Decarbonizzazione, il grande investimento dei prossimi decenni
Secondo Mario Noera, docente di Finanza all’Università Bocconi, la sfida sarà accompagnare il cambiamento con strumenti finanziari più efficaci e investitori più consapevoli
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Ambiente ed energia sono sempre più al centro delle politiche industriali ed economiche e il G20 ha appena approvato un nuovo documento con obiettivi ambiziosi per combattere il cambiamento climatico.
In questo quadro, cresce l’impatto del clima e dei cambiamenti climatici sulle economie e sulle aziende. Investire, e farlo consapevolmente, non potrà prescindere dall’avere una completa conoscenza e informazione ambientale perché questa si riflette sui risultati finanziari ed economici, sul merito di credito, sulla reputation.
In prospettiva, AllianceBernstein ha creato, in collaborazione con l’Earth Institute della Columbia University, la Climate Change and Investment Academy, un forum ideato per aiutare clienti e partner ad acquisire maggiori conoscenze riguardo alle mille sfaccettature del cambiamento climatico e ai sui potenziali impatti sulle decisioni d’investimento.
Una collaborazione, quella tra AllianceBernstein e la Columbia University, che scaturisce dalla consapevolezza che già esistono molteplici, dettagliate informazioni sul cambiamento climatico, ma vi è ancora la mancanza di una vera integrazione.
Il mantra è far convergere dati e informazioni, in un’azione combinata che vuole guardare ai pericoli ma soprattutto alle opportunità.
“Non tutti i punti di svolta o i cambiamenti devono rappresentare una storia negativa e questo è sempre più evidente a mano a mano che approfondiamo il rapporto con il settore privato”, commenta Radley Horton, Associate Research Professor del Lamont-Doherty Earth Observatory dell’Earth Institute della Columbia University, spiegando che “nonostante i rischi climatici stiano aumentando più rapidamente di quanto ci si aspettasse, è pur vero che il potenziale per trovare delle soluzioni, ad esempio con la rapida adozione delle energie rinnovabili, sta tenendo il ritmo. Come detto, nel mondo della ricerca scientifica vi sono elementi che sono già conosciuti, ma non davvero considerati dalla comunità degli investitori. Date le potenziali conseguenze catastrofiche, la comprensione di queste dinamiche richiama alla formulazione di strategie più elaborate di una semplice raccolta di probabili proiezioni quantitative”.
“Gli scienziati – aggiunge Arthur Lerner-Lam, Deputy Director del Lamont- Doherty Earth Observatory dell’Earth Institute della Columbia University – creano modelli di scenario sul cambiamento climatico, ma serve un’integrazione con i modelli economico/finanziari per poter avere davvero un’idea dell’impatto del cambiamento climatico e delle soluzioni che sono quanto mai necessarie”.
“Come investitori abbiamo l’obbligo di analizzare e incorporare questo fenomeno per ottimizzare il ritorno finanziario per i nostri clienti e per incoraggiare le aziende a prendere le decisioni giuste per la sostenibilità delle loro entrate”, afferma Michelle Dunstan, Head of Responsible Investing di AllianceBernstein. “Si tende a guardare solo agli impatti di primo o secondo livello. Ciò non è abbastanza: serve pensare in maniera più allargata ed inclusiva”.
AllianceBernstein porta ad esempio l’impatto del cambiamento climatico nel mercato del petrolio.
L’esempio inizia con gli effetti del cambiamento climatico sulla produzione di grano nel 2010. In quell’anno la raccolta è stata scarsa in varie regioni: Russia, Ucraina, Canada e Australia. Al contempo, una forte siccità ha colpito la Cina, principale produttore e consumatore di grano. Ciò ha portato il Paese, tendenzialmente autosufficiente nel coprire il proprio fabbisogno di grano, a ricorrere alle importazioni.
“Ciò che è accaduto è che l’effetto del clima ha portato a una carenza nella produzione (primo impatto) e, di conseguenza, ad un aumento massivo dei prezzi (secondo impatto).
Nessuno aveva previsto il verificarsi di condizioni climatiche avverse in 5 delle principali nazioni produttrici di grano, allo stesso tempo. In base ai dati storici, sui quali si basano i modelli, questi eventi dovrebbero essere distribuiti e quindi, in un qualche modo, compensarsi. Con il cambiamento climatico questo tipo di situazioni stanno avvenendo con maggiore. frequenza, ma il loro impatto non termina qui”, ribadisce Dunstan. “I maggiori importatori di grano sono tutti Stati del Medio Oriente, nei quali il cibo rappresenta una parte significativa della spesa delle famiglie e una porzione importante della dieta è legata al consumo di pane.
L’importante aumento del prezzo del grano ha rappresentato un fattore di tensione che può aver esacerbato una situazione di stress già presente. La primavera araba sarebbe successa comunque, ma il
contesto nella quale è avvenuta potrebbe aver fatto da accelerante. L’instabilità in Medio Oriente ha avuto un impatto nel mercato del petrolio, con il barile volato oltre i 100 dollari al barile. L’olio di scisto negli Stati Uniti, nello stesso periodo, si stava affermando, ma l’estrazione era molto costosa. L’impennata dei prezzi ha permesso ai produttori di generare profitti e di imprimere una forte accelerazione allo sviluppo del processo e, quindi, di tagliare i costi. La rivoluzione dello shale oil ha colto i mercati di sorpresa, dato che i rischi di terzo o quarto grado non erano stati considerati.”
E se c’è ormai una riconosciuta consapevolezza degli effetti del cima sugli investimenti, Bernstein evidenzia come, in qualità di asset manager tipicamente possiamo vedere solo una piccola parte del tutto: “Abbiamo dei bias che limitano la capacità di comprendere la fotografia nel suo insieme – commenta Dunstan – Gli impatti del cambiamento climatico includono un’infinità di azioni e reazioni e gli investitori non sono abituati a prestare attenzione a tutte queste sfaccettature. In più,
usiamo dati storici per definire il rischio, ma in questo caso non ci sono dati a sufficienza. Dobbiamo essere in grado di prevedere gli impatti diretti, indiretti e potenziali. Questo è possibile solo attraverso un processo di ricerca ed è qui che si origina la collaborazione con la Columbia University”.
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