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Dal Global Asset Owner Barometer 2026 di Marsh emerge una strategia Barbell. Piacciono i mercati privati, ma aumenta la selettività. Tra i rischi più temuti, geopolitica e disruption tech
Più liquidità, infrastrutture ed Emergenti. E più selettività nei mercati privati. Per gli investitori istituzionali di tutto il mondo è questa la ricetta salva-portafogli in un momento di elevata incertezza e inflazione persistente come quello attuale. Il quadro emerge dal Global Asset Owner Barometer 2026 di Marsh, che delinea un contesto di investimento caratterizzato da abbondanti opportunità, soprattutto legate alla tecnologia, ma anche da una crescente attenzione su dove e come assumersi i rischi.
Capitali in movimento
La survey ha coinvolto 430 grandi investitori istituzionali e gestori patrimoniali di 25 Paesi tra Nord America, Europa, Medio Oriente, Asia e Area del Pacifico, per un totale di 5.760 miliardi di dollari di asset in gestione. Niall O’Sullivan, global chief investment officer di Marsh Investments and Retirement, rimarca il contesto di crescita storica della spesa in conto capitale per infrastrutture di AI, data center e semiconduttori: una trasformazione, evidenzia, “che sta già incrementando gli utili”. A suo parere, è evidente come i capitali si stiano muovendo “alla ricerca di una reale diversificazione, di protezione dall’inflazione e di flessibilità”. Nell’ultimo anno, infatti, quasi la metà degli istituzionali (48%) ha rivisto il proprio posizionamento geografico, mentre oltre un terzo ha ridotto il rischio complessivo di portafoglio (37%) e aumentato la liquidità o le riserve di cassa (37%).
Infrastrutture, liquidità ed Emergenti in testa alle preferenze
Guardando ai prossimi dodici mesi, oltre uno su due (51%) prevede di aumentare l’esposizione alle infrastrutture. Stesso discorso per gli asset indicizzati all’inflazione (41%) e le azioni dei mercati emergenti (47%). Tuttavia, il dato più significativo riguarda forse la liquidità: il 38% degli investitori pianifica di aumentare le allocazioni in cash nel corso del prossimo anno, contro appena il 9% registrato nella rilevazione del 2025. Un balzo che segnala un approccio difensivo ben preciso, secondo O’Sullivan: “Stanno adottando una strategia deliberata di tipo Barbell: rafforzano la protezione dai ribassi e la diversificazione, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per cogliere le opportunità di mercato”.
Più selettività nei mercati privati
I mercati privati, intanto, restano una certezza. La quasi totalità degli intervistati (96%) è esposto all’asset class, contro l’80% del 2025. Tuttavia l’entusiasmo per debito e private equity si sta raffreddando: solo il 34% prevede di aumentare le posizioni nel debito privato quest’anno, contro il 48% di dodici mesi fa. La ragione sta nella maggiore selettività: il 44% ammette di aver adottato criteri più rigorosi di scelta e quasi la metà (47%) indica le valutazioni come il fattore più rilevante nelle decisioni di investimento. “L’accesso ai mercati privati è diventato più semplice, ma la loro gestione più complessa”, fa notare Garvan McCarthy, chief investment officer alternatives di Marsh Investments and Retirement, che cita le valutazioni elevate, la maggiore concorrenza per gli asset e le condizioni di successo sempre più legate a una profonda competenza nelle operazioni, piuttosto che alla semplice disponibilità di capitale. “La prossima fase premierà i detentori di asset capaci di modulare i tempi degli impegni, mantenere disciplina nella selezione degli investimenti e comprendere l’impatto di ciascuna esposizione sulla liquidità e sul rischio complessivo del portafoglio”, avverte quindi l’esperto.
L’AI corre più veloce della governance
Quanto all’operatività, la survey mostra come la governance relativa all’uso dell’intelligenza artificiale non tenga il passo con la crescente importanza strategica di questa tecnologia nelle attività di investimento. Uno su tre (32%) afferma che l’AI viene utilizzata in ambiti specifici privi di una governance matura, mentre il 23% sta ancora sviluppando policy e conducendo sperimentazioni limitate. Solo il 13% dispone di politiche aziendali che includono casi d’uso definiti per gli investimenti. Nonostante questo, la spesa accelera: per il 58% degli istituzionali gli strumenti di AI rappresentano una priorità di investimento nei prossimi dodici mesi, davanti alla gestione dei dati (46%) e ai sistemi di gestione del rischio (33%).
I rischi: geopolitica oggi, tech domani
Infine, i pericoli. La ricerca mostra che le preoccupazioni di breve e lungo periodo seguono logiche diverse. Nell’orizzonte a dodici mesi, il rischio geopolitico è la variabile più temuta, con il 75% degli intervistati che la considera ‘significativa’. Seguono inflazione (73%) e disruption tecnologica (73%). In una prospettiva a cinque-dieci anni, invece, la gerarchia cambia. Sale infatti all’83% la quota di chi ritiene che tech, automazione e fenomeni di trasformazione radicale avranno un impatto rilevante su rischi e opportunità di investimento: la percentuale più alta tra tutti i trend strutturali presi in esame dll’indagine. Alla luce di questo, conclude Deborah Wardle, international chief investment officer di Marsh Investments and Retirement, “mantenere la resilienza richiederà di gestire i rischi che stanno già emergendo nei portafogli, ripensando al contempo alcune delle ipotesi che potrebbero non essere più valide in un mercato caratterizzato da profonde trasformazioni”.
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