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L’Istituto rivede al ribasso le stime e annuncia crescita zero per quest’anno. Pesano la guerra in Ucraina, la frenata della Cina e la transizione energetica. La ripresa solo nel 2026
Il malato tedesco non migliora, anzi si aggrava mentre il suo governo continua a perdere consensi a favore dei partiti estremisti di destra e sinistra. E l’intera Eurozona trema, non riuscendo a vedere alcuno spiraglio di luce in fondo al tunnel in cui la sua locomotiva è impantanata da tempo. L’ultimo campanello d’allarme l’ha suonato l’IFO, l’istituto di ricerca di Monaco, che ha tagliato le stime sul PIL del 2024 e parla ora di “crescita a zero”, dopo il calo dello 0,3% messo a segno nel 2023. Una limatura di 0,4 punti percentuali rispetto alle previsioni precedenti, cui si accompagna anche una revisione al ribasso per il 2025, quando l’economia teutonica dovrebbe crescere dello 0,9% e non più dell’1,5%.
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“L’economia della Germania è bloccata e langue nella depressione, mentre altri Paesi avvertono una ripresa”, sottolinea Timo Wollmershäuser, responsabile delle previsioni dell’IFO, aggiungendo che è in corso una “crisi strutturale” con investimenti “troppo scarsi” e una produttività “stagnante” da anni. Per gli economisti dell’IFO è “probabile che si verifichi una graduale ripresa nei prossimi due anni”, ma al momento il problema è che “contrariamente alle aspettative, l’attività industriale e la spesa dei consumatori stanno riuscendo a uscire dalla loro stagnazione solo molto lentamente”. Al di là dei fattori strutturali, secondo Wollmershäuser, Berlino sta infatti attraversando anche “una crisi economica”. “La situazione degli ordini è scarsa e i guadagni nel potere d’acquisto non stanno portando a un aumento dei consumi ma piuttosto a maggiori risparmi perché le persone sono instabili”, osserva. Attualmente il tasso di risparmio è infatti pari all’11,3%, ben oltre la media decennale del 10,1%.
L’IFO stima poi che il tasso di inflazione calerà solo lentamente dalla media del 5,9% del 2023 al 2,2% di quest’anno. Successivamente scenderà al 2% nel 2025 e all’1,9% nel 2026. Il tasso di disoccupazione è invece stimato al 6% nel 2024, dopo il 5,7% dello scorso anno. Nel 2025 riprenderà a contrarsi e toccherà il 5,8% per poi attestarsi al 5,3% nel 2026. Infine, il deficit pubblico dovrebbe raggiungere quest’anno il 2% per poi scendere all’1,3% e allo 0,9% nel biennio successivo.
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Oltre alla guerra in Ucraina e alla frenata della Cina, che hanno privato l’industria teutonica rispettivamente del gas a basso costo della Russia e di un ottimo cliente, secondo l’IFO a pesare c’è anche la transizione energetica. “La decarbonizzazione, la digitalizzazione, il cambiamento demografico, la pandemia di coronavirus, lo shock dei prezzi energetici e il ruolo mutevole della Cina nell’economia globale stanno mettendo sotto pressione i modelli di business consolidati e costringendo le aziende ad adeguare le proprie strutture produttive”, evidenzia Wollmershäuser. Tutto questo sta frenando gli investimenti, “in particolare nel settore manifatturiero, che in Germania rappresenta una quota significativamente più alta della produzione economica rispetto ad altri luoghi”, precisa.
A rincuorare non basta il risultato oltre le attese degli ordini all’industria, che a luglio in Germania hanno messo a segno un aumento del 2,9% su base mensile, contro una stima degli analisti di un calo dell’1,6%. Soprattutto dopo che un’azienda simbolo come Volkswagen ha annunciato – prima volta nella sua storia – chiusure e tagli sul territorio teutonico. Non solo. Alle previsioni nere dell’IFO, si aggiungono anche quelle pubblicate il giorno prima dal Kiel Institute for the World economy, a detta del quale il PIL tedesco chiuderà il 2024 addirittura con un calo dello 0,1%, per poi espandersi dello 0,5% nei dodici mesi successivi.
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