Per David Karni, responsabile portafogli d’investimento di BCC Risparmio & Previdenza, il ritorno della geopolitica è un trend strutturale. Focus su tech americano, autonomia europea ed energia la chiave per interpretarlo. “Ma il vero rischio della guerra in Iran riguarda le midterm”
David Karni, responsabile portafogli d’investimento di BCC Risparmio & Previdenza
Geopolitica, inflazione, crescita, tassi di interesse. Mai come oggi i mercati finanziari si ritrovano a oscillare tra tensioni internazionali e attesa per le mosse delle banche centrali. Ma mentre molte case di gestione si apprestano a correre ai ripari, modificando le allocazioni o adottando correttivi in chiave tattica, questo scenario non sembra aver alterato la bussola di BCC Risparmio & Previdenza. Secondo David Karni, responsabile portafogli d’investimento della società, il conflitto in Medio Oriente avrà infatti effetti gestibili sull’economia globale e le vere variabili da considerare sono altre: a partire dal quadro politico americano e dalla capacità di intercettare grandi trend strutturali come intelligenza artificiale o transizione demografica. FocusRisparmio ha raggiunto il fund selector per approfondire il suo punto di vista.
Sulla conseguenza della crisi in Medio Oriente, porta un view contrarian rispetto a buona parte del mercato. Quali effetti vi aspettate a livello di inflazione, crescita e tassi?
Confermo che la lettura è prudente ma non particolarmente pessimista. Lo scenario centrale resta quello di un conflitto latente, senza escalation strutturale. Un contesto nel quale crediamo che il prezzo del petrolio tenderà a rimanere in un range già osservato, scatenando effetti inflattivi solo temporanei. E anche se la risalita dell’inflazione nel breve periodo pare un dato ormai certo, siamo convinti che seguirà quasi subito un processo di normalizzazione. Ecco perché riteniamo che alcune attese nutrite dal mercato in materia di politica monetaria, come l’ipotesi di tre aumenti dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea, siano eccessive. Dal nostro punto di vista, è molto più probabile che si verifichino uno o pochi interventi restrittivi anziché un ciclo aggressivo di ritocchi al rialzo.
Qual è la differenza tra Stati Uniti ed Europa nel vostro scenario macro?
È indubbio che l’Europa rimanga l’area più fragile, tra le due. La crescita del Vecchio Continente, già debole, rischia infatti di azzerarsi del tutto in presenza di shock energetici o geopolitici. Gli Stati Uniti, invece, mostrano maggiore resilienza: qui il rallentamento è possibile, ma si verificherebbe all’interno di un quadro macro ancora solido. Il vero elemento di incertezza per l’economia a stelle e strisce, più che le tensioni internazionali, è semmai un altro: il ciclo politico interno, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Le dinamiche fiscali e il possibile cambiamento di maggioranza al Congresso, con Trump sul minimo gradimento di sempre nei sondaggi, rischiano infatti di incidere in maniera decisiva sia sulle prospettive di espansione del PIL e sia sulla traiettoria della spesa pubblica.
In questo contesto, qual è il posizionamento da adottare sull’equity?
L’asset allocation resta orientata al rischio, con una preferenza per il mercato americano. Il razionale è duplice: da un lato, quella già citata crescita solida che gli Stati Uniti sono ancora in grado di mettere sul piatto; dall’altro, una possibile fase di stimolo fiscale legata alle dinamiche elettorali. In questo scenario, la liquidità aggiuntiva e la spinta alla spesa potrebbero sostenere i mercati in un ulteriore allungo.
Quali sono i maggiori driver tematici per i mercati azionari?
Il primo tema è l’intelligenza artificiale, giunta a una fase di sviluppo avanzata ma non ancora matura. Il mercato sta passando dalla fase euforica a quella di selezione dei vincitori, con una crescente dispersione tra settori come semiconduttori e software o anche cybersecurity. Il secondo driver ha carattere più strutturale e può essere ricondotto alla maggior autonomia strategica dell’Europa: difesa e reindustrializzazione le sue principali declinazioni settoriale. È vero che si tratta di un processo lungo, legato a vincoli politici e di coesione tra gli Stati membri dell’Unione, ma credo sia un punto di approdo inevitabile a livello geopolitico e quindi sul piano degli investimenti. L’ultimo fattore presenta natura tattica: l’energia. Le aspettative di mercato sul prezzo del petrolio sono infatti considerate eccessivamente ottimistiche, perché la struttura produttiva globale suggerisce maggiore volatilità e livelli medi più elevati rispetto alle attese implicite della curva. Una fotografia cui le recenti dinamiche interne all’OPEC hanno dato un contributo rilevante. Il driver di lungo periodo decisivo sarà però la demografia: dalla robotica alla transizione energetica fino alla scarsità relativa delle risorse, molte delle grandi tendenze di mercato vengono ricondotte a questo fattore.
Come siete posizionati sul comparto obbligazionario?
La view è centrata sulla dinamica delle curve. L’ipotesi è che la Federal Reserve possa tornare a tagliare i tassi, anche in chiave più politica che strettamente macroeconomica, e questo ci porta a prediligere la parte breve piuttosto che un tratto lungo di gran lunga più fragile. Il quadro appare diverso in Europa, perché la BCE resta vincolata da una crescita debole e da una mancanza di coesione fiscale. Il risultato è una maggiore volatilità, con opportunità sui livelli estremi della struttura dei tassi come nel caso del Bund oltre determinate soglie di rendimento. Quanto al mondo corporate, in particolare al credito, abbiamo infine un orientamento costruttivo: lo spread e il livello dei ritorni continuano infatti a offrire valore soprattutto nella partehigh yield.
Come stanno reagendo i clienti alla volatilità geopolitica?
Non si osservano reazioni impulsive così significative. Le richieste di disinvestimento, ad esempio, non sono aumentate in modo rilevante. E i fattori che spiegano questo comportamento sono essenzialmente due: una maggiore educazione finanziaria e quella minore esposizione media all’azionario che la clientela italiana, nostro target principale, si trascina dietro in maniera strutturale. Si sta inoltre consolidando un ‛approccio più di portafoglio’ rispetto a quello focalizzato sul singolo prodotto. In questa logica, anche in termini di fund selection, stanno funzionando soprattutto soluzioni bilanciate con meccanismi di protezione e crescita progressiva dell’equity exposure.
Crede allora che il modello 60-40 sia ancora valido?
Il tradizionale schema azioni-obbligazioni mostra limiti evidenti, soprattutto in fasi in cui la correlazione tra le due asset class diventa positiva. Proprio per questo il multi-asset tende a evolvere verso una struttura più ampia: non solo azioni e bond ma anche liquidità, valute, materie prime, oro e talvolta private markets. L’obiettivo non è più solo la diversificazione classica ma la ricerca di classi d’attivo realmente decorrelanti, anche se oggi più difficili da individuare.
Ha parlato di mercati privati. Come li inquadra rispetto al tipo di clientela che servite?
Gli alternativi sono considerati una componente interessante ma non universalmente adatta. Il punto centrale è la natura dell’illiquidità: il rendimento aggiuntivo deve cioè venire compensato da una consapevolezza piena del vincolo temporale. Per questo, l’approccio al tema resta prudente: strumenti semi-liquidi e limiti di concentrazione vengono preferiti a una democratizzazione spinta. L’idea è evitare che l’accesso generalizzato sostituisca l’adeguata comprensione del rischio.
La leadership delle mega-cap aumenta il rischio di concentrazione, mentre l’AI porta con sé segnali di euforia. Secondo gli esperti di Oddo BHF, per intercettare i cambi di leadership servono però modelli capaci di privilegiare i trend strutturali e adattarsi ai regimi di mercato
Per il portfolio manager di Janus Henderson Investors, l’asset class va letta come un universo di società globali, resilienti e spesso ancora sottovalutate rispetto ai competitor. Nel portafoglio entrano finanziari, risorse scarse, AI applicata e una domanda politica cruciale: come l’Europa può tornare a finanziare innovazione e crescita
Il gestore della casa invita alla prudenza sulla parte lunga dei Treasury, dove i rendimenti possono salire ancora di circa 50 punti base. Ma vede avvicinarsi il momento per iniziare ad estendere la duration in Europa. ABS ed emergenti le novità nel credito, con la selezione a fare da spartiacque. E attenzione al boomerang AI
L’asset class sfiora i 300 miliardi di euro e si prepara a un ulteriore ampliamento trainato da USA, energia, e AI. Per il global head of Fixed Income della casa, la compressione dei differenziali rende però decisivi il confronto tra strutture, il posizionamento sulle call e l’analisi bottom-up degli emittenti
Secondo il gestore obbligazionario Anthony Kettle, la dispersione delle valutazioni apre spazi nel credito corporate. Mentre sul fronte sovrano il focus si sposta sull’America Latina. Ma per proteggersi dagli shock, meglio guardare all’azionario
Secondo Sumant Wahi di Man Group il valore si sta spostando verso infrastrutture, software e applicazioni. Tra valutazioni elevate e ruolo crescente della Cina, per gli investitori diventa decisivo distinguere i vincitori dai semplici protagonisti del rally
Per il gestore della casa Fabio Viola, rendimenti ancora interessanti e fondamentali solidi sostengono il comparto. Ma con spread già compressi diventa cruciale la selezione degli emittenti. “Preferenza per finanziari e scadenze da tre a sette anni”
Dopo anni trascorsi ai margini delle strategie di investimento, le economie in via di sviluppo stanno riconquistando la scena. Alla base di questo ritorno ci sono fondamentali più solidi, una minore dipendenza dal dollaro e la ricerca di alternative ai mercati occidentali
Secondo Thomas Christiansen, responsabile della casa per il debito emergente, l’asset class promette di spingere la frontiera efficiente dei portafogli obbligazionari grazie a un bassa correlazione con il quadro macro. “Da Fed e BCE nessun impatto”. E sugli spread niente paura: “Riflettono il miglioramento dei fondamentali”.
Con rendimenti vicini al 6% e default attesi in calo, Columbia Threadneedle vede valore nel credito speculativo del Vecchio Continente. Ma in uno scenario segnato da tensioni geopolitiche e spread compressi, la selettività resta decisiva e le strategie a breve offrono una protezione aggiuntiva contro la volatilità
Per l’ad di Payden&Rygel Italia, Fed e BCE si muoveranno a velocità diverse. Ma rendimenti più alti, dislocazioni sulla curva, cartolarizzati ed emergenti aprono spazi interessanti per chi sa costruire portafogli su misura
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