% a livello globale) e il conflitto in Medio Oriente (66% vs 69%). Seguono lo shock sui prezzi delle materie prime e dell’energia (74% vs 53%), un rallentamento economico o una recessione (60% vs 50%) e un’ulteriore escalation geopolitica (36% vs 52%). Di conseguenza, la diversificazione (89% vs 84%) e la protezione dai ribassi/preservazione del capitale (79% vs 83%) conquistano la vetta delle priorità nella costruzione dei portafogli, mentre quasi la metà degli investitori (45% vs 47%) sta accrescendo la diversificazione geografica al di fuori degli USA.

Fonte: Schroders
In mezzo a tenta incertezza, la gestione attiva è sempre più vista come la strada migliore: il 94% degli italiani (l’85% a livello globale) è infatti convinto che possa contribuire al raggiungimento degli obiettivi di investimento nei prossimi 12-18 mesi, aiutando a cogliere opportunità di extra-rendimento, garantendo flessibilità nell’affrontare le turbolenze e gestendo il rischio di concentrazione nei mercati azionari. Non solo: significativo è anche il fatto che circa un terzo degli investitori (30% Italia vs 38% complessivo) affermi di aumentare l’esposizione alla gestione attiva proprio per ridurre il rischio di concentrazione degli indici.

Fonte: Schroders
In quest’ottica non stupisce quindi che gli ETF attivi stiano assumendo un ruolo sempre più rilevante nei portafogli. Sono infatti considerati strumenti utili per favorire la diversificazione (49%), migliorare la gestione del rischio (40% Italia vs 33% a livello globale) e implementare posizionamenti satellite o tattici (30% vs 42%). Ad attirare però sono soprattutto i costi inferiori rispetto ai fondi attivi tradizionali (72% Italia vs 70% a livello globale). Tra gli altri vantaggi figurano la liquidità infragiornaliera e la flessibilità di negoziazione (51%), una maggiore trasparenza del portafoglio (43% vs 41%) e una migliore liquidità sul mercato secondario (42% vs 43%). Inoltre, alla domanda su dove l’expertise della gestione attiva sia maggiormente valorizzata all’interno della struttura ETF, gli intervistati indicano le azioni dei mercati emergenti (55% vs 35%), le strategie tematiche o settoriali (43% vs 34%) e le azioni small e mid cap (38% vs 37%).
L’indagine evidenzia poi un approccio più olistico alle allocazioni azionarie tra mercati pubblici e privati. Circa la metà degli gatekeeper (40% vs 50%) dichiara infatti di valutare congiuntamente le opportunità offerte da public equity e private equity, anziché attraverso modelli di allocazione separati. Insomma, gli investitori stanno sempre più associando le strategie azionarie a specifici obiettivi di portafoglio, piuttosto che considerare l’equity come un unico blocco omogeneo. In particolare, quelle azionarie attive basate sui fondamentali (67% vs 71%), quelle small e mid cap (63% vs 65%), le operazioni di buyout large cap (41% vs 62%) e il private equity small-mid cap (41% vs 59%) sono considerate fondamentali per sostenere la crescita di lungo termine. Al contrario, le strategie azionarie focalizzate su dividendi o reddito (56% vs 74%e), gli approcci long/short o market neutral (31% vs 33%) e le strategie multi-asset (47% e 31%) vengono identificate come strumenti per la generazione di reddito. Nel private equity, il 47% degli italiani e il 61% a livello globale individua nelle strategie di growth capital e venture capital importanti opportunità di crescita del capitale nel lungo periodo.
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Inoltre, il 57% degli italiani (vs il 60%) che utilizzano strategie azionarie regionali o geografiche indica l’incertezza macroeconomica e geopolitica come una delle principali sfide nei processi di allocazione. Considerando l’intero spettro, le cinque asset class preferite per generare income corretto per il rischio nei prossimi 12-18 mesi risultano molto ravvicinate tra loro: esposizioni diversificate ai titoli di Stato (51% vs 38%), strategie azionarie orientate al reddito (49% vs 43%), high yield (35% vs 32%), obbligazioni societarie quotate (31% vs 35%) e credito cartolarizzato/asset-backed (24% vs 32%). Questo, rimarca lo studio, evidenzia come si stia facendo largo un approccio sempre più multi-asset e olistico alla generazione di income, andando oltre una focalizzazione esclusiva sul reddito fisso.
Anche le allocazioni al credito stanno evolvendo, con i gatekeeper alla ricerca di una combinazione più ampia di flussi di cassa, diversificazione, resilienza e opportunità di rendimento sia nei mercati pubblici sia in quelli privati. Nel credito quotato, oltre uno si due (50% vs 55%) individua nelle obbligazioni corporate investment grade una fonte affidabile di rendimento reale. Inoltre, il 44% degli italiani e il 61% in tutto il mondo identificano i bond high yield come generatori di alpha, insieme rispettivamente al 43% e al 62% che attribuiscono lo stesso ruolo al credito distressed/special situations e a un ulteriore 41% e 61% che lo riconoscono al debito dei mercati emergenti.
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Il private credit continua ad attirare l’interesse, con i portafogli che ricercano fonti diversificate di reddito e rendimento potenziale. Tra gli investitori attivi in queste asset class, il direct lending è considerato in egual misura una fonte di alpha (38% vs 44%) e di income affidabile (33% vs 44%), mentre il private credit investment grade è percepito come in grado di offrire un rendimento stabile e prevedibile (48%). Anche la resilienza del capitale emerge come un obiettivo importante per le allocazioni nel credito privato: il 31% degli italiani (vs 39%) la indica come un fattore chiave per le allocazioni nel debito immobiliare, mentre il 28% (vs 39%) la considera determinante nelle esposizioni a quello infrastrutturale.
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