Con la diffusione dell’intelligenza artificiale, sale l’esposizione implicita dei portafogli azionari al tech e cala l’efficacia delle tradizionali strategie di diversificazione. Ma per Lamont e Adler (Schroders), una risposta al rischio di concentrazione risiede nell’investimento orientato al valore. Ecco perché
Non tanto lo scoppio di una bolla speculativa simile a quella dei primi anni Duemila, che molti osservatori tendono a escludere dopo mesi di dibattito in seno alla comunità finanziaria. C’è un pericolo molto più sottile ma concreto dietro la pervasività con cui l’intelligenza artificiale si sta diffondendo sui mercati azionari globali: la sovraesposizione inconsapevole di tanti investitori al tema e il fatto che gli strumenti di diversificazione del rischio sono capaci di offrire una protezione estremamente limitata. È questo il monito di Duncan Lamont e Simon Adler, rispettivamente head of Research e fund manager Equity Value di Schroders, che evidenziano come l’IA abbia trasformato tanto i titoli tech quanto i settori tradizionalmente difensivi. Prospettiva, quella dei due esperti, dalla quale emerge come ‛antidoto’ quasi naturale un approccio in particolare: il value investing.
Gli investitori USA e la concentrazione tecnologica
Duncan Lamont, head of Research di Schroders
Il punto di partenza del ragionamento portato avanti dai due esperti viene esplicitato da Lamont: “Se si includono anche titoli come Amazon e Tesla o Alphabet e Meta, la maggior parte degli investitori in azioni statunitensi risulta avere circa metà del proprio capitale investito in titoli tecnologici”. Una quota peraltro cresciuta significativamente negli ultimi anni, con Nvidia che ora supera ora qualsiasi altra Borsa avanzata al mondo grazie a una capitalizzazione free float di 4.500 miliardi di dollari e un peso del 5,5% nell’indice MSCI World. E la stessa affermazione vale anche per chi abbia invece allargato il perimetro geografico e investito in equity globale, visto che gli Stati Uniti pesano comunque per oltre il 70% sul mercato sviluppato nella sua totalità. Ecco allora che, come suggerito dallo stesso head of Research, la conclusione può essere una sola: “Le convinzioni di lungo corso secondo cui un portafoglio passivo e a basso costo fornisca diversificazione necessitano di una revisione urgente”.
Settori un tempo difensivi diventano esposti all’IA
Non differisce troppo dalla tesi di Lamont neppure ciò che accade a livello industriale e questo perché, come lui stesso sottolinea, la tecnologia permea ormai anche i comparti tradizionalmente considerati difensivi la punto esporli a rischi inattesi. Un esempio su tutti è fornito dalle utilities, che sono passate dall’essere un investimento a bassa crescita e alto dividendo a un universo trainato dalla domanda di energia necessaria per prompt e data center: “Se l’intelligenza artificiale dovesse rivelarsi inferiore alle aspettative”, spiega l’esperto, “il settore potrebbe trovarsi in eccesso di capacità”. E con i REIT specializzati in data center che rappresentano circa il 10% del mercato USA, percentuale raddoppiata rispetto a dieci anni fa, anche l’immobiliare mostra una forte dipendenza in questo senso rispetto ai tempi in cui veniva considerato il rifugio diversificante per eccellenza. “Piattaforme guidate dal software come Airbnb o Netflix e imprese di pagamenti digitali sono ulteriori esempi di esposizione crescente all’IA”, conclude il manager di Schroders.
Simon Adler, fund manager Equity Value di Schroders
In questo contesto, secondo Adler, un’opportunità di diversificazione reale può essere trovata nel value investing. “Un approccio value attivo permette di mantenere l’esposizione azionaria ma anche ridurre il rischio di concentrazione IA e costruire un profilo di ritorni più resiliente”, afferma, ricordando uno dei tanti casi in cui, nei cali più profondi, le azioni di categoria hanno performato meglio dei titoli proxy dell’AI: -1% mentre i semiconduttori registravano ribassi medi del 15%. Secondo l’esperto, dunque, “questo stile offre un margine di sicurezza perchè conduce l’investitore esattamente dove non c’è euforia”. Un modo per evitare le “trappole di valore”, ovvero società economiche solo per motivi giustificati, e di selezionare opportunità reali in modo disciplinato.
Perché la gestione attiva è fondamentale
Gli autori evidenziano come la gestione passiva, ancorché value, possa essere insufficiente: molti indici contengono infatti esposizioni rilevanti alle cosiddette ‛Magnifiche 7’ o ad altri titoli tecnologici, annullando il potenziale di diversificazione. “Dedichiamo più tempo a definire cosa non comprare rispetto a cosa comprare”, spiegano, “seguendo una metodologia disciplinata e ripetibile”. Le strategie attive consentono invece di costruire portafogli che possono performare bene anche nel caso in cui l’IA deludesse, mantenere il potenziale di lungo termine delle azioni e beneficiare comunque di un mercato toro legato agli algoritmi. Schroders utilizza a tal proposito strumenti avanzati di analisi, come la portfolio heat map, per individuare le aree di diversificazione ancora inesplorate e testare il portafoglio in modo sistematico: “L’obiettivo non è copiare la composizione del benchmark ma testare di aver esplorato con disciplina tutto lo spettro delle opportunità disponibili”, riferiscono gli esperti.
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