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Secondo il Janus Henderson Index, la corsa degli utili ha permesso alle società di rimborsare i finanziamenti. E la tendenza continuerà nel 2023. Italia tra i più virtuosi d’Europa. Pictet Am: occasioni nel debito emergente
Dovevano essere finanziamenti temporanei per superare la pandemia, e lo sono stati. Così le aziende globali, per la prima volta da otto anni, possono vantare un indebitamento netto in calo, situazione tanto più virtuosa visti i venti di recessione che hanno iniziato a soffiare forti in tutto il mondo. A certificare la svolta è l’ultima edizione annuale dello Janus Henderson Corporate Debt Index, stando alla quale le società di ogni parte del mondo stanno rimborsando i debiti per la prima volta dal 2014-15.
Gli utili operativi sono aumentati del 51,4%, raggiungendo la cifra record di 3.360 miliardi di dollari nel 2021-22, con un aumento significativo della liquidità, che ha consentito di finanziare le spese in conto capitale, pagare dividendi record, effettuare riacquisti di azioni e procedere al servizio e al rimborso del debito. Di conseguenza, quindi l’indebitamento netto è diminuito dell’1,9%, attestandosi a 8.150 miliardi di dollari nel 2021/22, con una riduzione dello 0,2% a valuta costante.
Nel 2023 l’indebitamento calerà ancora
Poco più della metà delle aziende (51%) ha ridotto l’indebitamento a livello globale; quelle fuori dagli Stati Uniti sono state più propense a farlo, visto che la percentuale raggiunge il 54%. Un quarto delle società dell’indice Janus Henderson non ha debiti: si tratta di aziende che hanno complessivamente una liquidità netta di 10.000 miliardi di dollari, metà della quale appartiene a nove grandi società, tra le quali figurano aziende tecnologiche di diversi settori, come Alphabet, Samsung, Apple e Alibaba.
Le misure di sostenibilità del debito sono nettamente migliorate nel 2021-22, con un rapporto debito/patrimonio globale in calo di 5,7 punti percentuali al 52,6% e tre quarti dei settori in miglioramento. La percentuale dell’utile operativo assorbita dagli interessi passivi è scesa al minimo degli otto anni da quando esiste l’indice, solo l’11,3%, grazie ai bassi tassi e agli elevati margini di utile.
E per il prossimo anno Janus Henderson prevede un ulteriore calo, perché l’aumento dei costi di finanziamento e il rallentamento dell’economia spingono le aziende a essere più prudenti. Gli analisti di Janus Henderson stimano che il debito netto scenderà di 270 miliardi di dollari (-3,3%) a valuta costante, raggiungendo i 7.900 miliardi di dollari entro il prossimo anno.
In testa i settori energetico, minerario e dell’auto
Il cambiamento maggiore si è registrato nel settore energetico. I produttori di petrolio e gas hanno ridotto il debito di 155 miliardi di dollari, con un calo di un sesto rispetto all’anno precedente, grazie all’impennata dei prezzi dell’energia. La liquidità in forte crescita delle aziende minerarie internazionali ha consentito di ridurre l’indebitamento di un quarto, mentre per quanto riguarda gli altri settori la carenza di componenti ha limitato le vendite di auto, ma ha favorito un mix di vendite con margini più elevati, riducendo così la necessità di finanziare i programmi di credito al consumo delle case automobilistiche.
Italia tra i più virtuosi d’Europa
In Europa (Regno Unito escluso) l’indebitamento è sceso dell’1,3% a parità di valuta, nonostante un’ampia divergenza tra Paesi. Particolarmente virtuose Norvegia, Italia e Svizzera, ma anche Austria e Benelux. “Per quanto concerne le aziende italiane, l’indebitamento netto è sceso del 9,0% a parità del tasso di cambio grazie all’aumento degli utili e al calo degli investimenti per il gruppo Atlantia (infrastrutture per i trasporti) e al calo delle vendite del produttore automobilistico Stellantis, mentre è aumentato il debito per i servizi di pubblica utilità”, ha sottolineato Federico Pons, country head per l’Italia di Janus Henderson Investors.
Opportunità per gli investitori obbligazionari
Nei mercati obbligazionari, i rendimenti delle obbligazioni societarie sono aumentati notevolmente, soprattutto nel segmento high yield, facendo lievitare il costo dell’emissione di nuove obbligazioni. Le società stanno reagendo rimborsando i bond: il valore nominale dei titoli quotati si è ridotto di 115 miliardi di dollari dall’inizio di giugno 2021. Ora c’è una maggiore differenziazione tra emittenti ad alto e basso rischio, tra i settori e tra le diverse scadenze del debito, il che offre reali opportunità ai gestori di fondi attivi, secondo gli analisti di Janus Henderson. “La maggior parte dei settori sta avendo delle difficoltà, per cui i gestori dei portafogli cercano opzioni a basso rischio in settori più difensivi, pur rimanendo selettivi”, si segnala nel report.
Le occasioni del debito emergente
In particolare, secondo Robert Simpson, co-head of emerging hard currency debt di Pictet Am, ad offrire ottime opportunità è il debito dei mercati emergenti, che ha pagato l’effetto dell’inflazione, dei rischi legati ai tassi, di un dollaro forte e delle tensioni geopolitiche. Per questa asset class, a detta dell’esperto, i timori di insolvenza sono esagerati.
“L’indice del debito sovrano emergente denominato in dollari è sceso di circa il 18% dall’inizio dell’anno, mentre l’indice del debito in valuta locale è sceso del 14% – spiega Simpson -. Ciò ha indotto il mercato ad alzare eccessivamente il prezzo del rischio di default, che è ora prossimo ai massimi toccati durante la crisi finanziaria globale del 2008”. Ma per l’esperto gli investitori dovrebbero tenere presente che aspettative di insolvenza crescenti vengono tendenzialmente soddisfatte con rendimenti crescenti. “Storicamente, le aspettative di insolvenza correnti (di poco inferiori al 20%) si associano a rendimenti intorno al 10-15% a un anno di distanza”, sottolinea.
Sebbene le economie emergenti dovranno affrontare numerose sfide, a detta dell’esperto, la storia mostra come la performance del debito dei ME peggiori all’avvicinarsi di un ciclo di restringimento monetario negli Usa, ma che una volta partita la stretta inizi a muoversi per conto suo. “Il dollaro smette tendenzialmente di apprezzarsi, il che alleggerisce la pressione sulle economie dei mercati emergenti. Per di più, i nostri strategist sostengono che la valuta statunitense sia notevolmente sopravvalutata e che il dollaro sia a rischio di un deprezzamento di oltre il 10% nei prossimi cinque anni”, evidenzia.
“Questa dinamica (combinata con premi al rischio elevati) suggerisce che, in termini di perdite, il peggio sia passato per il mercato del debito emergente e che gli spread dovrebbero smettere di allargarsi. Inoltre, man mano che la normalizzazione monetaria acquista sicurezza, la volatilità dei tassi di interesse dovrebbe calare, consentendo una nuova compressione degli spread”, conclude Simpson, ricordano anche che molte economie emergenti stanno rimbalzando.
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