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Il nuovo country head Italia della casa indica nel cliente il fulcro della strategia tricolore. E individua in private, reti, banche e distribuzione istituzionale i canali di crescita. Dalla tecnologia alle strategie quantitative, tanti i motori dell’offerta. Ma sull’azionario serve un nuovo approccio: “Europa ed EM pronti al sorpasso sugli USA”
Pressione sulle commissioni, crescita degli ETF e dei mercati privati, evoluzione della gestione attiva, boom dell’intelligenza artificiale. Sono tante le trasformazioni che l’industria del risparmio gestito si troverà a dover affrontare nella stagione storica alle porte. Un mix di rischi e opportunità che, insieme all’industria nel suo complesso, promette di mettere alla prova anche le singole società attive sul mercato e chi ne è al timone. Lo sa bene Lorenzo Piacentini, da poco diventato country head Italia di Lazard Asset Management ma già pronto a raccogliere il guanto di sfida. FocusRisparmio lo ha raggiunto per capire quale sia la sua view sui mercati e come intende approcciare i cambiamenti in corso.
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Quali sono le priorità con cui affronta il nuovo incarico e, soprattutto, quali segmenti del mercato italiano ritiene abbiano il maggiore potenziale di crescita per Lazard nei prossimi anni?
La parola d’ordine è continuità: fin dal primo giorno un principio ha guidato ogni mia scelta, ovvero il cliente al centro di ogni decisione. È un approccio che non è mai cambiato in un decennio di profonda evoluzione dei mercati e che continuerà a orientare il nostro lavoro anche in questo nuovo incarico, con lo stesso impegno di sempre. Quanto ai segmenti con maggior potenziale, la nostra offerta di soluzioni di investimento è oggi particolarmente solida e capace di rispondere con la stessa efficacia sia private banking e banche sia al canale di distribuzione istituzionale: dai fondi pensione alle assicurazioni fino alle fondazioni. Sono esattamente queste le direttrici su cui vogliamo crescere.
Il risparmio gestito sta attraversando una fase di profonda trasformazione, tra crescita degli ETF e pressione sulle commissioni. Quale spazio può ritagliarsi oggi un grande gestore attivo come Lazard e su quali elementi deve puntare per continuare a creare valore per gli investitori?
Siamo prima di tutto un gestore tradizionale, che fa dell’analisi fondamentale il proprio strumento principale per individuare società sottovalutate e opportunità di investimento sia sui mercati azionari che obbligazionari e alternativi. Allo stesso tempo, ci poniamo in prima linea nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale e questo ci permette di rendere il lavoro dei nostri analisti più rapido ed efficiente. Il nostro approccio bottom-up resterà il cuore della nostra proposta, ma continueremo ad arricchirlo con strategie quantitative e sistematiche.
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Proprio sul fronte della gestione attiva, Lazard sta ampliando la propria offerta anche attraverso nuovi veicoli e strategie. È finita l’epoca in cui attivo e passivo venivano considerati alternativi oppure l’industria sta andando verso una convivenza sempre più stretta dei due modelli?
Siamo costantemente alla ricerca di nuove soluzioni per i nostri clienti, sia sul lato tradizionale che su quello dei private markets. Il nostro DNA di gestione è improntato sulla creazione di alpha e questo resterà sempre al centro. Per gli asset manager genuinamente attivi come Lazard, la gestione passiva non rappresenta una minaccia perché svolge una funzione completamente diversa e spesso complementare: l’accesso a basso costo al beta di mercato.
Guardando ai mercati, il 2026 sembra aver messo in discussione la leadership di Wall Street: valutazioni elevate, concentrazione sull’AI e dollaro più debole stanno spingendo gli investitori a guardare maggiormente fuori dagli USA. Lazard ha indicato proprio un restringimento del divario tra mercati americani e no. È davvero iniziato un cambio di regime? E dove vede oggi le opportunità più interessanti?
Siamo arrivati a un punto di svolta. Se infatti le azioni americane hanno offerto per anni un rendimento nettamente superiore rispetto a tutti gli altri principali mercati, da inizio 2025 le carte in tavola sono cambiate. La crescita accelerata degli utili e valutazioni interessanti hanno cioè guidato la sovraperformance di altre piazze finanziarie, che comunque restano significativamente a sconto anche oggi rispetto a Wall Street. Altrettanto importante, le aspettative di crescita dei profitti globali appaiono meglio diversificate tra Paesi e settori rispetto a quanto accade negli USA, dove c’è una forte dipendenza dai titoli dell’intelligenza artificiale. Credo che questi fattori, combinati con un dollaro in indebolimento, possano portare a rendimenti relativi ancora più forti per le azioni non-US.
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Dalla spesa per la difesa agli investimenti infrastrutturali, l’Europa sembra beneficiare di alcuni catalizzatori strutturali ma deve anche fare i conti con diversi problemi: crescita debole, tensioni geopolitiche, rendimenti obbligazionari in risalita. L’azionario del Vecchio Continente può diventare una componente strutturale dei portafogli globali o il suo recente recupero rischia di essere sopravvalutato?
L’Europa ospita molte delle migliori aziende al mondo. E anche da un punto di vista prettamente contabile, ad esempio se confrontiamo le società locali dai più alti ritorni sul capitale con le loro omologhe americane, il divario di performance risulta ben più ridotto di quanto molti investitori presumano. Qualsiasi portafoglio ben diversificato dovrebbe quindi avere un’esposizione significativa al Vecchio Continente, le domande cruciali riguardano semmai su quali settori e Paesi e titoli concentrare l’attenzione. Si tratta, come per qualsiasi altra regione del mondo, di prendere in considerazione tassi di crescita e valutazioni nel momento in cui bisogna compiere delle scelte di allocazione.
Un altro tema centrale è l’intelligenza artificiale: dopo l’enorme rally dei titoli legati all’AI, quanto è ancora giustificato pagare per la crescita promessa da questa tecnologia? E dove vede le opportunità meno evidenti, al di là dei grandi produttori di semiconduttori e delle hyperscaler?
La rivoluzione dell’intelligenza artificiale è già stata straordinaria, ma il meglio è ancora da venire. La sfida per gli investitori è isolare quali parti dell’ecosistema offrano il miglior rapporto rischio-rendimento. I mercati sono infatti diventati sempre più selettivi: alcune società vengono premiate per aver allocato il capitale in modo intelligente per monetizzare l’opportunità AI, mentre molte altre vengono penalizzate per scelte meno disciplinate o convincenti. Nel valutare un tale scenario, suggeriamo di ponderare con attenzione l’esposizione tra le opzioni disponibili: dagli hyperscaler ai produttori di semiconduttori fino ai fornitori di infrastrutture energetiche.
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Per un investitore europeo c’è poi un tema di diversificazione valutaria: il dollaro si è indebolito e i rendimenti delle attività non statunitensi stanno tornando competitivi. Quanto dovrebbe cambiare il modo di costruire oggi l’esposizione internazionale del proprio portafoglio?
Ci aspettiamo che il dollaro americano continui a deprezzarsi nei prossimi anni, mentre le curve dei rendimenti diventeranno più ripide sia Europa sia negli Stati Uniti. Proprio questi fattori, insieme ad altri, sono destinati a contribuire a una performance relativa più forte delle azioni non-US rispetto ai peer americani. Ciò significa che gli investitori italiani potrebbero dover riconsiderare quanto capitale allocare oltreoceano, evitando di replicare quell’eccessivo 63% di incidenza che Wall Street ha oggi nella composizione di benchmark come l’MSCI All Country World Index. Guardiamo con favore a mercati emergenti e Giappone, dato non solo il profilo rischio-rendimento interessante ma anche la migliore protezione sulle valutazioni che sono in grado di offrire e un insieme più diversificato di driver di utili.
Gli italiani continuano ad avere una quota molto elevata della propria ricchezza finanziaria parcheggiata in depositi e strumenti relativamente prudenti, mentre l’industria sta cercando di portare nei portafogli anche azionario e soluzioni più diversificate. Dopo una lunga esperienza nella distribuzione, qual è secondo lei il vero ostacolo da rimuovere?
Credo che la vera barriera sia soprattutto culturale: manca ancora una piena consapevolezza del costo reale della liquidità e dell’inflazione nel tempo, oltre a una certa avversione al rischio radicata nel risparmiatore. Il modello distributivo, in realtà, si è evoluto molto ed oggi reti e private banker sono sempre più preparati a proporre soluzioni diversificate. I costi sono un tema, ma la vera leva è l’educazione finanziaria: senza di essa, anche l’offerta di prodotto più sofisticata rischia di restare percepita come rischiosa o incomprensibile. Investire in cultura, quindi, è la priorità per sbloccare davvero il potenziale dei portafogli italiani.
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