Il presidente USA annuncia tariffe del 30% sui prodotti del Vecchio Continente dal primo agosto ma apre al dialogo. Von der Leyen: “Ok a negoziare, ma abbiamo le armi per rispondere”. Intanto i mercati restano tiepidi. Per i gestori, è l’ennesimo bluff
Nuovo capitolo della guerra commerciale di Donald Trump. Nel fine settimana il presidente americano ha annunciato l’imposizione dal 1º agosto di dazi fino al 30% su beni dell’Unione Europea e del Messico, oltre a tariffe del 50% su merci brasiliane e altre merci come rame o farmaci. Una notizia, accompagnata dall’invio della ormai consuete lettere, che ha subito scatenato il dibattito all’interno dell’Eurozona su come reagire. Ma se i 27 sono divisa tra chi preme per una risposta comune e chi preferirebbe procedere in ordine sparso, gestori e mercati non hanno dubbi: quello del presidente USA è l’ennesimo bluff.
La lettera inviata da Trump preannuncia dazi al 30% sull’export europeo dal primo agosto e avvisa che, nel caso di un’eventuale risposta ritorsiva da parte di Bruxelles, il presidente USA pronto ad aumentarli della stessa percentuale. Ma il tycoon ha anche lasciato aperto uno spiraglio di trattativa, ipotizzando modifiche nei confronti dell’UE se “desiderate aprire i vostri mercati commerciali agli Stati Uniti ed eliminare le vostre politiche tariffarie e non tariffarie e le barriere commerciali. Stesso trattamento per il Messico, diventato il principale partner commerciale degli States: tariffe al 30%, comunque meno del 35% preannunciato per il Canada, nonostante il menzionato traffico di Fentanyl sia ben superiore al confine sud.
Mercati tiepidi
La notizia non sembra aver turbato particolarmente i mercati, che ormai hanno fatto il callo alle intemerate del leader repubblicano e sembrano ora più concentrati sulle sue misure fiscali. A due ore dall’apertura il dollaro si mostrava tonico sull’euro e guadagnava lo 0,3% a 1,165. In calo sul biglietto verde anche la sterlina, a 1,3466, e il franco svizzero, a 1,2541. Poco mosso il prezzo dell’oro, che si aggirava sui 3,357 dollari l’oncia. Incolori le borse asiatiche, con Tokyo che ha chiuso a -0,2% e Hong Kong in rialzo dello 0,4%. Le piazze europee hanno invece aperto con cali più marcati: Milano ha ceduto l’1%, con i titoli di aziende esportatrici come Moncler e Brunello Cucinelli tra i peggiori, mentre Francoforte viaggiava in flessione dello 0,9% e Parigi dello 0,6%
L’UE prende tempo. Ma si valuta una stretta sull’export
Intanto i 27 si sono riuniti nelle figure dei propri ambasciatori tra sabato e domenica per capire come rispondere alla nuova bordata arrivata da Washington. “Possiamo rispondere con contromisure se necessario”, ha detto a conclusione del summit la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha però tenuto a ribadire come il blocco sia sempre stato molto chiaro sul fatto di “preferire una soluzione negoziata”. “Utilizzeremo il tempo che abbiamo fino alla scadenza”, ha concluso, facendo capire che le intenzione sono quelle di provare a tenere aperto un canale di dialogo nelle prossime due settimane e cercare di andare incontro alla richieste del tycoon. Ma accanto alla decisione di prorogare la scadenza della controffensiva da 21 miliardi sui dazi USA all’acciaio e alluminio europeo, così come quelle per circa 72 miliardi concepite in riposto alle tariffe ‘universali’, l’esecutivo comunitario avrebbe anche incassato il supporto dei diplomatici per un terzo pacchetto di interventi relativo alla restrizione delle esportazioni su determinati beni. Uno degli esempi più rilevanti sarebbe quello di limitare l’export dei rottami di alluminio.
Portafogli, per i gestori meglio non cadere nel bluff
Quanto all’aggiustamento dei portafogli, i gestori condividono l’idea che si tratti di molto rumore per nulla. Per gli analisti di Unicredit, ad esempio, l’annuncio non è altro che un bluff del presidente americano per prendere tempo e contemporaneamente conquistare il sostegno politico interno del Paese. “Se avesse davvero voluto fissare i dazi ai livelli annunciati nelle lettere”, spiegano dalla banca, “non ne avrebbe ritardato l’attuazione all’inizio di agosto”. Da qui la convinzione che ci si debba attendere per la fine dell’anno tariffe attorno al 10% sulle merci europee, anche se “è aumentato il rischio che l’aliquota finale possa attestarsi tra il 10% e il 20%”. Diverso il caso della Cina, che probabilmente dovrà affrontare un’imposta minima più elevata. Gli esperti consigliano dunque di mantenere i nervi saldi e puntare sui titoli di Stato europei di qualità a scapito dei Treasury USA, per i quali si profila un ulteriore irripidimento della curva dei rendimenti. “Nei nostri portafogli azionari continuiamo a perseguire un approccio globale”, spiegano, “combinando la tecnologica americana con le buone valutazione europee e il potenziale di crescite della azioni dei mercati emergenti”.
Della stessa opinione gli esperti di Barclays, anche se con alcune differenze di view rispetto a come evolverà la partita tra USA ed Europa. “Pur non escludendo la possibilità che si possa ancora raggiungere un accordo provvisorio entro il primo agosto per mantenere la tariffa media sulla maggior parte dei beni dell’Ue al 10%”, spiegano, “riteniamo maggiormente probabile che la tariffa aumenti dal 10% ma resti al di sotto del 30%. “Ci aspettiamo inoltre”, aggiungono, “che vengano annunciate altre imposte settoriali”.
Secondo Flossbach Von Storch, la scarsa reazione dei mercati è da imputarsi a un fattore diverso: la politica tariffaria americana non è più la principale preoccupazione per gli investitori. “Questo è particolarmente vero per il mercato azionario americano”, spiegano gli analisti della casa tedesca, “dove un ristretto gruppo di grandi aziende tecnologiche detta il ritmo e guida la performance degli indici”. Si tratta infatti di compagnie per le quali la traiettoria degli affari e i piani di investimento sono solo marginalmente influenzati dalle vicende USA, sostengono, a patto che l’UE non imponga dazi di ritorsione sui servizi. Ciò che per la società sta diventando il vero catalizzatore sono piuttosto la trasformazione digitale guidata dall’IA e le opportunità che ne derivano, tendenza che si riflette anche nelle previsioni sugli utili per le aziende americane, con tassi di crescita superiori al 12% attesi sia per quest’anno che per il prossimo.
Gordon Shannon, gestore di portafogli della boutique di Vontobel TwentyFour Asset Management
Diversa la view di Gordon Shannon, gestore di portafogli della boutique di Vontobel TwentyFour Asset Management. “Se i dazi al 30% sull’UE annunciati da Trump verranno mantenuti”, spiega, “le conseguenze saranno dolorose”. L’UE parla di coinvolgere e coordinarsi con altre nazioni colpite dalle tariffe, il che significa ritorsioni con il potenziale di un’ulteriore escalation. Con le tariffe al 30% per l’Europa si prospetta il rischio recessione piuttosto che una crescita fiacca il prossimo anno. Ci aspettiamo politiche di supporto fiscale da parte dei governi europei, ma anche in questo caso l’inflazione rischia di diminuire e la BCE potrebbe allentare la politica monetaria. Le voci secondo cui la BCE avrebbe raggiunto il tasso terminale del 2% sembrano premature e, a seconda del grado di escalation, ci aspettiamo che il tasso overnight scenda all’1%. Tuttavia, i mercati degli swap non hanno ancora scontato appieno le implicazioni per la BCE, che attualmente prevede solo un ulteriore taglio di 25 punti base nei prossimi 12 mesi. Piuttosto che compiacimento, riteniamo che questo rappresenti l’unico lato positivo della situazione: la speranza TACO. Anche se non siamo lontani dal 1° agosto, data di entrata in vigore dei dazi, Trump si aspetta chiaramente l’avvio di negoziati e ha dimostrato di avere una propensione limitata alla volatilità dei mercati.
Dai mercato un possibile via libera a Trump
Alexis Bienvenu, fund manager di La Financière de L’Echiquier
La stessa interpretazione viene data da La Financière de L’Echiquier. “L’esperienza dello scorso aprile con l’annuncio dei dazi reciproci ha dimostrato che persino le misure più enfatiche possono essere ritirate il giorno dopo o posticipate a data da destinarsi”, afferma il fund manager Alexis Bienvenu, che aggiunge: “Gli investitori badano ormai poco alle dichiarazioni presidenziali, come conferma l’arretramento di pochi punti percentuali registrato dal mercato brasiliano dopo l’annuncio di dazi al 50%”. Un’altra spiegazione della scarsa reattività delle Borse, secondo Bienvenu, è che il mercato ha trovato i suoi riferimenti e si sta organizzando in questo caos grazie alla fiducia nella capacità delle imprese di riorganizzare gli approvvigionamenti o compensare i costi aggiuntivi. Uno scenario che però, sottolinea l’esperto, ha anche un risvolto negativo: “Se ora gli investitori non dovessero arretrare più in modo significativo di fronte all’annuncio di nuove politiche protezionistiche, chi potrebbe più dissuadere il presidente americano?”
In un tale scenario, Unicredit ritiene che anche le politiche monetarie della BCE e della Fed non dovrebbero subire particolari operazioni: una convinzione che si traduce nella previsione di un ulteriore taglio entro la fine dell’anno da parte di entrambe. Tuttavia, per la banca, non sono da sottovalutare i rischi che potrebbero comportare uno scenario più complesso. In primis la volatilità del mercato e poi le tensioni tra Washington e i partner commerciali. “Il nostro attuale approccio di asset allocation tiene già conto di un contesto di politica fiscale e commerciale statunitense altamente volatile e dunque rimaniamo fedeli alla nostra strategia sui titoli di Stato euro quality carry e su un approccio globale sulle azioni”, affermano dall’istituto. L’elevata incertezza sull’esito dei negoziati ha convinto che Barclays a modificare le stime già espresse nella precedente rilevazione: “Vediamo una pausa della BCE nella riunione di luglio, seguita da due tagli dei tassi di 25 punti base alle riunioni di settembre e dicembre”.
Ma intanto il dollaro cambia passo
Sul mercato valutario si sono invece soffermati gli analisti di Ebury, che hanno osservato come le divise dei Paesi G10 si stiano mantenendo in intervalli ristretti tra loro. “E’ notevole che la reazione del mercato sia quella di ignorare la notizia dei dazi o addirittura di sostenere il dollaro”, afferma, riconoscendo che si tratta di un netto cambiamento rispetto alla risposta iniziale al Liberation Day di aprile. “Solo il mercato dei titoli del Tesoro statunitense continua a inviare segnali inquietanti”, precisano, con le obbligazioni a lungo termine che subiscono vendite dopo l’approvazione della legge di bilancio di bilancio e in scia alla prospettiva di un aumento del deficit.
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