Decarbonizzazione, il grande investimento dei prossimi decenni
Secondo Mario Noera, docente di Finanza all’Università Bocconi, la sfida sarà accompagnare il cambiamento con strumenti finanziari più efficaci e investitori più consapevoli
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Articolo pubblicato su FocusRisparmio (Gennaio – Febbraio 2022). Accedi e scaricalo gratuitamente a questo link.

Uno spaccato dell’effettivo impegno delle società quotate italiane su temi Esg (Environment, Social, Governance) è fornito dal primo Rapporto Fin-Gov sulla corporate governance. Tra i tanti temi analizzati dal Rapporto, ne sintetizziamo qui due: a) la creazione di un Comitato Sostenibilità all’interno del CdA e b) la disclosure degli impegni assunti in materia di sostenibilità.
La costituzione di un Comitato Sostenibilità è raccomandata dal Codice di Corporate Governance delle società quotate, che non ne definisce però né composizione, né funzioni, lasciando liberi gli emittenti di scegliere la formula più adatta.
Le soluzioni adottate sono assai varie. Anzitutto, ad aprile 2021, meno di metà (47%) degli emittenti avevano istituito il Comitato. La scelta è legata a dimensione e assetto proprietario: il Comitato è stato costituito solo dal 35% delle società “piccole” (capitalizzazione < 1 miliardo di euro nell’ultimo triennio); la frequenza sale al 79% tra le società grandi “concentrate” (dove il primo azionista detiene oltre il 50% dei diritti di voto) e addirittura all’88% tra le grandi non concentrate.
In quasi 2/3 dei casi, il Comitato Sostenibilità è accorpato con altri comitati, quasi sempre con il C. Controllo e Rischi. Esso rischia quindi di occuparsi molto di controlli e poco di sostenibilità, anche perché è composto quasi sempre (81%) da amministratori indipendenti e quasi mai da esecutivi. Insomma, il Comitato pare destinato a “giocare di rimessa”, anziché elaborare in prima persona le strategie di sostenibilità: queste restano saldamente nelle mani del management.
L’istituzione del Comitato sta comunque portando risultati concreti, ad esempio in materia di costruzione di un vero e proprio piano di sostenibilità.

Facciamo un passo indietro: una società può assumere diversi gradi di impegno in materia di sostenibilità. Al livello più basso, l’impegno può restare a livello di principi astratti (“la società presta attenzione a…”). A un livello intermedio, sono definiti obiettivi specifici (ad es. in materia di riduzione delle emissioni, pari opportunità, antinfortunistica, ecc…), inquadrati in un programma con milestones e scadenze. Il passo successivo è l’elaborazione di un vero e proprio piano di sostenibilità, che preveda, tra l’altro, sistemi di incentivazione del management legati a obiettivi Esg. Oggi una quota rilevante di società ha inserito uno o più obiettivi di sostenibilità nei piani di remunerazione variabile, di breve (MBO: 42%) e/o di lungo termine (LTI: 38%).
L’ultimo passo è l’integrazione del piano di sostenibilità con il piano industriale: in tal caso gli obiettivi Esg diventano obiettivi “di business” a tutti gli effetti, soggetti a tutti i controlli intrinseci nel processo di budget, che assumono un peso significativo all’interno del pacchetto di remunerazione.
Poco meno di metà degli emittenti (48%) comunica l’esistenza di un piano di sostenibilità. Come prevedibile, esso è adottato dall’84% delle società grandi non concentrate e dal 64% delle grandi concentrate, ma solo dal 36% delle società piccole.
La costituzione di un Comitato Sostenibilità crea uno stimolo molto forte in tal senso. La probabilità che sia elaborato un piano di sostenibilità aumenta dal 24% (in assenza di comitato) al 57% dove è presente un comitato accorpato ad altri, fino al 75% dove il comitato è autonomo; analogamente, la probabilità che sia elaborato un piano di sostenibilità integrato nel piano industriale aumenta dal 13% al 43% dove è presente un comitato accorpato (e al 64% dove il comitato è autonomo).
L’assunzione di impegni verso gli stakeholders si traduce nella definizione di Key Performance Indicators (KPI), che permettono di misurare ex post il raggiungimento degli obiettivi Esg. La normativa in materia impone, di fatto, la disclosure a consuntivo dei KPI, anche in raffronto agli esercizi precedenti. La maggioranza delle società (63%) ha fornito dati relativi ad almeno un triennio, rendendo così semplice l’individuazione dei trend nel tempo.
Per inserire un emittente in portafoglio, gli investitori Esg-oriented richiedono però, in genere, la comunicazione anche degli obiettivi ex ante in ambito di sostenibilità. Non esiste obbligo di fornire tali informazioni nelle Dichiarazioni di carattere Non Finanziario (DNF). Gli emittenti interessati ad attrarre tali investitori dovrebbero però valutare se comunicarle ex ante su base volontaria. Oggi decisiva è la presenza di un piano di sostenibilità integrato col piano industriale: i KPI di sostenibilità sono stati comunicati nel 61% dei casi dove è presente un piano integrato; al contrario, dove non c’è un piano (o il piano non è integrato), i KPI non sono quasi mai comunicati ex ante.
Le DNF seguono, in prevalenza, un approccio di “responsabilità sociale”, cercano cioè di offrire un po’ a tutti gli stakeholders alcune informazioni per essi rilevanti. Peraltro, l’analisi di materialità dei temi di sostenibilità è effettuata con un coinvolgimento forte di dipendenti (77%), clienti e fornitori (intorno al 60%) ma con un limitato (<50%) coinvolgimento degli investitori. Ciò pare coerente con un’attenzione dedicata soprattutto a temi social (più che ambientali o di governance). Anche qui, pare opportuno che gli emittenti interessati ad attrarre gli investitori Esg-oriented valutino se tale approccio è tuttora adeguato.
La crescente attenzione degli investitori per la sostenibilità pone sfide nuove alle società quotate. Raccogliere tali sfide è complesso e costoso. Gli emittenti stanno iniziando ad attrezzarsi. Ma solo quelli più organizzati riusciranno a cogliere le opportunità offerte da questa fase di mercato.
*Ordinario di Finanza Aziendale e Direttore di FIN-GOV, Università Cattolica
**Ordinario di Finanza Aziendale e membro del Comitato Direttivo FIN-GOV, Università Cattolica
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