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È la minore crescita che potrebbe registrare l’Eurozona tra il 2022 e il 2023. Senza contare l’effetto dell’inflazione e del cambio di rotta di politica monetaria delle banche centrali. L’intervista al capo economista di Intesa Sanpaolo
Gregorio De Felice, head of research e chief economist di IntesaSanpaolo
L’economia dell’area euro è fortemente a rischio. Sul Vecchio Continente pesa come un macigno la guerra scoppiata al culmine delle tensioni tra Russia e Ucraina, che potrebbe avere un effetto devastante, soprattutto considerando la forte dipendenza dell’Unione dalle forniture russe di gas naturale (il prezzo del gas, così come quello del petrolio e di altre materie prime, è schizzato alle stelle all’indomani dell’attacco lanciato dalla Russia).
“Le stime circa l’impatto della crisi Ucraina dipendono dall’evoluzione dello scenario – argomenta Gregorio De Felice, head of research e chief economist di IntesaSanpaolo – A seconda della durata e dell’intensità della crisi, le ripercussioni sull’economia dell’area euro rischiano di essere davvero rilevanti. In particolare, sulla crescita del Pil dell’Eurozona potremmo avere un impatto negativo dello 0,6-1,1% per quest’anno e fino allo 0,9% nel 2023. In valore assoluto, si rischia una minore crescita tra gli 80 e i 230 miliardi di euro. È un impatto economico ben superiore a quello provocato dalle sanzioni commerciali con la Russia in vigore dal 2014”.
Ma c’è un altro rischio all’orizzonte, fino a oggi sottovalutato. Un’inflazione tutt’altro che temporanea. E tra aumento del costo della vita e possibile rialzo dei tassi, lo scenario di una ripresa dei consumi post-Covid sembra allontanarsi piano piano. Con quali effetti sull’economia reale?
L’inflazione ha un duplice effetto sulla crescita: uno diretto e uno indiretto. Il primo riguarda l’erosione del potere d’acquisto di salari e stipendi. Qualcosa di simile avviene a scapito dei risparmiatori per la componente detenuta in attività liquide con rendimenti pari a zero. Una inflazione in crescita, inoltre, modifica in senso restrittivo l’orientamento delle politiche monetarie: meno stimoli e progressivo rialzo dei tassi di interesse esercitano un effetto negativo sulla crescita.
Le banche centrali sembrano già pronte a intervenire sui tassi. Un cambio di rotta che sta alimentando i timori di una nuova crisi del debito. È un rischio reale?
Innanzitutto, va detto che la Bce opererà con molta più gradualità rispetto alla Fed, perché in Europa non osserviamo quella spirale prezzi-salari così evidente negli Usa. Da noi il mercato del lavoro è meno flessibile, la disoccupazione più elevata e non si sta verificando una riduzione della partecipazione al mercato del lavoro. Rispetto al 2011, poi, le condizioni dell’economia italiana sono molto cambiate: la crescita del Pil è più alta, il costo medio del debito è più basso (2% contro il 4%) e gli investitori esteri detengono una quota minore di debito. Inoltre, l’industria manifatturiera e il sistema bancario sono più resilienti.
L’economia italiana, che grazie al Pnrr avrebbe dovuto guidare la ripresa dell’Europa, è a rischio. E il colpevole è ancora da ricercare nell’inflazione, che ha fatto schizzare i costi stimati inizialmente per la realizzazione dei progetti legati al Pnrr. Come vede il futuro dell’Italia e cosa potrebbe succedere se il Pnrr dovesse arenarsi?
Il rincaro delle materie prime ha certamente un effetto sul costo dei progetti legati al Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr). Ma il Governo ha dichiarato che questo maggior onere non ricadrà sulle imprese e che i progetti andranno avanti. L’Italia ha un’occasione unica non solo per garantirsi ingenti flussi di investimento finanziati dall’Europa ma anche per ammodernare il suo sistema economico, migliorare la produttività e far salire la crescita. Non può sprecarla.
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