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Secondo una ricerca di Invesco e Cebr, a tanto ammonta la cifra che le famiglie avrebbero potuto accumulare in più tra il 2015 e il 2025 se avessero investito metà dei risparmi annuali in azioni globali diversificate. A frenare sono percezione del rischio e sfiducia nelle proprie capacità
Rendere gli investimenti più accessibili non basta a convincere i risparmiatori a compiere il primo passo. Se infatti a diffusione degli ETF e le piattaforme hanno semplificato l’accesso ai mercati, una quota significativa delle famiglie continua a mantenere i propri risparmi in liquidità. Il nodo, secondo il rapporto ‛Turning access into action’ di Invesco e del Centre for Economics and Business Research (Cebr), è sempre meno tecnologico e sempre più comportamentale: la paura di perdere denaro e la mancanza di fiducia nelle proprie capacità possono impedire di investire anche a chi dispone delle risorse necessarie ed è interessato a farlo.
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Mancati guadagni
L’analisi, basata su un’indagine condotta su 6.000 risparmiatori e investitori che vanno dal Regno Unito alla Germania fino all’Italia, quantifica le opportunità patrimoniali mancate dai risparmiatori. E i risultati sono chiari: se tra il 2015 e il 2025 le famiglie avessero destinato metà dei risparmi annuali a un portafoglio azionario globalmente diversificato, avrebbero potuto accumulare fino a 1.160 miliardi di euro di patrimonio aggiuntivo complessivo. Per l’Italia, la stima arriva addirittura a 192 miliardi o a 96 miliardi, ipotizzando in maniera più prudente che sia stato destinato ai mercati solo un quarto delle risorse messe da parte annualmente. E nonostante si tratti di simulazioni anziché di rendimenti garantiti, con il risultato reale che dipende dall’andamento dei mercati e dalla metodologia adottata, quanto possa incidere nel lungo periodo la differenza tra la crescita dei mercati azionari e quella della liquidità risulta evidente.
Il fattore paura
L’interesse verso gli investimenti comunque non manca. Il 65% degli italiani intervistati dichiara di essere desiderosi a cimentarsi sui mercati, una quota che sale al 67% in Germania e al 71% nel Regno Unito. Eppure, l’intenzione non si traduce necessariamente in una decisione concreta. Tra i risparmiatori interessati, il 53% indica la paura come un ostacolo mentre il 40% ritiene di non avere conoscenze sufficienti e il 23% dichiara di non disporre di capitale adeguato. La percezione del rischio è ancora più diffusa: il 64% dice di non sentirsi a proprio agio con il livello di aleatorietà e il 71% considera l’incertezza legata agli eventi globali un motivo per ritenere troppo pericoloso fare il primo passo in questo momento. Risultati che mettono in discussione due spiegazioni ricorrenti dell’inattività finanziaria: la scarsa attenzione alla gestione del patrimonio e la difficoltà di accesso agli strumenti. Un elemento significativo riguarda coloro che citano la disponibilità economica: l’incertezza non è infatti circoscritta a chi ha pochi risparmi, ma i livelli più elevati di timore di perdere denaro si riscontrano anche tra le persone con redditi più alti e maggiori disponibilità liquide.
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Doppio gap di fiducia
Invesco individua due dimensioni distinte che influenzano la scelta di investire. La prima è la fiducia nelle proprie capacità: sentirsi in grado di comprendere le informazioni finanziarie, prendere decisioni autonome e affrontare eventuali errori. La seconda riguarda la fiducia nel sistema finanziario, dalle istituzioni agli operatori fino alla trasparenza delle regole e all’affidabilità dei mercati. La combinazione di questi fattori permette di distinguere quattro profili di risparmiatori. I consapevoli sono quelli che hanno la maggiore probabilità di essere investitori, con il 68% che investe e il 32% che si frena. All’estremo opposto, i disconnessi mostrano livelli bassi su entrambe le dimensioni: il 73% è costituito da risparmiatori e solo il 27% da operatori. Gli altri due profili evidenziano perché non sia sufficiente considerare la fiducia come un fattore unico: gli scettici autonomi si sentono capaci di decidere ma si fidano poco del sistema, mentre i fiduciosi insicuri si fidano delle istituzioni ma dubitano delle proprie competenze. Le differenze più rilevanti, sottolinea il rapporto, non dipendono necessariamente da fattori come l’età o il genere ma dalle convinzioni maturate e dalle esperienze personali. Anche la familiarità con gli investimenti tra le mura domestiche può fare la differenza, come dimostra il fatto che il 15% dei proattivi sia cresciuto in un contesto in cui qualcuno operava in borsa.
Più informazioni non sempre aiutano
Le implicazioni per gli operatori finanziari riguardano il modo in cui prodotti e servizi vengono presentati. App più intuitive, costi contenuti e maggiore disponibilità di materiale educativo hanno infatti contribuito ad ampliare l’accesso ma non risolvono necessariamente l’insicurezza di chi teme di commettere errori. Il rapporto suggerisce quindi di superare l’approccio uniforme, calibrando il supporto sulle barriere specifiche. Chi teme la complessità può beneficiare di un percorso guidato, con poche alternative chiare e un impegno iniziale limitato. Chi nutre dubbi sull’affidabilità degli operatori ha invece bisogno soprattutto di trasparenza, spiegazioni equilibrate e rassicurazioni credibili. Anche il messaggio utilizzato per promuovere gli investimenti conta: per coloro che hanno poca fiducia nelle proprie capacità, puntare sui rendimenti potenziali può risultare meno efficace di spiegare come affrontare il rischio e proteggere il patrimonio dall’inflazione. “Non si tratta di minimizzare le possibili perdite”, viene chiarito nel report, “ma di aiutare il risparmiatore a comprendere la natura dell’investimento e le conseguenze delle diverse scelte”.
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Obiettivi personali, non soltanto piattaforme
Le motivazioni di chi ha già iniziato a investire confermano il peso degli obiettivi individuali. La ragione più citata è la volontà di far crescere il patrimonio nel tempo, indicata dal 34% degli intervistati come motivazione con cui si dichiara pienamente d’accordo. Seguono la ricerca di maggiore sicurezza economica durante la pensione, al 28%, e il raggiungimento di obiettivi finanziari di lungo periodo, al 24%. La facilità d’uso e la consulenza professionale hanno avuto un peso inferiore tra le motivazioni dichiarate per iniziare, rispettivamente al 15,2% e al 14,6%. Per il settore, il risultato indica che la crescita futura potrebbe dipendere meno dall’acquisizione di nuovi clienti e più dalla capacità di accompagnare chi è già interessato, ma continua a mantenere i propri risparmi in liquidità. In Italia, dove il ricorso ai consulenti finanziari è più diffuso rispetto agli altri due Paesi analizzati, il 45% dei risparmiatori cita il professionista come fonte d’informazione e il 25% come elemento che può aiutarlo a passare all’azione. È il dato più alto tra Regno Unito, Germania e Italia.
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