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Cresce in Italia il numero di strumenti attivi quotati in Borsa e si amplia la gamma di strategie disponibili, dagli azionari tematici agli obbligazionari diversificati. Ma non è tutto oro quel che luccica. A partire dai dati Fida, la classifica dei prodotti più performanti e un’analisi del settore
*financial analyst di Fida
Il mercato globale degli exchange traded funds attivamente gestiti continua a infrangere record. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da ETFGI, società indipendente di ricerca e consulenza specializzata nel settore, gli asset gestiti dagli ETF attivi a livello mondiale hanno infatti raggiunto il massimo storico di 1.480 miliardi di dollari alla fine di giugno 2025 e si sono così dimostrati capaci di superare il precedente primato di 1.390 miliardi. Ma se la corsa non può che fare felici gli investitori al dettaglio, è evidente il rischio che si generi nel pubblico una percezione appiattita delle complessità sottese a questo universo. Ecco perché FocusRisparmio, a partire dai dati di Fida, ha deciso di passare in rassegna i prodotti della categoria distribuiti in Italia per scattare una fotografia dettagliata dell’asset class e sfatare alcuni tabù consolidati. Un’operazione cha ha restituito l’immagine di un settore ampio e diversificato, non privo però di aspetti critici.
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Identikit di una categoria in evoluzione
Gli ETF attivi sono exchange traded funds in cui il gestore non si limita a replicare un benchmark ma esercita discrezionalità nelle scelte d’investimento. A differenza degli cugini tradizionali, la composizione del portafoglio non è vincolata rigidamente a un indice bensì guidata da un mandato attivo. Le strategie possono essere tematiche, quantitative, ESG-enhanced o a selezione fondamentale pura. La vera novità però è il contenitore: rimangono fondi quotati e scambiabili in tempo reale in Borsa, con certezza di prezzo ed efficienza operativa. Il risultato è una combinazione tra ricerca dell’alpha e vantaggi strutturali dell’universo passivo: flessibilità, trasparenza e costi contenuti.
Una rapida accelerazione
Borsa Italiana ospita oggi un centinaio di ETF attivi che compongono un mosaico in rapida espansione. L’osservazione dei dati anagrafici e analitici di questi strumenti rivela infatti un mercato ancora giovane ma già sorprendentemente articolato per categorie, strategie e profili di rischio. L’arco temporale dei lanci evidenzia, ad esempio, un’accelerazione marcata che racconta una storia di crescente accettazione da parte del mercato. Dai timidi esordi del 2008-2011 si è passati a una crescita più vivace nel periodo 2018-2020, quando alcuni asset manager internazionali hanno iniziato a testare il formato con strategie consolidate. Ma è dal biennio più recente che l’offerta ha subito un vero impulso: 24 nuovi ETF attivi sono stati quotati nel 2024, 20 nel 2023. In due anni si è praticamente raddoppiato il numero di strumenti disponibili, segno di una crescente accettazione del formato da parte sia degli asset manager che del mercato. Questo slancio riflette non solo l’evoluzione della domanda, ma anche il perfezionamento delle infrastrutture tecnologiche e regolamentari che rendono più efficiente la gestione attiva all’interno del contenitore ETF.
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Struttura efficiente, costi competitivi
Le differenze rispetto ai fondi comuni sono sostanziali. Gli ETF attivi si comportano come titoli azionari, senza vincoli di sottoscrizione o penali in uscita. I costi sono spesso più bassi grazie alla disintermediazione: niente reti di distribuzione o retrocessioni. I prodotti analizzati su Borsa Italiana mostrano oneri correnti medi dello 0,34% (range 0,04%-0,85%) e una management fee media dello 0,3%. Un altro elemento distintivo è la trasparenza: nella maggior parte dei casi la composizione del portafoglio viene pubblicata quotidianamente. Anche se alcuni gestori statunitensi utilizzano modelli semi-trasparenti per proteggere le strategie proprietarie, la tendenza è verso una disclosure sempre più ampia.
Dai KID la fotografia di un universo sofisticato
I KID (Key Information Document) degli ETF attivi oggi quotati su Borsa Italiana testimoniano la maturità raggiunta dal segmento e la diversificazione delle filosofie gestionali. Due esempi emblematici illustrano la varietà dell’offerta disponibile. Il JPM US Growth Equity Active UCITS ETF rappresenta l’approccio istituzionale consolidato: la gestione è attuata da team con lunga esperienza, focalizzati su un processo quantitativo che mira a replicare (e superare) l’universo growth USA all’interno di una cornice ESG-enhanced. Si tratta di una strategia sistematica che sfrutta modelli proprietari di scoring per identificare le società con maggiori potenzialità di crescita sostenibile, mantenendo un controllo rigoroso del tracking error rispetto all’universo di riferimento. All’opposto, l’ARK Artificial Intelligence & Robotics UCITS ETF incarna la filosofia disruptive: si entra in territori meno ortodossi, dove l’attenzione ricade su tecnologie emergenti ed è guidata da una visione macrotematica spinta ma sempre formalmente confezionata come strumento a replica. La strategia prevede una concentrazione elevata su aziende che sviluppano intelligenza artificiale e automazione, con un approccio basato su una view che privilegia la crescita di lungo periodo rispetto alla volatilità di breve termine.
Geografia e diversificazione oltre il cliché
Contrariamente alla vulgata che associa gli ETF attivi esclusivamente all’universo equity tematico, l’offerta italiana si rivela anche molto diversificata e capace di coprire praticamente tutte le asset class e le strategie di investimento. L’azionario rappresenta circa il 60% del mercato ma presenta un ventaglio che spazia dagli ETF tematici ESG (sia globali che regionali) a strumenti su specifiche aree geografiche fino ai settoriali puri: tecnologia, robotica, cleantech, biotecnologie e non solo. Non mancano neppure approcci fattoriali sofisticati che combinano value, growth, quality e momentum in strategie quantitative proprietarie. L’obbligazionario incide invece per circa il 25%, con un quarto degli strumenti classificati in categorie diversificate quali euro corporate, USA corporate, high yield ed euro hedged globali. Non sono trascurabili neanche le strategie multi-asset e monetarie, spesso in versione hedged per controllare il rischio valutario: si tratta infatti di strumenti che forniscono un’alternativa interessante ai fondi bilanciati tradizionali, offrendo maggiore trasparenza nell’allocazione tattica tra asset class. Emergono infine le prime sperimentazioni di ETF attivi non direzionali, con obiettivi di alpha svincolato dal mercato: sono strategie market-neutral o long-short che tentano di replicare approcci tipici dei fondi speculativi, democratizzando l’accesso a strategie decorrelate.
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Il profilo economico-finanziario dell’offerta
L’analisi quantitativa dell’universo rivela un ecosistema maturo caratterizzato da un’ampia diversificazione di profili rischio-rendimento. La deviazione standard segnala un ampio ventaglio di alternative, anche se l’offerta si concentra su strumenti a volatilità medio-alta e quindi tipica di esposizioni azionarie. Il 25% dei prodotti presenta un SRRI di tre o inferiore, testimoniando la presenza di soluzioni più conservative, mentre il 25% superiore raggiunge livelli cinque e sei, che sono indicativi di esposizioni tematiche o geografiche ad alta volatilità. Le performance da inizio anno evidenziano invece un’elevata dispersione, che va da -11% a +16%, con una mediana appena positiva e una coda destra significativa. Il 25esimo percentile è in territorio negativo (-3,9%), segno che l’attività di selezione non è sempre garanzia di sovra-performance e che la discriminante di categoria o stile rimane fondamentale. Una fotografia che testimonia come gli ETF attivi, pur beneficiando di una gestione professionale, rimangano esposti ai cicli di mercato e alle specificità settoriali o geografiche delle strategie sottostanti.

Valutazione: serve un cambio di mentalità
Trattare un ETF attivo come un fondo passivo sarebbe un errore: non segue logiche benchmark-driven, richiede comprensione del mandato, del processo e della filosofia del gestore. L’ETF attivo ha una grammatica propria: trasparente ma strategico, liquido ma selettivo. Per consulenti e risparmiatori ciò implica maturità analitica: tra contenitore e contenuto, è quest’ultimo a determinare il valore reale. Nel dibattito tra attivo e passivo, si apre così una terza via. Non compromesso, ma alternativa.
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Tra opportunità e sfide
Il trade-off fondamentale sottostante a questo universo è quindi evidente e trasparente: maggior discrezionalità gestionale in cambio di costi leggermente superiori, ma senza le strutture più rigide tipiche di molti fondi comuni. E la sua crescita negli ultimi due anni non va considerata un’anomalia ciclica, bensì un’indicazione strutturale di come il mercato stia ridefinendo il confine tra gestione e contenitore. La sfida, per il risparmiatore e per il consulente, è operare una valutazione con lo stesso rigore qualitativo che riserverebbe ai fondi attivi: se il formato ETF fornisce trasparenza e accessibilità, la componente attiva richiede rigore e strumenti analitici che vadano oltre la semplice comparazione di performance. Nel dibattito ormai inflazionato tra gestione attiva e passiva, l’ETF attivo rappresenta una terza via che non si limita a compromessi ma definisce una propria grammatica: liquido ma selettivo, trasparente ma strategico, efficiente ma non neutrale. In un mercato in cui tutto è misurabile ma non tutto è confrontabile, si richiede una maturità nuova: a metà tra il trader e l’allocatore, tra il selezionatore e l’analista. È il prezzo dell’evoluzione del risparmio gestito, ma allo stesso tempo anche la sua più grande promessa di democratizzazione dell’alpha.
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