Investimenti, gli italiani preferiscono fondi comuni e prodotti pensionistici agli ETF
Capital.com: il 41% si sente sopraffatto dalle informazioni finanziarie, meno della media Ue. E solo il 9% è “molto fiducioso” nell’investire in azioni
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L’interesse e l’esposizione degli investitori europei verso i cripto asset è in costante aumento, ma la maggior parte degli impieghi resta ancora del tutto invisibile a chi amministra i portafogli. Tanto che un consulente finanziario del Vecchio Continente su quattro segnala infatti un consistente ‘divario di gestione’. E’ questa la principale evidenza del report ‘European Wealth Management & Digital Asset’ di CoinShares, stando al quale il mercato italiano si distingue in positivo. Un altro dato particolarmente significativo, comune a tutto il continente, è che uno su dieci tra chi raccomanda più attivamente la diversificazione in asset digital riscontra un successivo divario di gestione superiore al 50%. Con oltre la metà di quanto investito dai clienti completamente secretato.
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Il sondaggio ha raccolto il parere di 261 professionisti attivi oltre che in Italia anche in Francia, Germania Svizzera e Regno Unito. Quello che ne è emerso, rispetto alle ragioni sottostanti il fenomeno, è piuttosto chiaro. Secondo il 61% degli intervistati, la causa va cioè ricercata nei vincoli strutturali restrittivi applicati dalle stesse case di gestione e consulenza agli asset digitali. Nelle realtà che dimostrano un’accessibilità maggiore la raccomandazione proattiva degli advisor agli investimenti cripto sale infatti fino al 48%, con un divario di gestione che si riduce al 4%, mentre le quote raggiungono rispettivamente l’1% e il 34% in caso di esposizione limitata o bloccata. Insomma, sottolinea lo studio, a incidere non sono le scelte di allocazione individuali ma la concreta possibilità di puntare sul segmento attraverso i canali offerti dall’industria. Una tendenza che, secondo il ceo e fondatore di CoinShares, Jean-Marie Mognetti, va “considerata attentamente” e “può inficiare quel rapporto fiduciario sul quale occorrerebbe invece lavorare concretamente”.
In questo contesto, il panel di professionisti della consulenza intervistato ha indicato nella maggiore regolamentazione degli asset digitali (45%) e nell’accesso agli ETP (43%) da parte delle case prodotto i catalizzatori che potrebbero aumentare concretamente le possibilità di accesso e le possibilità di gestire proattivamente questo genere di investimenti. Al tempo stesso, sottolinea l’indagine, alcuni importanti cambiamenti stanno già emergendo: il 1° luglio 2026 si concluderà l’iter di transizione verso il MiCA, con l’istituzione di un unico mercato europeo regolamentato per i digital asset. In Francia, inoltre, l’Amf ha avviato una revisione per stabilire quali attivi possano essere ammessi negli Oicvm mentre la Fca britannica ha proposto di consentire ai fondi autorizzati di detenere fino al 10% in ETN su criptovalute. Secondo la survey, quindi, nei prossimi 12-24 mesi le società di gestione e consulenza assumeranno un atteggiamento sempre più aperto verso questo genere di soluzioni e favoriranno un ulteriore riduzione del divario di gestione.
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Se nel Regno Unito la quota di consulenti che non ha visibilità sugli investimenti cripto dei propri clienti sale al 50%, il mercato italiano offre invece un’indicazione concreta su come il problema possa essere affrontato. Il fenomeno del cosiddetto ‘portafoglio silente’ esiste anche da noi, tanto che il 55% dei professionisti opera in contesti che limitano il dialogo sull’argomento, ma il rapporto diretto e continuativo con gli investitori proprio delle modello distributivo della rete di consulenza riesce a contenerne gli effetti in modo significativo. Solo il 12% segnala infatti un divario di gestione superiore al 50%, il dato più basso tra i cinque Paesi analizzati.
L’Italia dimostra insomma che quando i consulenti riescono a intercettare la domanda, e possono gestirla operativamente, questa si converte in esposizione monitorata e integrata in un contesto professionale anziché confluire silenziosamente in exchange e piattaforme non presidiate. Il 15% degli advisor tricolori raccomanda infatti attivamente gli asset digitali, la quota più alta d’Europa: non perché il mercato sia privo di vincoli, ma perché il modello relazionale diretto consente di agire anche negli spazi disponibili.
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Sul fronte dei catalizzatori, il nostro mercato risulta quello maggiormente orientato al prodotto: il 55% indica l’accesso agli ETP come leva principale, con una netta preferenza per gli strumenti a singolo asset (57%) e un’attenzione all’ampiezza di gamma dell’emittente (31%) che riflette la necessità di servire profili eterogenei. L’Italia, secondo CoinShares, non rappresenta quindi un’eccezione che smentisce il problema europeo ma la dimostrazione che i risultati si vedono proprio dove la consulenza professionale riesce ad agire. “Quando i consulenti operano in condizioni di accessibilità agli asset cripto”, recita l’analisi, “le scelte sono determinate per il 73% da solidità, competenza e track-record degli emittenti”. Poi conclude: “Con gli ETP regolamentati che rappresentano le soluzioni preferite in tutte e cinque le regioni esaminate”.
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