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Secondo Thomas Christiansen, responsabile della casa per il debito emergente, l’asset class promette di spingere la frontiera efficiente dei portafogli obbligazionari grazie a un bassa correlazione con il quadro macro. “Da Fed e BCE nessun impatto”. E sugli spread niente paura: “Riflettono il miglioramento dei fondamentali”
Tensioni geopolitiche, quadro macro instabile, concentrazione azionaria e allarmi bolla. In una stagione storica contraddistinta dal dominio della volatilità, il reddito fisso sembra essere tornato a rivestire un ruolo importante nelle scelte di asset allocation. Eppure, con gli spread obbligazionari che continuano ad allargarsi e complicano i piani degli investitori, il segmento che più di tutti potrebbe spingere la frontiera efficiente del portafoglio rischia di passare inosservato: i bond dei mercati di frontiera, soprattutto quelli in valuta locale. Ne sono convinti gli esperti UBP, che negli anni si sono costruiti una profonda esperienza di questo universo e ora intravedono la chance di una sua apertura al grande pubblico. FocusRisparmio ha raggiunto Thomas Christiansen, head of Emerging Markets Fixed Income della casa, per approfondire questa view e capire dove punta la bussola.
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Negli ultimi mesi i mercati hanno dovuto confrontarsi con l’incertezza su politica commerciale statunitense, tensioni geopolitiche e una crescita globale meno sincronizzata. Perché le obbligazioni dei mercati frontiera in valuta locale stanno mostrando una resilienza superiore rispetto ad altre aree del reddito fisso?
Si tratta di un’asset class che tende ad avere una correlazione molto più bassa con la maggior parte dei rischi macro globali. E la ragione è presto detta: il fatto di essere meno sviluppati rende questi mercati più idiosincratici di altri e degli emergenti in senso lato, facendo sì che l’andamento dei loro prezzi risulti determinato in larga parte da fattori interni anziché esterni. Basti pensare che un Paese come il Kazakistan ha tagliato i tassi di interesse poche settimane fa, mentre molte altre economie li stavano aumentando.
Ha parlato di minore correlazione. Questa caratteristica è ancora strutturale oppure che aumento della partecipazione degli investitori internazionali potrà ridurne l’efficacia come strumento di diversificazione?
Credo che servirà tempo prima che molti di questi mercati siano utilizzati in misura sufficientemente ampia dagli investitori internazionali da far sì che tali correlazioni cambino in modo significativo. Non a caso, la categoria non figura ancora in alcun indice di riferimento e questo ne aumenta la dipendenza dalla dinamica tecnica. Non solo. Se è vero che alcuni dei mercati di frontiera locali più grandi sono influenzati in misura leggermente maggiore dai flussi di capitale, con diversi operatori specializzati nel più ampio segmento degli emergenti che hanno investito in Egitto o in Nigeria, molte delle economie più piccole in cui operiamo rimangono comunque non correlate ai mercati principali.
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Le banche centrali dei Paesi sviluppati stanno seguendo percorsi di politica monetaria differenti, con la Fed che mantiene un approccio prudente sui tagli ai tassi e la BCE che invece li ha addirittura alzati. Quale impatto potrebbe avere questo scenario sulle valute e sui mercati obbligazionari frontiera nei prossimi 12-18 mesi?
Considerato il livello dei rendimenti sia nominali che reali attualmente offerti, i modesti aumenti dei tassi da parte delle banche centrali dei Paesi sviluppati dovrebbero avere un impatto limitato sulla maggior parte dei mercati di frontiera. Senza contare che queste geografie, in genere, non competono con i Treasury statunitensi per l’afflusso di capitali e quindi tenderanno anche in futuro a essere guidati principalmente da fattori endogeni.
Le performance registrate negli ultimi anni suggeriscono che il mercato stia premiando fondamentali economici più solidi. A suo avviso gli spread riflettono correttamente i rischi politici, fiscali e di liquidità tipici di questi Paesi o si stanno osservando segnali di eccessiva compiacenza?
Negli ultimi anni si è registrato un significativo miglioramento dei fondamentali di molti di questi Stati e ritengo che sia questo il fattore a cui attribuire più di tutti gran parte della recente contrazione degli spread. Nel 2025 abbiamo infatti assistito a un numero di upgrade sovrani tre volte superiore a quello dei downgrade, tendenza che proseguirà anche per tutto l’anno in corso. Il mercato rimane comunque attento: un Paese come il Senegal, ad esempio, sta già scontando di fatto una ristrutturazione del debito nonostante abbia pagato una cedola appena dieci giorni fa.
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Quali sono oggi le geografie e i settori più interessanti all’interno dell’universo frontier? Ci sono Paesi e gruppi di aziende che stanno beneficiando in modo particolare di trend strutturali come il reshoring produttivo, la crescita demografica o gli investimenti nelle infrastrutture?
Dal punto di vista dei fondamentali, la nostra analisi adotta un approccio Paese per Paese anziché su base regionale o settoriale. E questo porta alla luce dei casi che vale la pena menzionare. Sul fronte delle valute forti, ad esempio, preferiamo l’Argentina e il Benin: la prima si trova infatti in un circolo virtuoso caratterizzato da stabilità valutaria, crescita delle riserve e saldi commerciali record; il secondo presenta un’economia molto ben diversificata, con tassi di crescita elevati e una situazione politica stabile. Sul fronte delle valute locali, sia il già citato Kazakistan che la Nigeria beneficiano dell’aumento dei prezzi del petrolio registrato negli ultimi tempi e continuano a offrire un rapporto carry-volatilità molto interessante.
Molti investitori stanno rivalutando il ruolo del reddito fisso nei portafogli strategici. Le obbligazioni dei mercati frontiera possono davvero evolvere da allocazione satellite a componente core? E quali strumenti suggerisce per mitigare i principali rischi, a partire da un possibile rafforzamento del dollaro e da un ritorno di fasi di risk-off globale?
Siamo certamente convinti che sia così, anche se probabilmente ci vorrà un po’ di tempo prima che questo tipo di allocazione diventi comune. Mercer ha pubblicato un white paper ormai due anni fa, in cui si sottolineavano i vantaggi dei mercati di frontiera come investimento autonomo piuttosto che come sottocomponente di un portafoglio EMD più ampio. Questi mercati stanno acquisendo maggiore profondità e liquidità e, man mano che aumentano i dati disponibili, risulta sempre più chiaro che essi offrono non solo rendimenti interessanti ma anche caratteristiche di costruzione del portafoglio vantaggiose perché consentono un miglioramento della frontiera efficiente della maggior parte dei portafogli bilanciati.
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