Il governatore: con il blocco del gas russo, Pil giù di due punti nel 2022-2023. Altro debito pubblico solo per emergenze. Inflazione record: no a rincorse prezzi-salari e stop ai tassi negativi
Tanti contenuti, con al centro il più grande di tutti: la guerra. E un richiamo alle imprese che fanno poco ricorso al mercato dei capitali, facendo sì che l’Italia resti indietro rispetto agli altri Paesi Ue per la quota di risparmio gestito dai fondi che va a finanziare il tessuto economico nazionale. Nelle sue Considerazioni finali, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, non lascia indietro nessun problema del difficile contesto attuale e, in particolare, raccomanda al governo di evitare “una vana rincorsa fra prezzi e salari” di fronte all’aumento dell’inflazione.
Con una guerra lunga due punti di Pil in meno nel biennio. Non fermare la globalizzazione
Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia
Il numero uno di via Nazionale apre e chiude il suo discorso annuale con l’inevitabile argomento della guerra Russia-Ucraina. E lo fa con una netta e totale condanna del conflitto e con l’invito a mantenere il dialogo. Inevitabile però la stima dei danni: “Se la guerra dovesse sfociare in interruzione delle forniture di gas russo, il Pil potrebbe ridursi nella media del biennio”, spiega. Un avvertimento che arriva proprio mentre l’Istat pubblica i dati del primo trimestre 2022 che, migliori della precedente stima del 29 aprile, spostano un po’ più in là lo spettro recessione: l’Italia è cresciuta dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti e del 6,2% nei confronti dello stesso periodo del 2021.
Ma Visco mette in guardia anche da un altro pericolo, quello derivante da un divisione del mondo in blocchi, che “rischierebbe di compromettere i meccanismi che hanno stimolato la crescita e ridotto la povertà a livello globale”, colpendo specialmente i Paesi più deboli e pesando sulle sfide globali, dal clima alla lotta alla povertà, al contrasto alle pandemie.
Evitare una rincorsa prezzi-salari. Abbandonare i tassi negativi
Intanto, l’economia italiana deve fare i conti con l’alta inflazione. Contestualmente al discorso di Visco, l’Istat ha reso noto chei prezzi sono tornati a crescere a maggio, facendo registrare un aumento dell’indice dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua. Il top da marzo 1986. Stesso discorso per l’Eurozona dove, stando all’Eurostat, il tasso medio d’inflazione è arrivato a toccare l’8,1%, livello mai raggiunto da quando è stata creata l’Unione monetaria.
“L’aumento dei prezzi delle materie prime importate è una tassa ineludibile per il Paese”, sottolinea il governatore Visco, precisando che “l’azione pubblica può ridistribuirne gli effetti tra famiglie, fattori di produzione, generazioni presenti e future; non può annullarne l’impatto d’insieme”. In particolare è da evitare, scandisce Visco, “una vana rincorsa fra prezzi e salari”, mentre sarebbero opportuni “interventi di bilancio di natura temporanea e calibrati con attenzione alle finanze pubbliche” per contenere i rincari delle bollette energetiche e sostenere il reddito delle famiglie.
Inevitabile quindi il riferimento ai tassi. “Scongiurato il rischio di deflazione e superato l’impatto della pandemia sulla domanda finale, non vi sono più preclusioni all’abbandono della politica di tassi ufficiali negativi”, dice.
Debito solo per emergenze. Il Pnrr non basta: attuare le riforme
Tanti poi i messaggi per il governo Draghi. Il primo riguarda il debito pubblico, la cui entità “espone la nostra economia ad ampi rischi, inclusi quelli connessi con la volatilità dei mercati”. Per questo Visco avverteche “il ricorso al debito per finanziare nuovi programmi pubblici, tranne per quanto necessario per fare fronte a situazioni di reale emergenza, va evitato”.
“Vi sono solide ragioni per avviare anche forme di gestione comune di una parte dei debiti nazionali emessi in passato, ad esempio, la componente riconducibile all’emergenza pandemica, attraverso un fondo europeo che acquisisca, finanziandosi sul mercato, una quota dei titoli pubblici esistenti”, aggiunge il governatore, secondo cui un tale passo rafforzerebbe ulteriormente la stabilità dell’area nel suo complesso e contribuirebbe alla creazione di un mercato delle obbligazioni pubbliche sovranazionali di spessore e liquidità adeguati, con riflessi positivi anche nella prospettiva del completamento dell’unione bancaria e di quella del mercato dei capitali.
Quanto al Pnrr, questo “offre la possibilità di colmare in tempi non lunghi parte dei ritardi accumulati”, ma non basta. È necessario, evidenzia il numero uno di Bankitalia, andare avanti con “importanti riforme da attuare, come quella della tassazione, e risorse che il bilancio nazionale destina a programmi di spesa con obiettivi affini”. In particolare sul fisco serve una riforma organica, no ai singoli interventi.
Poco risparmio alle imprese
Arrivando al tema del risparmio, Visco segnala come sia appunto ancora troppo bassa la quota di risparmio italiano gestito dai fondi comuni impiegata per finanziare le imprese nazionali. Ma la crescita della “finanza non bancaria deve avvenire in condizioni di stabilità”, puntualizza, precisando quindi che “i rischi degli investimenti finanziari non possono essere annullati ma devono essere meglio compresi dai risparmiatori”.
Il governatore ricorda anche come i fondi gestiscano 1300 miliardi contro i 1400 miliardi di depositi bancari ma solo il 5% è investito in titoli di imprese nazionali contro il 34% della Francia e il 14% di Germania. Una condizione dovuta alla piccola dimensione delle nostre aziende che “meno ricorrono al mercato dei capitali”.
Banche medio-piccole più a rischio
Infine le banche. La situazione italiana è “complessivamente non negativa” ma il conflitto in Ucraina e i problemi di approvvigionamento delle materie prime che causano un rallentamento del Pil consigliano di “operare con prudenza” sulla classificazione dei prestiti, accantonamenti e distribuzione degli utili, mette in guardia il governatore. Conseguenze “di rilievo”, infatti, potrebbero esserci per le banche più tradizionali specie le medio piccole i cui vertici “devono agire senza ritardi anche sul fronte di possibili aggregazioni” per minimizzare il rischio di crisi.
Quanto alle esposizioni dirette verso controparti residenti in Russia, Bielorussia e Ucraina concentrate presso i due maggiori gruppi (Unicredit e Intesa Sanpaolo, ndr.), queste sono “contenute”, ma gli effetti indiretti della guerra restano difficili da valutare. “L’esposizione delle banche nei confronti di quelle aziende che operano nei settori più colpiti dai rincari non è trascurabile, anche se va rilevato che in media la loro probabilità di insolvenza segnalata prima della guerra dagli intermediari era inferiore a quella delle società degli altri comparti”, conclude Visco.
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