Per gli asset manager, l’intervento USA a Caracas non avrà pesanti effetti nel breve. Ma a lungo termine condizionerà petrolio, inflazione, crescita, Fed e dollaro. E segna un cruciale cambiamento geopolitico
La crisi in Venezuela non spaventa i gestori, ma riporta la geopolitica al centro dei radar. L’opinione più diffusa tra gli asset manager, infatti, è che nel breve periodo l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro a opera degli Stati Uniti non avrà grosse ripercussioni sui mercati. A medio e lungo termine, però, il piano di Donald Trump su Caracas potrebbe comportare effetti importanti su petrolio, inflazione, crescita globale, dollaro e Fed. E soprattutto potrebbe intensificare le tensioni internazionali e contribuire a un nuovo ordine mondiale, sempre più basato su sfere di influenza regionali.
Larry Hatheway, global investment strategist del Franklin Templeton Institute
Stephen Dover, chief market strategist e head del Franklin Templeton Institute, e Larry Hatheway, global investment strategist, fanno notare come al momento non sia chiaro in che modo Washington ‘gestirà’ il Venezuela. E sottolineano come il blitz del 3 gennaio non sia una novità: gli Stati Uniti hanno infatti una lunga storia di interventi nell’emisfero occidentale. Questo però, a loro parere, non prelude a un cambiamento radicale nella politica estera a stelle e strisce. “Questa azione militare da sola non può sbloccare le enormi riserve di petrolio greggio del Paese: è necessaria una stabilità politica duratura”, spiegano. Di conseguenza, “la reazione iniziale sui mercati azionari, obbligazionari e delle materie prime sarà probabilmente contenuta”.
Dello stesso parere Alex Veroude, Lucas Klein e Seth Meyer di Janus Henderson, che evidenziano come negli ultimi due decenni molte società dei Paesi sviluppati abbiano abbandonato il mercato venezuelano a causa delle difficoltà economiche e politiche e delle sanzioni. “Per le poche che hanno ancora un’esposizione residua (ad esempio Chevron, Repsol, Telefónica), un contesto politico più stabile potrebbe fornire un ulteriore sollievo”, notano. Inoltre i tre esperti ritengono che, nel breve, le obbligazioni venezuelane potrebbero beneficiare di un sostegno iniziale, dal momento che i mercati scontano la prospettiva di una normalizzazione politica.
Gli effetti sul petrolio
“Pure i mercati petroliferi potrebbero reagire, anche se non necessariamente nella direzione che ci si potrebbe aspettare: mentre l’incertezza geopolitica spesso spinge i prezzi al rialzo, un eventuale aumento dell’offerta venezuelana eserciterebbe una pressione al ribasso, una volta che le rotte di trasporto si saranno stabilizzate e le sanzioni saranno diventate più chiare”, chiariscono i tre esperti di Janus Henderson. A loro parere una transizione verso un governo filo-occidentale potrebbe allentare le sanzioni, consentire gli investimenti stranieri e aumentare la produzione. “È possibile che, con un aiuto esterno e condizioni politiche favorevoli, Caracas possa raddoppiare la produzione a 2 milioni di barili al giorno entro due anni e aumentarla significativamente a lungo termine”, analizzano. Precisando che una tale espansione altererebbe l’equilibrio petrolifero globale. “Non è difficile capire perché il passaggio del Paese sotto l’egida degli Stati Uniti potrebbe migliorare la sicurezza energetica statunitense e, per estensione, dell’Occidente”, fanno notare.
Inoltre, con un ambiente politico stabile, aggiunge Kerstin Hottner, head of commodities di Vontobel, “le aziende potrebbero decidere di investire nelle enormi riserve di greggio pesante del Venezuela”. E con tutta probabilità i gruppi a stelle e strisce sarebbero in prima linea. “Le più probabili sono le grandi compagnie petrolifere come Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips. Anche alcune europee come Repsol o Eni potrebbero potenzialmente tornare se le questioni relative al debito venissero risolte”, precisa. Il futuro impegno, secondo Hottner, dipenderà però dalla stabilità politica, dalla creazione di un nuovo quadro contrattuale con Petróleos de Venezuela S.A. e dalla risoluzione di eventuali richieste di risarcimento in sospeso.
Thomas Mucha, geopolitical strategist di Wellington Management
Per Dover e Hatheway, oltre al fatto che l’uso della forza da parte della Casa Bianca spingerà in molti Paesi la spesa per la difesa, una stabilità a lungo termine in Venezuela, insieme a un potenziale accordo di pace in Ucraina, potrebbe immettere oltre 5 milioni di barili al giorno di petrolio nei mercati globali entro la fine di questo decennio. “Se così fosse, ciò rappresenterebbe circa il 5% o più della produzione mondiale di greggio, sufficiente a mantenere i prezzi dell’oro nero depressi più a lungo, il che sarebbe chiaramente positivo per la crescita globale e un freno all’inflazione”, osserva. E tutto questo, come fa notare Thomas Mucha, geopolitical strategist di Wellington Management, potrebbe innescare una risposta positiva del mercato in quanto la Fed potrebbe continuare ad allentare la politica monetaria.
Geopolitica al centro
Più in generale secondo tutti i gestori, l’azione USA su Caracas segnala un cambiamento geopolitico verso sfere di influenza regionali. “La Cina che esercita il proprio dominio in Asia, gli Stati Uniti che rafforzano la propria posizione nelle Americhe e l’Europa che continua a navigare nelle complesse dinamiche con la Russia: la transizione del Venezuela potrebbe essere un microcosmo di un più ampio riassetto globale, al quale gli investitori potrebbero doversi adeguare attivamente”, sottolineano Veroude, Klein e Meyer. Anche secondo Mucha siamo di fronte a “un ulteriore segnale del passaggio dagli obiettivi di efficienza economica dell’era della globalizzazione a un’era in cui le considerazioni geopolitiche e di sicurezza nazionale assumono un ruolo crescente”. A suo parere, le opportunità per gli investitori restano ampie, “ma potrebbero essere più allineate alle priorità del ‘nuovo ordine’ e richiedere un approccio più attivo per potervi accedere”.
Possibili effetti collaterali su dollaro e PIL USA
Mauro Ratto, co-fondatore e co-chief investment officer di Plenisfer Investments SGR
Tra i rischi, oltre alle tensioni che il blitz trumpiano creerà nei mercati dell’America Latina, per Mauro Ratto, co-founder e cio di Plenisfer SGR, la situazione è pericolosa anche per il dollaro e per la stessa economia stelle e strisce. “Questa dinamica rafforza la percezione degli Stati Uniti come un attore fortemente nazionalista nella gestione delle relazioni internazionali. Il percorso di crescita superiore del PIL reale statunitense si basa su un sostegno esterno costante ai deficit fiscale e commerciale”, spiega. Secondo l’esperto, questo episodio potrebbe intaccare lo status privilegiato riconosciuto al dollaro e, in ultima analisi, la sovraperformance relativa dell’economia americana. “Un’ipotesi remota, ma non più impossibile. E un ulteriore incentivo a diversificare il portafoglio rispetto agli asset finanziari statunitensi”, avverte.
Come orientare i portafogli
Proprio riguardo ai portafogli, Michael Strobaek e Nannette Hechler-Fayd’herbe di Banque Lombard Odier & Cie SA assicurano che per gli Emergenti le prospettive di medio periodo restano positive, pur non escludendo una certa volatilità a breve. “Ci aspettiamo alcuni aggiustamenti nel settore energetico globale, man mano che il commercio petrolifero si riallinea ai blocchi geopolitici. I prezzi del barilepresentano rischi sia al rialzo sia al ribasso e confermiamo il nostro obiettivo a 12 mesi di 63 dollari”, affermano. Il loro posizionamento rimane comunque moderatamente orientato al rischio, con un sottopeso sull’equity Usa. “Siamo sovrappesati sulle azioni Emergenti e, a livello settoriale, neutrali sull’energia. Le obbligazioni dei mercati in via di sviluppo e i metalli preziosi continuano a presentare valutazioni interessanti”, concludono.
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