Investimenti, gli italiani preferiscono fondi comuni e prodotti pensionistici agli Etf
Capital.com: il 41% si sente sopraffatto dalle informazioni finanziarie, meno della media Ue. E solo il 9% è “molto fiducioso” nell’investire in azioni
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Oltre due italiani su cinque vorrebbero investire, ma sono bloccati dal loro pessimismo. Solo meno del 20% pratica l’investimento come componente costitutiva del proprio stile mentale e di vita, ma un corposo 40% si dice pronto a dedicare più tempo ed energie alla finanza. È quanto emerge da una ricerca di Schroders, condotta in partnership con il Censis, che fotografa un Paese rassegnato nel quale però una grossa fetta di persone ha ancora fiducia nell’importanza di avere una visione ottimistica del futuro e attribuisce un valore sociale all’investimento. Un contraddizione che lancia la sfida all’industria del risparmio gestito, il cui imperativo diventa neutralizzare la sfiducia.
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Lo studio, dal titolo ‘Investire è coltivare l’ottimismo. Il valore sociale dell’investimento’, mette in luce alcune tendenze molto rilevanti. Una solida maggioranza del campione (tra il 65% e l’85%) mostra infatti segnali di persistenza della cultura positiva dell’investimento, inteso come impiego di tempo ma anche di energie e risorse per avere risultati futuri in ambito economico e non. Lo stesso gruppo è anche consapevole dell’importanza dell’impegno individuale, sia per sé che per la collettività. Per questi italiani, l’ottimismo rappresenta dunque un abito mentale indispensabile per investire e che va conquistato con la propria volontà. Al centro di tutto c’è infatti il benessere personale, fondato su desideri specifici e profondamente individuali.
Più nel dettaglio, la ricerca divide gli italiani in quattro categorie. La prima è quella degli ‘investitori imperterriti’, pari al 19,2% del campione e composta soprattutto da persone dai 45 ai 64 anni di età con scolarità media e figli. Per loro investire è uno stile mentale e di vita: impiegare tempo e risorse viene visto infatti come garanzia per un avvenire migliore assicurarsi con un approccio regolare nei vari ambiti di vita. Ottimisti sul futuro del Paese e del mondo, reputano decisivo il benessere soggettivo e ad esso funzionalizzano anche il successo economico. Sono inoltre convinti che i risultati migliori si ottengano impegnandosi al massimo e che questo conti più del talento. Il gruppo più numeroso (42,4%) è però quello degli ‘investitori attendisti’, che comprende tutte le fasce d’età: si tratta di persone consapevoli dell’importanza di investire, al corrente dei vantaggi che ne deriverebbero ma paralizzate dal pessimismo. Interpreti autentici della ‘sindrome da immobilismo’ italiana, i rappresentanti di questa categoria mostrano una pervicace e autolesionista propensione a galleggiare. Strettamente collegati a loro sono gli ‘inerti impauriti’ (25,1%), cittadini da 18 ai 34 anni con professioni intermedie e residenti nei comuni minori. Negativi e rassegnati a propria volta, sono privi di fiducia nel valore dell’investimento e tendono a restare imprigionati tra un presente che non amano e il timore nel futuro. Il loro immaginario è dunque fatto di un fatalismo rassegnato che giustifica l’inerzia, reputando legittimo un approccio autoconsolatorio. Quasi nove su dieci hanno aspettative negative sull’avvenire dell’Italia e del mondo. Infine ci sono gli ‘incerti inibiti’ (13,3%): sentono l’impatto devastante dei rischi globali emersi dalla pandemia in poi e valutano non opportuna la scelta di investire o, più in generale, di impegnarsi per obiettivi con una logica intertemporale.
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Secondo lo studio, da tutto questo è possibile leggere che l’Italia non è destinata ineluttabilmente all’immobilismo: la minoranza che già oggi ha scelto di guardare con ottimismo al futuro può infatti crescere, dato che due italiani su cinque sono investitori in potenza. La parola d’ordine è quindi: neutralizzare il pessimismo. Non solo. Il 40% dei nostri connazionali sarebbe pronto a dedicare più tempo alla finanza, in quanto considerata funzionale alla possibilità di vivere secondo i propri desideri. I mercati vengono visti infatti come mezzo per ottenere il benessere soggettivo e quotidiano, segnalando una forte apertura verso l’universo degli investimenti. La sfida è quindi intercettare questa disponibilità tramutandola in interesse e volontà di impiegare effettivamente il denaro. E la strada, viene sottolineato nello ricerca, passa dal connettere l’esperienza dell’investire con il raggiungimento di obiettivi in grado di elevare la percezione della felicità dei singoli. “Il loro raggiungimento alimenterà fiducia e ottimismo”, si legge nel report, “stimolando a essere sempre meno attendisti e sempre più determinati”.

Particolare attenzione va posta poi ai giovani. Sono i meno ottimisti ma anche i meno convinti del valore dell’impegno e dell’importanza di investire nello studio e nel lavoro, tanto da essere maggioranza nella categoria degli ‘inerti impauriti’. Allo stesso tempo, emergono anche come i più esposti alla cultura del guadagno facile e immediato veicolata dai social. Eppure, si rivelano i più pronti a coinvolgersi maggiormente e impegnare risorse negli investimenti finanziari; 46,2% contro il 40% di tutto il campione. La sfida per gli operatori sta dunque nel cercare di conquistare la loro attenzione, avvalendosi anche della fase di passaggio generazionale come momento di trasmissione del patrimonio e dei valori connessi alla volontà di coltivarlo nel tempo. In tale ottica, secondo il country head di Schroders Fabrizio Bianchi, “il cambio di testimone è centrale e assume una dimensione socio-culturale oltreché finanziaria”.
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Dall’indagine emerge infine come preparazione e professionalità vengano ampiamente riconosciute e apprezzate. La percentuale di chi è convinto che siano cruciali per ottenere risultati è infatti così elevata da inglobare completamente sia la categoria degli ‘investitori imperterriti’ che quella degli ‘attendisti’. Inevitabile quindi l’endorsement (spontaneo e quasi automatico per i primi, ancora inconscio e implicito per i secondi) verso il ruolo chiave del consulente e della sua competenza, a dispetto del fai-da-te. Quanto all’asset manager, il suo compito si conferma lo stesso di sempre: utilizzare le proprie competenze per generare rendimenti. Ma a questo deve affiancarsi l’impegno a favorire una cultura del risparmio. “La sindrome italiana può essere sconfitta valorizzando la cultura e la pratica dell’investimento”, ha rimarcato infatti il segretario generale del Censis Giorgio De Rita, che ha sottolineato l’importanza di un racconto pubblico potente e in grado di valorizzare i comportamenti di quegli italiani interessati costruire da oggi la propria felicità. Per le società di investimento, conclude quindi lo studio, c’è un ruolo da giocare “anche sul piano comunicativo al fine di contribuire a un racconto positivo che alimenti l’ottimismo nei confronti del futuro e contrasti con lucide letture le narrazioni disfattiste.
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