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Nonostante il nuovo sell-off, gli esperti frenano: per la maggior parte dei Paesi dell’Area non c’è un reale incremento del rischio sovrano. Parigi e Roma le più vulnerabili
Per i mercati obbligazionari si è chiusa un’altra settimana di passione. L’aumento del petrolio e l’attesa di politiche monetarie più restrittive hanno infatti contribuito a replicare un film già visto nell’ultimo periodo: un violento sell-off che ha portato i rendimenti dei Treasury a toccare nuovi massimi pluridecennali e quelli dei titoli di Stato dell’Eurozona a salire ai livelli più alti dai tempi della crisi del debito sovrano del 2011. A rasserenare gli animi non è bastato il lieve rintracciamento di venerdì: l’aria resta quella di una tempesta perfetta in grado di fare parecchi danni. In mezzo al pessimismo generalizzato, gli esperti di Oxford Economics provano però a dare una lettura degli eventi più cauta: a loro giudizio, il balzo è legato al contesto e non a un reale incremento del rischio sovrano. Anche se non mancano alcuni sorvegliati speciali come Francia e Italia.
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Cosa ha scatenato il sell-off
Alla base di una delle ondate di vendite più violente degli ultimi anni ci sono stati soprattutto i dati macro. Gli indici Pmi migliori delle attese sia negli Stati Uniti che nel Vecchio Continente hanno infatti azzerato le previsioni di un rallentamento stagflazionistico, spingendo gli investitori a rivedere al rialzo le aspettative sui tassi. Il resto l’hanno fatto il rincaro del petrolio, che ha alimentato i timori per il carovita, e un contesto fiscale sempre più sotto osservazione. USA a parte, nel Vecchio Continente è soprattutto la Francia a essere nel mirino dei mercati. Sul Paese pesa il rischio di frammentazione parlamentare in vista delle presidenziali di aprile, che ha contribuito a portare lo spread Oat-Bund sopra i 110 punti.
Balzo temporaneo
Secondo l’analisi di Oxford Economics firmata da Ricardo Amaro e Daniel Kral, il recente balzo dei rendimenti è da considerarsi in gran parte temporaneo per la maggior parte dei Paesi dell’Eurozona. È infatti “dovuto soprattutto a una revisione delle aspettative sulla risposta delle banche centrali all’impennata dei prezzi energetici”, non a un reale deterioramento della sostenibilità del debito. Grazie anche alla lunga scadenza media ponderata dei titoli di Stato, gli esperti credono quindi che l’aumento del costo del servizio delle passività si rivelerà graduale e si concentrerà soprattutto nella parte finale del periodo.
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Parigi e Roma sotto la lente
Le eccezioni principali restano Parigi e, “in misura minore”, Roma. Nello scenario peggiore ipotizzato dallo studio, entrambi i Paesi dovrebbero irrigidire la politica fiscale per oltre un punto percentuale di Pil al fine di compensare un aumento persistente dei costi per interessi. Al contrario, Spagna e Portogallo appaiono in una posizione più solida per reggere l’urto di tassi più elevati. Nell’ipotesi più severa considerata da Oxford Economics per la Penisola, cioè quella con rendimenti tedeschi superiori di 50 punti base rispetto ai livelli attuali, il deficit tricolore non registrerebbe quasi nessun miglioramento nel prossimo decennio. E il debito pubblico tornerebbe a salire. In questo caso, la spesa per interessi arriverebbe al 12% delle entrate pubbliche nel 2035 per poi aumentare ancora al 14% nel decennio successivo. Per i francesi il quadro sarebbe persino peggiore, complice un deficit di partenza più elevato. Il rapporto debito-Pil transalpino, è l’avviso, comincerebbe a salire rapidamente subito dopo lo shock fino a superare quello italiano a metà degli anni 40.
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Nessuna crisi del debito, ma resta un rischio di coda
Oxford Economics precisa comunque che, al momento, i mercati non stanno prezzando una nuova crisi del debito sovrano. “I credit default swap restano su livelli contenuti e le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito non hanno guidato i recenti movimenti”, si legge. Una crisi resta dunque, secondo gli analisti, confinata alla dimensione del “rischio di coda”. Tuttavia, mettono in guardia, un improvviso deterioramento delle prospettive fiscali di questo o quel Paese potrebbe comunque minare la fiducia degli investitori.
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