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Studio Pictet Wm-PoliMi: le operazioni sono scese da 365 a 274 e il valore medio è calato a 80,89 milioni. Colpa dell’assenza di megadeal. I fondi di private equity hanno fatto la differenza
Meno eventi di liquidità, ma con più private equity. Si può riassumere così il 2023 delle aziende familiari italiane, che hanno archiviato l’anno con 274 deal, in calo rispetto ai 365 del 2022, per un controvalore complessivo delle operazioni pari a 15 miliardi di euro. Il quadro emerge dall’aggiornamento della ricerca ‘Liquidity event nelle aziende di famiglia italiane. Analisi degli ultimi 10 anni (2013-2022)’, realizzata da Pictet Wm con la School of Management del Politecnico di Milano: hanno pesato i tassi alti e l’incertezza macroeconomica mentre il ruolo del private equity si è dimostrato sempre più centrale.
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Controvalore in calo: pesa l’assenza di megadeal
Il rapporta evidenzia come, a seguito dell’incremento del costo del capitale e delle incertezze in merito alla tenuta della crescita economica, l’anno scorso si sia registrato un arretramento rispetto al 2022 non tanto per numero di deal (274 contro 365), ma soprattutto per controvalore liberato. Colpa soprattutto dell’assenza di acquisizioni di importo significativo. In generale, però, l’andamento dei liquidity event si è dimostrato dinamico soprattutto nel mid market, da cui deriva il calo in valore dovuto al venir meno dei megadeal.
Osservando i numeri delle operazioni note, infatti, il valore medio si è fermato a 80,89 milioni di euro, sensibilmente meno dei 134,3 milioni del passato. Quello mediano si è invece attestato a 30 milioni, sostanzialmente in linea con il periodo 2013-2022 (33,7 milioni), dimostrando appunto la tenuta delle operazioni di valore più basso con traget piccole e medie imprese familiari italiane. Inoltre, il controvalore totale dichiarato nel 2023 è di 5,1 miliardi, che porta quindi a stimare quello complessivo annuale a 15 miliardi e fa salire a 315 miliardi quello del periodo 2013-2023 (per un totale di 2.639 deal).
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Per quanto riguarda le aziende coinvolte, dai 63 liquidity event con controvalore noto del 2023 emerge che si tratta di società non quotate, la cui maggioranza ha tra i 20 e 50 anni di vita. La Lombardia si conferma al primo posto, con 20 operazioni (31,7% del totale), seguita da Veneto ed Emilia Romagna, rispettivamente con 11 e 7. In generale il 41% dei deal è localizzato nel Nord-Ovest, ma cresce il Nord-Est con il 25% delle operazioni totali. A livello settoriale, rimane la concentrazione nell’ambito manifatturiero, che assorbe ben il 57,1% del campione nel 2023 (36 casi). Nel 75% dei casi si tratta di aziende controllate da una famiglia, nell’11% da più famiglie e nel 14% da un unico imprenditore. Per le operazioni note, la cessione riguarda in media una quota pari all’80,5%, mentre nel 59% dei casi l’acquisizione è totalitaria. Dato, quest’ultimo, in crescita rispetto al 41% dell’anno precedente.
Fondi di private equity sempre più centrali
In questo scenario, emerge chiaramente come il private equity possa fare la differenza. Solo lo scorso anno, infatti, questi fondi sono stati gli investitori principali nel 37% dei liquidity event di importo noto (23 deal), per un controvalore investito pari a 3,24 miliardi di euro (pari al 63,6% dei volumi), in crescita rispetto al 2022. In 12 di queste operazioni il lead investor è stato un veicolo italiano.
Il report sottolinea anche come si riscontri una certa resilienza dei fondi di private equity, rispetto al ciclo negativo del mercato M&A, la cui partecipazione, sia in termini numerici che per valore investito, è superiore al 2022. Più in generale, considerando anche le operazioni di importo undisclosed, nel 2023 i fondi di private equity sono stati protagonisti in 74 deal, pari al 27% del totale, di cui 49 guidati da investitori italiani e 25 da protagonisti esteri. “Possiamo quindi affermare che i fondi di private equity, sia italiani sia esteri, siano investitori ‘regolari’ nel mercato dei liquidity event e fungano sempre più da interlocutori cruciali per le aziende di famiglia in Italia”, si legge nello studio.
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Infine, l’analisi rivela che fra le aziende familiari ‘investite’ nel passato, nell’ultimo anno sono state registrate 41 exit da parte di fondi di private equity, di cui 30 riguardano investitori italiani e 11 esteri, riportando un tempo medio di permanenza di sei anni. Interessante la performance operativa delle imprese familiari in cui hanno investito questi veicoli fra il 2019 e il 2021: i fondi italiani sembrano prediligere aziende con tassi di crescita passata e Ebitda margin maggiori. E in generale si nota un’accelerazione della crescita dopo il liquidity event (tenendo conto della situazione eccezionale del Covid nel 2020). Nel complesso, vi è insomma una chiara tendenza da parte dei fondi a preferire strategie di crescita futura del business rispetto a un recupero di efficienza sui costi.
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