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Da gennaio a oggi Bcg fotografa un calo del 39% a livello globale e del 55% in Europa. L’Italia fa -83% e si ferma a 16 miliardi di dollari. Ma ci sono segnali di ripresa
La stretta monetaria, l’attesa di una recessione e le tensioni geopolitiche hanno fermato le M&A nel 2023. Nei primi nove mesi dell’anno, infatti, il valore delle attività di fusione e aggregazione ha rilevato un calo del 39% a livello globale e del 55% su base europea. Con l’Italia che ha fatto registrare un crollo dell’83%. A tirare le somme è l’ultima edizione del Global M&A di Boston Consulting Group, secondo cui il peggio è però alle spalle e già da alcune settimane si intravede un’inversione del trend. I negoziatori sono infatti tornati ai tavoli e, anche se trovare un accordo nell’attuale contesto non è semplice, le ricerche visionate dagli esperti del gruppo dimostrano che “è nei periodi di crisi che si concludono gli affari migliori”.
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Il crollo dell’M&A tricolore e i suoi nuovi motori
Benché l’accesso dei fondi al mercato dei capitali sia stato più difficile nel periodo, il generale calo dell’M&A non è stato geograficamente omogeneo. In Europa, per esempio, il valore di acquisizioni e fusioni si è più che dimezzato, mentre in Italia è addirittura precipitato a quota 16 miliardi di dollari. Colpa soprattutto della carenza di mega-deal, quelli superiori ai 10 miliardi, che avevano spinto i volumi su livelli record nel 2022 e ancor più nell’anno precedente.
Per gli esperti Bcg, l’incertezza geopolitica e macroeconomica hanno condizionato le operazioni di acquisizione, scavando un divario fra le attese di prezzo dei venditori e le disponibilità dei compratori. Ormai però i tassi di interesse sembrano vicini al picco e questa distanza va colmandosi, rinfocolando l’interesse di private equity e grandi aziende. Tanto è vero che, nell’insieme, questi soggetti hanno accumulato in cassa oltre 12 mila miliardi di liquidità.
“Digitalizzazione e sostenibilità sono impulsi forti per l’M&A ma negli ultimi tempi ne sono emersi di nuovi”, sottolinea il managing director and senior partner di Bcg Matteo Coppola. Per l’esperto, altri due potenti motori di sviluppo sono la necessità di costruire filiere a prova di tensioni geopolitiche e la crescente pressione delle autorità antitrust a disinvestire per poter ottenere il via libera alle aggregazioni. “La stessa scarsità di capitali diventa poi un formidabile movente per esplorare operazioni trasformative, con strutture creative e alternative a quelle tradizionali”, rimarca Coppola.
La via dei disinvestimenti
Secondo lo studio, la stretta creditizia sta infatti portando aziende e fondi di private equity a considerare approcci alternativi alle operazioni straordinarie. Aumentano quindi le partecipazioni di minoranza, gli acquisti esclusivamente per cassa, i consorzi e le collaborazioni fra investitori industriali e finanziari. Ma soprattutto, i manager dei grandi gruppi hanno frequentemente parlato di “revisione del portafoglio” e “allocazione del capitale”. I dirigenti considerano la via dei disinvestimenti per trasferire risorse alle attività più redditizie. Gli analisti Bcg ritengono che tali operazioni siano perlopiù gradite al mercato ma non semplici da eseguire. E che possano assumere molteplici forme: spinoff con quotazione in Borsa, joint-venture per fondere business complementari, cessioni di quote di minoranza o più spesso di maggioranza di divisioni industriali ai fondi di investimento. Quest’ultimo è il modello che, nella maggior parte dei casi, garantisce i migliori ritorni economici perché segnala agli investitori la fiducia dei private equity nel futuro dell’attività ceduta. “C’è un tempo per comprare e uno per vendere: in entrambe le circostanze, tuttavia, è sempre la combinazione fra esperienza e creatività a marcare la differenza fra successo e fallimento”, sottolinea la ricerca.
Il decalogo per un’operazione di successo
Gli esperti di Bcg hanno dunque passato al setaccio oltre 900mila deal conclusi in trent’anni, ricavando dieci preziose lezioni per riuscire a ottenere un’operazione straordinaria di successo. La prima, forse scontata, è anche quella più decisiva: l’M&A non si improvvisa. “Le occasioni di acquisto possono presentarsi in qualsiasi momento ma la strategia per coglierle deve già essere pronta, poiché il tempismo è essenziale per la sua buona riuscita”, afferma Coppola. Che aggiunge: “Come dimostrano i dati, infatti, i migliori affari si concludono entro i primi due anni di un ciclo macroeconomico”.
Ma il tempismo non è tutto: contano anche creatività nell’elaborazione dell’affare e capacità di uscire dalla comfort zone senza distaccarsene troppo. Le acquisizioni più remunerative riguardano infatti le attività che non sono né sovrapponibili né estranee a quelle tipiche dell’azienda, ma complementari. Ciò consente di lavorare in sinergia, uno dei principali fattori di successo, insieme all’esperienza accumulata e alla trasparenza nell’aggiornare il mercato sull’andamento dell’affare. Per quanto attraenti, poi, Bcg considera i mega-deal un rischio: distolgono l’attenzione del management dall’attività ordinaria e implicano grandi difficoltà di esecuzione e integrazione, cause determinanti del fallimento del 30-40% delle operazioni. In modo controintuitivo, le acquisizioni a premio elevato sono statisticamente quelle di maggior successo perché implicano spesso una sottovalutazione dell’attività rilevata rispetto ai suoi fondamentali economici.
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