Normativa europea, prodotti semiliquidi e una base di risparmio solida rendono il Belpaese un mercato ad alto potenziale per gli alternativi. Ma aprire le porte agli investitori retail non basta
Per anni i private market sono stati un club esclusivo: fondi pensione, compagnie assicurative, grandi endowment. Il resto del mondo guardava da fuori. Quella stagione sta finendo. E i numeri lo confermano. I dati della ricerca EY 2025 sui mercati alternativi fotografano una svolta netta. La clientela più patrimonializzata del segmento retail (HNWI e ultra HNW) è diventata il nuovo terreno di conquista per gli asset manager alternativi.
Giovanni Andrea Incarnato, leader Wealth & Asset Management per l’Italia di EY
Giovanni Andrea Incarnato, Italy Wealth & Asset Management sector leader di EY, non ha dubbi: “Nell’ultima survey emerge una marcata accentuazione della crescita e della diffusione delle asset class dei private markets presso la clientela più patrimonializzata del segmento retail”. A trainare questa accelerazione non è stata solo la domanda spontanea del mercato, ma una spinta normativa europea costruita nel tempo con pazienza. Dalla Capital Markets Union alla Retail Invest ment Strategy, passando per l’ELTIF 2.0, il legislatore ha costruito pian piano un’architettura pensata per abbattere le barriere d’accesso e portare questi strumenti fuori dalle stanze dei grandi investitori istituzionali. “La Retail Investment Strategy, ad esempio, ha spinto nel favorire una maggiore trasparenza”, spiega Incarnato, durante il Workshop annuale dedicato agli asset allocator organizzato da FocusRisparmio. Trasparenza che “significa dare informazioni più chiare, rendere confrontabili le offerte: vista la complessità alla base di questo tipo di prodotti è un rafforzativo per la diffusione dei private markets nel segmento retail”. Allargare la platea degli investitori non è tuttavia un esercizio semplice. Finora gestire capitali istituzionali significava pochi clienti, ticket elevati e modelli operativi a bassa intensità di servizio. La clientela retail patrimonializzata chiede qualcosa di radicalmente diverso: processi di on boarding più complessi, reporting granulare e assistenza continuativa. È un salto di paradigma che cambia le regole della competizione. “La sfida si sposta dalla mera performance all’implementazione di modelli operativi scalabili: si passa da un modello low touch rivolto alla clientela istituzionale a un modello high touch”, sintetizza Incarnato. E in questa partita, a vincere non sarà chi arriverà primo sul mercato ma “chi industrializzerà meglio”.
Dentro il grande ombrello dei mercati privati , il private credit è la categoria che attira più attenzione (e più malintesi). Il termine viene usato quasi sempre come sinonimo di corporate direct lending ma è solo una parte del quadro. Lorenzo Enne, portfolio manager di PIMCO, porta l’attenzione su un segmento che vale molto e viene citato poco: l’asset-based finance. “Il private credit è anche altro”, spiega. “L’asset-based finance è un’asset class con un valore complessivo che stimiamo intorno ai 20.000 miliardi di dollari, ma che spesso viene nominata meno perché è rimasta nascosta nel bilancio delle banche per tanto tempo”. “Eppure”, continua l’esperto…
Secondo il report di Peregrine Communications, il 73% dei wealth manager e private bank mostra una presenza visibile negli alternativi. Ma solo il 40% dispone di una sezione dedicata online. La distanza tra capacità d’investimento e abilità di raccontarla rischia di diventare un nuovo fattore competitivo
Secondo una survey di Preqin, gli alternativi sono scesi dal 21,2% al 17% dei portafogli istituzionali tra dicembre 2025 e lo scorso giugno. A pesare il rallentamento del ciclo dei capitali e maggior attenzione alla liquidità. Ridimensionato il sentiment sul private credit, ma l’interesse per equity e infrastrutture resta
Secondo le stime di Neuberger Berman, l’88% prevede di investire entro cinque anni. In testa private equity e infrastrutture. A far da traino è la domanda di diversificazione. La conoscenza degli ELTIF sale al 74%. Gli italiani preferiscono i fondi draw-down
Uno studio mostra che l’apertura al retail può spingere i fondi alternativi a puntare su società meno mature e a mantenerle per un tempo maggiore in portafoglio, con effetti positivi anche sui risultati. Ma serve che i nuovi investitori abbiano un approccio paziente. In caso contrario, si rischia una pressione verso exit premature
Nel primo semestre 2026 gli investimenti in private equity e venture capital si fermano a 5,1 miliardi di euro, appena il 2% in meno rispetto a un anno prima, Ma il fundraising crolla del 60% a 674 milioni. Il buyout traina gli impieghi, mentre il venture capital resta primo per numero di operazioni. I dati Aifi e PwC
Nel secondo semestre il nuovo indice messo a punto dalla società per saggiare il polso degli investitori resta ben sopra la soglia neutrale, pur arretrando dai 60,1 punti del primo semestre. Condizioni di finanziamento favorevoli ai lender e impegni istituzionali resilienti fanno da traino. Stabile la qualità del credito
Una survey di KKR rileva un interesse crescente tra i clienti con almeno 500mila dollari di asset. Ma il 42% indica la mancanza di informazioni come principale barriera. Per il 53% il confronto in presenza con il consulente resta il canale preferito per orientarsi
Per S&P, la scarsa attività di exit sta portando a una biforcazione strutturale del settore. I grandi operatori continuano a crescere, mentre sui piccoli aumenta la pressione. E all’orizzonte c’è una nuova fase di consolidamento
Per il centro di ricerca dell’associazione, gli investimenti nel credito privato hanno raggiunto i 2.600 miliardi di dollari a livello globale anche grazie all’ingresso della clientela al dettaglio. Ma la democratizzazione richiede tutele, migliore gestione della liquidità e specializzazione. A rischio la resilienza di tutto il mercato