Lemanik vede guadagni più contenuti e volatilità, ma con un risultato positivo. Per Columbia TI, il Vecchio Continente potrebbe sorprendere. Pimco e Candiam preferiscono azionario USA e debito UE
Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik
Dopo un 2024 segnato dall’“eccezionalismo americano”, il 2025 sarà all’insegna del Vecchio Continente. Nonostante le tante tensioni geopolitiche e una crescita economica in bilico, l’Europa è infatti tornata al centro dell’attenzione di molti gestori, convinti che possa chiudere il nuovo anno con risultati positivi. Il motivo è evidente, come sottolinea Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik: finora c’è stata una lettura estrema del sentiment e del posizionamento a favore degli USA. E tutti sanno che la valutazione è a buon mercato. Anche la performance relativa ha raggiunto livelli senza precedenti, quindi ci sono pochi dubbi sul fatto che l’Area, come il Russell, “sia ben posizionata per sovraperformare gli Stati Uniti, o almeno per tenerne il passo”.
La principale visione contrarian? Non essere contrarian
Secondo Scauri i presupposti per il 2025 sono molto diversi da quelli del 2023 e del 2024. “Negli ultimi due anni la nostra visione generalmente rialzista è stata alquanto facile da formulare: il sentiment era eccezionalmente ribassista e i dati storici e statistici che utilizziamo per sostenere le nostre view davano un messaggio di rialzo molto chiaro”, spiega. Ora invece è diverso. L’attesa è infatti per dodici mesi meno entusiasmanti, con guadagni più contenuti e un’elevata volatilità, ma con un risultato comunque positivo. Per il gestore, in ogni caso, i rendimenti limitati possono essere migliorati in modo sostanziale: “Ci aspettiamo alcuni importanti drawdown nel corso dell’anno e la nostra strategia molto attiva e il nostro portafoglio concentrato possono generare ulteriore alfa”, sottolinea.
Il suo parere, insomma, è che le stime per il 2025 siano corrette. E se così fosse, “sarebbe probabilmente il risultato di per sé più contrarian”. Secondo Scauri, infatti, per una volta i mercati finiranno l’anno vicino ai livelli previsti dalla maggior parte degli strategist. A far la differenza saranno quindi il percorso e il momento in cui aspettarsi ribassi e recuperi. “È chiaro che stiamo entrando nel nuovo anno a livelli piuttosto elevati, anche dopo il recente sell off post Fed. Il sentimento è rialzista, il posizionamento è alto, i livelli di liquidità sono bassi”, analizza. Aggiungendo come il grafico storico dell’S&P negli anni post-elettorali mostri un evidente periodo di debolezza fino a marzo. “Un successivo rimbalzo nel secondo trimestre dovrebbe essere seguito da una maggiore debolezza nella seconda metà e per tutta l’estate. È statisticamente significativo il fatto che gli anni post-elettorali, quando il partito in carica perde, tendono a essere i peggiori”, avverte.
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L’Europa potrebbe andare meglio del previsto
Steven Bell, chief economist EMEA di Columbia Threadneedle Investments
Per quanto riguarda la crescita economica, Steven Bell, chief economist Emea di Columbia Threadneedle Investments, ricorda che, nonostante l’enorme incertezza che incombe sul 2025, il consensus parla chiaro: stagnazione in Europa e Goldilocks negli Stati Uniti. A suo parere, però, la view di mercato sul Vecchio Continente è al momento talmente cupa che potremmo assistere a una crescita migliore delle attese. “Sebbene la spesa dei consumatori sia stata debole e ci siano problemi strutturali nel settore manifatturiero, in particolare in Germania, le finanze dei consumatori risultano sane, la fiducia sta migliorando e i tassi di interesse sono bassi e in calo. Pertanto, riteniamo che l’Europa sia in grado di superare le aspettative nel 2025”, sostiene. Dall’altra parte dell’Oceano, invece, Bell osserva che l’economia sembra destinata a registrare una buona performance con modesti tagli ai tassi da parte della Federal Reserve. Che però potrebbero essere più numerosi del previsto. Certo, le politiche del nuovo presidente Donald Trump rappresentano al momento una grande incertezza, precisa, “ma l’attenzione alle misure sul fronte dell’offerta è considerata positiva e i dazi potrebbero danneggiare più i partner commerciali che gli Stati Uniti”.
Azioni USA e debito europeo
Nadège Dufossé, global head of multi-asset di Candriam
Anche per Nadège Dufossé, global head of multi-asset di Candriam, l’arrivo del tycoon alla Casa Bianca rappresenta il rischio più grande per lo scenario atteso di un soft landing globale. Nonostante questo, l’esperta rimane positiva sulle azioni e sovrappesata sugli USA. “Anche se l’andamento e le valutazioni del mercato americano incorporano già un certo ottimismo che ha fatto seguito alla vittoria di Trump, la traiettoria di crescita dell’economia e dei profitti delle aziende è molto più forte e resistente di quella di altri Paesi sviluppati”, afferma. La sua preferenza è per le piccole e medie imprese e per i titoli ciclici come quelli industriali e finanziari, mentre resta neutrale sulla tecnologia. Guardando all’obbligazionario, Dufossé preferisce una duration lunga sulla Germania. “Le previsioni di crescita per il 2025 sono deboli e se necessario la BCE taglierà ulteriormente i tassi”, chiarisce. A suo parere, detenere titoli di Stato non rischiosi può avere il vantaggio di proteggere un portafoglio diversificato da eventuali delusioni derivanti dal livello di crescita, poiché azioni e obbligazioni presentano ancora una volta una correlazione negativa in Europa in un contesto disinflazionistico. “D’altro canto, rimaniamo cauti sul debito francese, in attesa di un accordo su un nuovo bilancio per il 2025, e preferiamo alcuni Paesi come la Spagna”, precisa.
Proprio riguardo al reddito fisso, Marc Seidner e Pramol Dhawan, rispettivamente cio strategie non tradizionali e portfolio manager di Pimco, sottolineano che a fronte delle preoccupazioni per l’impatto dell’aumento del deficit sui Treasury americani, è opportuno differenziare gli investimenti obbligazionari in termini di scadenze, rating creditizio e relative value a livello globale. “Giudichiamo opportuno privilegiare in modo strutturale il comparto societario rispetto ai titoli sovrani negli Stati Uniti e in linea generale l’opposto in Europa, dove la crescita è in frenata e ci sono vincoli che limitano la risposta di politica fiscale”, spiegano. In sostanza, per i due esperti gli USA vantano un conto economico più robusto mentre l’UE uno stato patrimoniale più solido: “È un trade-off tra crescita e durevolezza”. Gli Stati Uniti potrebbero alla fine dimostrarsi resilienti ma assieme al debito pubblico aumenta l’incertezza: “Riteniamo pertanto opportuno assumere esposizione azionaria negli USA mentre preferiamo il debito in Europa”, affermano.
Il caso Germania
In tutto questo c’è il caso Germania. La locomotiva d’Europa è diventata il fanalino di coda nella classifica della crescita UE. Senza contare che sia la produzione industriale tedesca sia il clima economico sono in costante declino dal 2018. Per Gunther Schnabl, direttore del Flossbach von Storch Research Institute, considerando le difficoltà finanziarie della Francia, la credibilità dell’euro dipende ora in larga misura dall’affidabilità creditizia di Berlino. Solo che l’SPD e i Verdi sono già pronti ad allentare il freno all’indebitamento, e anche l’Unione CDU-CSU sembra non escludere l’ipotesi. “Dal punto di vista della Germania non ha senso rinunciare a ricostruire le infrastrutture deteriorate e a migliorare la difesa finanziando il tutto tramite debito, se alla fine tutti i debiti pubblici dell’UE diventeranno collettivi”, osserva. Peccato però che togliere il freno all’indebitamento potrebbe comportare gravi conseguenze per il Vecchio Continente. In passato, ricorda Schnabl, il ricorso al debito per finanziare la riunificazione della Germania ha innescato una crisi nel resto d’Europa a causa del ritiro dei risparmi tedeschi dagli Stati limitrofi. “Una situazione del genere potrebbe ripetersi con un piano di investimenti tedeschi finanziati dal debito. E se manca la prospettiva di flussi finanziari teutonici, alcuni Paesi potrebbero perdere interesse nell’UE. In tal caso, la dissoluzione del mercato unico comporterebbe un danno ancora maggiore per l’Europa”, avverte. Concludendo che è ora che Berlino torni ad essere la storica potenza economica di un tempo attraverso riforme di mercato, “il che non può prescindere da una stabilizzazione della moneta unica”.
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