Un ammontare che negli ultimi due anni è cresciuto di oltre 200 miliardi, una cifra pari a quanto stanziato complessivamente con il Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza). “È pur vero che gli italiani hanno sempre coltivato la cultura del risparmio, ma la vera ragione che si nasconde dietro questo accumulo smisurato di denaro è la mancanza di prudenza. Che all’apparenza può sembrare una contraddizione, ma non è così. In Italia il concetto di prudenza è sempre stato interpretato nel senso sbagliato”.
Può spiegarsi meglio?
La prudenza è una virtù cardinale che Tommaso d’Aquino definì la guida di tutte le altre virtù. Gli italiani identificano il prudente con il timoroso, con chi esita. Invece, è vero il contrario. Il termine prudenza deriva dal latino “providentia”, che vuol dire guardare in avanti. Chi lo fa riesce a interpretare i segni dei tempi. Il prudente è chi si mette in gioco e investe sul futuro. Da circa 30 anni, ormai, in Italia c’è un calo della prudenza intesa nel senso proprio del “prudent man” di Adam Smith. Ma nel dopoguerra, quando ci fu il miracolo economico, non era così. L’imprenditore prudente è colui che investe perché sa che opera in un contesto in cui si può fidare delle istituzioni. Ma se viene meno la fiducia allora non si va avanti, non c’è più il sento dello Stato e allora subentra la mancanza di prudenza. Così si risparmia.