Secondo il managing director della casa, il dialogo tra case prodotto e l’advisor diventa cruciale per guidare il cliente attraverso l’incertezza di questo periodo. Obbligazionario, cautela sul quadro macro e approccio diversificato la sua ricetta per affrontare la concentrazione azionaria e i mutamenti dello scenario globale
GianPaolo Guidi, Managing Director, Financial Intermediaries di Capital Group
“Nei momenti di mercato più complessi, quel che conta davvero è tenere la barra ferma ed evitare che l’emotività prenda il sopravvento”. In un contesto segnato da nuove tensioni geopolitiche e ritorno dei timori inflazionistici, GianPaolo Guidi non ha dubbi su quali siano le direttrici da seguire per farsi trovare pronti. Per il Managing Director, Financial Intermediaries di Capital Group, che dall’alto della sua pluriennale esperienza nel settore ha vissuto diversi periodi di instabilità, la svolta passa infatti da un fattore su tutti: maggiore sinergia tra asset manager e consulenza finanziaria nel guidare il cliente attraverso la complessità. Un cambiamento di paradigma che si accompagna ad altri elementi, dalla rinnovata centralità dell’obbligazionario ai rischi di concentrazione nei mercati azionari fino ai megatrend. FocusRisparmio lo ha raggiunto per approfondire questa view e capire la traiettoria evolutiva che attende l’industria del gestito nei prossimi anni.
Il legame tra gestori e consulenti è al centro della sua visione. Come pensa stia cambiando con l’avvento della volatilità quale variabile strutturale?
Nei momenti di incertezza il rapporto non può che intensificarsi. Anzi, è opportuno che lo faccia. Il cliente cerca infatti risposte rapide e il consulente deve confrontarsi ancora di più con l’asset manager. Tuttavia, l’obiettivo del dialogo non deve consistere nel prevedere l’evoluzione degli eventi, cosa spesso impossibile, ma fornire un contesto. Le crisi geopolitiche seguono pattern ricorrenti: una fase iniziale di volatilità, anche intensa, seguita da un progressivo riassorbimento dei mercati nel medio periodo. Ciclo nel quale il rischio principale resta quello comportamentale: il panic selling, alimentato dall’emotività e dalla paura di perdere capitale dopo anni di performance positive. Ecco perché il focus deve restare sulla costruzione di portafogli resilienti, che risultino coerenti con obiettivi di investimento di medio-lungo termine. In questo senso, il ruolo dell’advisory è anche quello di disinnescare bias emotivi e filtrare l’infodemia che oggi amplifica la percezione dei problemi.
Come evolverà il ruolo della consulenza finanziaria, anche alla luce di questa esigenza?
Il modello sta cambiando profondamente. L’asset manager non è più solo un fornitore di prodotti, ma un partner di servizio. Allo stesso modo, il consulente evolve verso una figura sempre più completa e dotata di competenze anche comportamentali. La gestione della psicologia del cliente diventa centrale: collegare gli investimenti agli obiettivi di vita è fondamentale per ridurre l’emotività nelle fasi di mercato difficili. Inoltre, cresce l’importanza del lavoro in team e della formazione continua: in un contesto segnato dall’eccesso di informazioni e rumore di fondo, il valore della professione risiede infatti sempre più nella capacità di selezionare e interpretare i contenuti rilevanti.
In che modo inflazione, energia e tensioni geopolitiche stanno influenzando le strategie di investimento?
L’approccio di Capital Group resta fortemente orientato al lungo periodo. Anche perché eventi di breve termine, sia pur rilevanti come le vicende che stanno accadendo in Medio Oriente, difficilmente portano a rivoluzioni tattiche dei portafogli. Detto ciò, il ritorno dell’inflazione e il ruolo dell’energia sono variabili da monitorare con attenzione, dal momento che potrebbero tradursi in politiche monetarie più restrittive. In questo contesto, è allora l’obbligazionario che più di tutte le altre asset class torna a farsi interessante: oggi offre rendimenti che non si vedevano da anni e può funzionare da stabilizzatore di portafoglio. All’interno del reddito fisso, in particolare, vediamo opportunità in segmenti come l’high yield di qualità e i mercati emergenti. Resta però fondamentale mantenere un approccio selettivo, soprattutto sulla duration.
Vi aspettate quindi un impatto strutturale della crisi in Iran sul quadro macro?
Quando si tocca il tema energetico, il primo effetto atteso è una possibile riaccelerazione dell’inflazione. Questo potrebbe indurre le banche centrali a mantenere o rafforzare un orientamento restrittivo sui tassi di interesse. Al momento, con le notizie sull’evoluzione dei negoziati in Pakistan, trarre conclusioni definitive resta però un esercizio prematuro. Continuiamo a monitorare l’evoluzione dello scenario e valuteremo eventuali aggiustamenti solo alla luce di decisioni concrete di politica monetaria.
Se non la guerra in senso stretto, è d’accordo sul fatto che la frammentazione geopolitica di cui questo conflitto fornisce ennesima conferma stia cambiando l’asset allocation globale?
Sì, stiamo assistendo a quella che definiamo una ‛grande ristrutturazione globale’. Non è la fine della globalizzazione, ma una sua evoluzione verso nuovi equilibri. Da questo punto di vista, abbiamo identificato tre driver principali. Il primo è l’intelligenza artificiale, destinata a trasformare produttività e modelli di business come nessun’altra tecnologia è stata in grado di fare prima. Il secondo riguarda i flussi commerciali e finanziari: oggi circa un terzo del debito governativo statunitense, il 20% dell’azionario USA e il 28% del credito US sono detenuti da investitori stranieri ma l’equilibrio sembra in procinto di cambiare. Il terzo driver è il ruolo del biglietto verde: oltre l’80% delle obbligazioni high yield globali, del credito cartolarizzato e del debito emergente in valuta forte è denominato in dollari. Una supremazia che si riflette anche nel comparto investment grade, dove la divisa statunitense ne controlla ancora il 65%: capire se questo primato resterà intatto è una delle grandi incognite dei prossimi anni.
L’obbligazionario è quindi tornato protagonista?
Per l’investitore italiano lo è sempre stato, tanto che mediamente rappresenta tra il 65% e il 70% dei portafogli. Oggi però è tornato centrale anche in termini di rendimento, oltre che di stabilizzazione. Detto questo, è fondamentale riequilibrare gradualmente l’allocazione attraverso un aumento dell’esposizione all’azionario. Guardare solo al ritorno nominale può infatti essere fuorviante: bisogna considerare anche l’inflazione e quindi la resa reale degli investimenti. Un portafoglio efficiente deve combinare una solida base di reddito fisso con una componente equity capace di generare crescita nel lungo periodo.
Sull’azionario c’è però un problema non trascurabile: la concentrazione, soprattutto nel settore tecnologico. Siamo ancora su livelli sostenibili o dobbiamo aspettarci una correzione? Come costruire posizioni che mettano al sicuro da questa eventualità?
La concentrazione è un tema reale ma non così nuovo come tanti pensano. Le fasi di leadership molto accentuata tendono infatti storicamente a evolvere nel tempo. E se oggi il focus è puntato sulle cosiddette ‛Magnifiche Sette’, l’ampiezza dell’universo tecnologico non permette di escludere che in futuro possa spostarsi altrove. Senza contare che, nonostante queste aziende stiano costruendo barriere all’ingresso e guidando l’innovazione, alla fine i benefici si diffonderanno comunque anche all’economia tradizionale. Una circostanza che rende ancora più fondamentale la diversificazione. Un gestore attivo deve oggi evitare concentrazioni eccessive, pur mantenendo esposizione ai principali driver di crescita. Quanto all’intelligenza artificiale, che rappresenta indubbiamente il tema di maggior interesse da un anno a questa parte, il rischio non è tanto una sopravvalutazione quanto una sottovalutazione del suo impatto di lungo periodo.
Quali sono i temi di investimento su cui avete maggiore convinzione nel medio-lungo periodo?
La nostra visione si basa su quattro grandi trend strutturali. Il primo è l’IA, destinata a trasformare interi settori. Il secondo è quello che definiamo ‛rinascimento industriale’: si tratta di una denominazione che fa riferimento a fenomeni come il reshoring, l’elettrificazione, la transizione energetica ma anche difesa e aerospazio. Il terzo è l’innovazione sanitaria, sempre più legata all’uso della tecnologia e di modelli predittivi. L’ultimo riguarda l’evoluzione dei consumi, trainata da digitale ed e-commerce. Si tratta di trend di lungo periodo, che guideranno le opportunità di investimento nei prossimi cinque-dieci anni e oltre.
Gli istituti rischiano di perdere quote di mercato e margini per effetto di tecnologia, disintermediazione e nuovi modelli diretti al cliente. Un rischio che impone di ripensare il modello operativo alla luce di avanzata dell’AI e concorrenza dei gestori. Le tre opzioni sul tavolo secondo l’ultimo studio di Bain & Company
Per l’head of investments and wealth in Italia della società, il passaggio generazionale sarà cruciale nel futuro dell’industria. Ma la scarsa propensione a investire rischia di lasciare al palo il nostro Paese l’Europa. Nuovi linguaggi, digitale e consulenza a obiettivi gli ingredienti per il rilancio. Non senza un focus sugli alternativi
Il ceo per il mercato italiano delinea le direttrici di sviluppo della compagnia assicurativa tra previdenza complementare, innovazione tecnologica e bancassicurazione
Constance Clerc, head of Business Enhancement della società, spiega come la casa multi-affiliate stia lavorando su un miglioramento dell’organizzazione a supporto della rete commerciale per accelerare il time-to-market e rendere più fluida la catena tra boutiques e distribuzione. Sullo sfondo, due trend che stanno ridisegnando il wholesale europeo: la crescita degli ETF e l’allargamento dell’accesso ai private assets
Tra tecnologia e nuovi bisogni degli investitori, il presidente dell’associazione nazionale consulenti finanziari delinea l’evoluzione dell’advisory a partire dai temi di Consulentia26. “Settore infrastruttura della fiducia e leva per la crescita del Paese”
I responsabili delle reti sul palco offerto da Anasf a Consulentia26 per ridisegnare modelli e processi alla luce della rivoluzione tecnologica alle porte. “Il vantaggio competitivo sarà di chi saprà usare gli algoritmi rafforzare relazione, qualità del servizio e responsabilità”
Dall’analisi alla reportistica, tante le attività pronte a essere automatizzate. Ma, per Paolo Giudici (Università di Pavia), saranno qualità e scelte industriali a fare degli algoritmi un rischio o una minaccia. E sul futuro della professione la view è chiara: “Meno operatore, più supervisore”
Negli ultimi 20 anni il risparmio delle famiglie è mutato profondamente. Le reti di consulenza mostrano una riduzione della quota destinata alle gestioni collettive e un aumento degli investimenti diretti ad azioni e obbligazioni
Secondo un sondaggio WisdomTree, il 18% dei risparmiatori investe già in asset digitali e il 22% ci sta pensando. Ma tre su cinque non rinunciano al supporto di un advisor. Scarse nozioni e rischio di truffe le cause. E intanto si guarda all’evoluzione delle norme
Iscriviti per ricevere gratis il magazine FocusRisparmio