Per il fondatore di Bridgewater Associates, l’intelligenza artificiale può produrre guadagni di produttività senza precedenti. Ma rischia anche di alimentare eccessi finanziari e concentrare ulteriormente la ricchezza. Un’ambivalenza che pone un nuovo interrogativo: come distribuirne i benefici
Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates
L’intelligenza artificiale può essere contemporaneamente una delle più grandi rivoluzioni produttive della storia e una delle prossime grandi bolle finanziarie. È la tesi di Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, secondo cui ottimisti e pessimisti sull’AI hanno entrambi parzialmente ragione. In un recente intervento video per World Economic Forum, l’uomo d’affari ha infatti affermato che la tecnologia può cambiare radicalmente la capacità dell’economia di produrre ma che proprio le aspettative sui suoi effetti rischiano di spingere le valutazioni oltre livelli sostenibili e favorire ulteriore concentrazione della ricchezza. Un’ambivalenza destinata a spostare il dibattito da quanto cresceranno gli algoritmi a chi ne beneficerà davvero.
“Sarà una delle più grandi forze in grado di aumentare la produttività e cambiare il mondo”, sono state le parole di Dalio, “ma anche una bolla che avrà effetti devastanti su molte persone quando si svilupperà e poi si sgonfierà”. Il ragionamento dell’investitore parte da un meccanismo già osservato nei grandi cicli tecnologici: quando un’innovazione promette di trasformare l’economia, il capitale tende ad affluire rapidamente verso le opportunità che sembrano più esposte al cambiamento. L’entusiasmo può così alimentare nuovi investimenti, insieme a maggiore ricorso al debito e a valutazioni crescenti, finendo per trasformare una rivoluzione reale in un fenomeno speculativo. Il riferimento più immediato è la bolla dot-com del 1999, quando il Nasdaq guadagnò l’86% prima di perdere il 77% dal picco all’ottobre 2002. “Una correzione che cancellò trilioni di dollari di capitalizzazione”, ha sottolineato il fondatore di Bridgewater, “ma non ha impedito a Internet di diventare imporsi come infrastruttura fondamentale dell’economia”. Il precedente suggerisce quindi una distinzione importante: una bolla può svilupparsi attorno a una tecnologia anche se questa è realmente trasformativa.
Concentrazione della ricchezza
Per Dalio, però, la possibile bolla finanziaria non è l’unica conseguenza da considerare. L’altra grande incognita riguarda la distribuzione dei guadagni di produttività. Il ragionamento è semplice: chi possiede il capitale necessario per sviluppare e applicare l’AI può infatti appropriarsi di una quota significativa del valore creato dalla tecnologia. “Le persone che elaborano grandi idee per inventare cose produttive ricevono capitale che permette loro di farlo e questo produce grandi differenze di ricchezza”, ha osservato il guru. Il problema, nella sua lettura, è dunque che un’innovazione capace di aumentare enormemente l’output a parità di lavoro può non tradursi automaticamente in un beneficio proporzionale per la maggioranza della popolazione. Esattamente il tema che lo stesso WEF ha inserito tra le principali minacce associate alla diffusione degli algoritmi, ipotizzando nel suo Global Risks Report 2026 che una crescita della produttività accompagnata da maggiore disoccupazione possa accentuare la polarizzazione economica.
È quindi la distribuzione del valore, più ancora della capacità tecnologica, a diventare il punto centrale della riflessione di Dalio. Perché l’AI può creare più benessere senza necessariamente distribuirlo in modo più uniforme. E questo apre una questione che riguarda direttamente anche i mercati: chi controlla le infrastrutture, il capitale e le imprese in grado di trasformare l’innovazione in profitti potrebbe beneficiare in misura maggiore dell’espansione economica. La concentrazione della ricchezza finanziaria negli Stati Uniti rende già evidente la distanza tra gruppi di popolazione: secondo i dati della Federal Reserve riportati da Fortune, nel secondo trimestre 2026 il 50% più povero delle famiglie deteneva 370 miliardi dollari in azioni societarie e quote di fondi comuni, contro i 16.150 miliardi del top 0,1%. Da qui la domanda finale posta da Dalio: “Come verranno gestite le differenze di opportunità prodotte dall’AI?” È, secondo l’investitore, una delle grandi questioni del nostro tempo. Una risposta potrebbe arrivare anche dalle modalità con cui i benefici verranno redistribuiti, con il fondatore di Nvidia Jensen Huang che ha per esempio dichiarato di essere aperto a ipotesi di tassazione della ricchezza come strumento per contribuire al progresso della società.
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