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Secondo una survey di Preqin, gli alternativi sono scesi dal 21,2% al 17% dei portafogli istituzionali tra dicembre 2025 e lo scorso giugno. A pesare il rallentamento del ciclo dei capitali e maggior attenzione alla liquidità. Ridimensionato il sentiment sul private credit, ma l’interesse per equity e infrastrutture resta
Fondi pensione, casse di previdenza, fondazioni bancarie e gli altri istituti affini stanno riducendo l’esposizione ai private markets. È quanto emerge dall’ultimo report sul settore di Preqin, secondo cui dalla fine dell’anno scorso al 30 giugno 2026 il peso medio ponderato degli asset alternativi nei portafogli degli investitori istituzionali è sceso dal 21,2% al 17%. Una flessione che interrompe il lungo percorso di crescita osservato di recente e affonda le radici sia nel rallentamento del ciclo del capitale sia nel maggior interesse per la liquidità.
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Ricalibrazione
Per Preqin, che ha raccolto di parere di oltre 3.749 investitori professionali a livello globale, la riduzione osservata nella prima metà dell’anno non segnala necessariamente un cambio di direzione strutturale. “Sebbene le tendenze di lungo periodo delle allocazioni rimangano positive”, osserva la società di ricerca e analisi dati confluita nel gruppo BlackRock, “la fotografia di metà 2026 suggerisce che sia intervenuto un certo ricalibramento nel breve termine”. A pesare sarebbero soprattutto la minore velocità delle distribuzioni, la debole attività di realizzo e le maggiori considerazioni degli operatori stessi sulla liquidità. In un mercato nel quale una parte significativa delle risorse investite rimane vincolata per periodi prolungati, il rallentamento delle operazioni di dismissione tende infatti a ridurre le risorse che tornano disponibili per essere reinvestite. “Un ciclo del capitale più contratto ha spinto verso una maggiore selettività”, è la sintesi proposta dal report. E risultato è una fase in cui il mercato sembra concentrarsi maggiormente sulla composizione dei portafogli esistenti o sulla capacità delle singole strategie di giustificare nuovi impieghi, piuttosto che aumentare indistintamente l’esposizione agli asset privati.
Private equity e infrastrutture nei radar
La moderazione delle allocazioni complessive non coincide però con un disimpegno generalizzato dai private markets. La stessa Preqin ha infatti rilevato come l’interesse di lungo periodo rimanga significativo per alcune delle principali componenti dell’universo investibile. In particolare, il 47% degli investitori intervistati prevede di aumentare nel lungo periodo l’esposizione alle infrastrutture e il 46% punta ad accrescere quella al private equity. Due quote che, peraltro, risultano aumentate rispetto a quanto registrato appena due anni fa. Il dato suggerisce una distinzione sempre più netta tra le diverse componenti del mercato, con il ricalibramento in corso che non sembra mettere in discussione l’intero comparto ma portare gli operatori a differenziare le preferenze e concentrare il capitale sulle aree più coerenti con gli obiettivi di portafoglio di lungo periodo.
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Il private credit perde consenso
Il quadro cambia invece significativamente per il private credit, per il quale l’indagine di Preqin mette in luce un deterioramento marcato delle aspettative. Soltanto il 30% degli investitori intervistati prevede inatti di aumentare nel lungo periodo l’allocazione alla strategia, contro il 53% del 2024. Si tratta di un calo di 23 punti percentuali in due anni, che porta il segmento a distinguersi dalle altre principali asset class private analizzate dalla ricerca. Anche in questo caso, il cambiamento delle intenzioni di investimento potrebbe riflettere una maggiore attenzione alla selezione delle opportunità all’interno dell’intero universo alternativi.
Verso portafogli meno rigidi
È proprio questo, secondo Preqin, uno degli elementi più significativi della fase attuale. Le istituzioni stanno iniziando a superare una logica nella quale mercati pubblici e privati vengono trattati come compartimenti separati del portafoglio. La costruzione dell’asset allocation tende invece a considerare sempre più il portafoglio nella sua interezza, valutando il contributo delle diverse esposizioni sia in termini di rischio e rendimento sia a livello di liquidità e diversificazione. Un approccio di questo tipo potrebbe portare a una costruzione più dinamica dei portafogli e a una minore dipendenza da obiettivi di allocazione statici per singola asset class. La riduzione dell’esposizione complessiva registrata nella prima metà del 2026 si inserisce quindi in una fase di revisione più ampia, nella quale il capitale destinato ai private markets viene sottoposto a un processo di selezione più rigoroso.
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