Allarme di Nagel (Bundesbank): il Paese fa già i conti con concorrenza cinese, rincari dell’energia e problemi alle catene di approvvigionamento. Per i gestori, è urgente allentare il freno di bilancio
Joachim Nagel, presidente della Bundesbank
Donald Trump potrebbe costare a Berlino l’1,5% del PIL 2027. Senza contare il prezzo di un prevedibile aumento dell’inflazione, ancora però difficile da quantificare. A fare i conti sul possibile impatto dei dazi annunciati dalla nuova Amministrazione americana è stata la Bundesbank, cheattraverso il suo presidente Joachim Nagel ha sottolineato come la Germania verrebbe “particolarmente” colpita dalla guerra delle tariffe scatenata dalla Casa Bianca.
“Nel 2023 siamo stati di gran lunga il maggiore esportatore europeo verso gli USA in termini assoluti”, ha detto il numero uno della BuBa nel corso di un evento a Francoforte, esprimendo forte preoccupazione per l’aumento di misure finalizzate a limitare il commercio, le sovvenzioni e, appunto, per gli interventi di vero e proprio protezionismo.
Non solo USA
Riguardo alle sovvenzioni, Nagel ha citato soprattutto il caso di Pechino e i suoi effetti: “Gli sviluppi dell’economia cinese hanno un impatto significativo sull’economia tedesca. Oltre ai progressi tecnologici, i sussidi potrebbero anche aver contribuito a far sì che le aziende cinesi sottraessero quote di mercato ai concorrenti in alcuni settori, nel loro Paese e nei mercati terzi”, ha fatto notare. Soffermandosi soprattutto sul settore automobilistico: “I numeri parlano chiaramente della crescente forza della Cina: tra il 2020 e il 2024, Pechino ha aumentato le sue esportazioni nette da poco meno di un milione a quasi sei milioni di veicoli”.
Non solo. La Germania sta ancora subendo il colpo della messa in discussione delle catene di approvvigionamento seguita alla pandemia e alla guerra russa in Ucraina. Inoltre: “Un altro fattore che contribuisce alla debolezza delle esportazioni tedesche è il forte aumento dei costi di produzione, in particolare per l’energia”, ha avvertito Nagel. Secondo i dati dell’IEA, infatti, i prezzi dell’elettricità e del gas per l’industria teutonica sono aumentati rispettivamente del 30% e del 55% tra il 2013 e il 2023. “Negli Stati Uniti, a titolo di paragone, nello stesso periodo i costi sono saliti solo del 18%, mentre il gas è addirittura leggermente diminuito”, ha precisato il banchiere centrale. Ecco perché le previsioni della Bundesbank sono estremamente scettiche sul breve periodo, assegnando al 2025 solo un modesto potenziale di crescita. Potenziale che gli annunciati dazi potrebbero mettere in discussione.
La crisi del modello tedesco
Florence Pisani, chief economist di Candriam
Per Florence Pisani e Stefan Keller, rispettivamente chief economist e senior multi-asset strategist di Candriam, il modello tedesco sta attraversando una profonda crisi e ha urgentemente bisogno di investimenti. “L’economia è stagnante e sembra addirittura rimanere indietro rispetto ai suoi partner europei”, affermano. Sottolineando come, in termini reali, il Pil teutonico non registri progressi dal 2019. Non solo: anche i consumi delle famiglie sono rimasti stagnanti, gli investimenti residenziali si sono contratti del 10% e gli investimenti totali sono diminuiti di circa il 5%. A tutto questo si aggiunge che le esportazioni, vero pilastro dell’attività teutonica, sono ferme dal 2017 e, peggio ancora, che il Paese continua a perdere quote di mercato.
Stefan Keller, senior multi-asset strategist di Candriam
Tra i problemi più gravi di Berlino c’è, secondo i due esperti, lo stallo dell’industria. “Il settore automobilistico, che rappresenta quasi il 5% del PIL e il 16% delle esportazioni di beni si trova ora a dover affrontare il rallentamento della domanda europea: per molti consumatori, i modelli di fascia alta sono troppo costosi e nelle grandi metropoli sono sempre meno popolari a causa delle limitazioni al traffico”, spiegano. Aggiungendo che l’auto teutonica si trova inoltre a dover far fronte al rallentamento della domanda in Cina e alla concorrenza dei produttori del Paese asiatico. Anche l’aumento dei prezzi dell’energia ovviamente non ha aiutato: “Dall’inizio del 2022, la produzione industriale nei settori ad alta intensità energetica, in particolare la chimica, che rappresenta quasi il 4% del PIL e il 17% delle esportazioni, è diminuita di quasi il 20%”, chiariscono.
È urgente allentare le regole
Pisani e Keller riportano dunque le conclusioni di un recente rapporto della BDI (la Federazione dell’industria tedesca ), secondo cui in assenza di investimenti pari a 1.400 miliardi di euro entro il 2030, una cifra quasi doppia rispetto al Next Generation EU, l’industria teutonica non riuscirà a tornare competitiva. E il report suggerisce che un terzo dei fondi necessari debba essere fornito dal settore pubblico. Il punto, secondo i due esperti, è quindi se i problemi del settore industriale spingeranno Berlino a lasciar andare il freno di bilancio. “Il fatto che il cancelliere Olaf Scholz abbia deciso di separarsi dal suo ministro delle Finanze, Christian Lindner, potrebbe suggerire che almeno una parte della classe politica tedesca sia disposta a intraprendere questa strada”, osservano.
Anche la Bundesbank e il Sachverständigenrat (il Consiglio di esperti economici della Germania) sembrano favorevoli a una riforma che aumenti leggermente la flessibilità della politica fiscale, senza mettere a repentaglio la sostenibilità del debito. “Un’altra opzione potrebbe essere quella di consentire la creazione di fondi ‘fuori bilancio’, cioè non soggetti al freno al debito, per finanziare infrastrutture o esigenze di difesa”, analizzano Pisani e Keller. I questo senso, le richieste di un allentamento delle regole stanno arrivando da più parti, anche dalla stessa Angela Merkel e da Friedrich Merz. Tuttavia, i due esperti precisano che una tale modifica richiederebbe una maggioranza qualificata di due terzi del nuovo Bundestag, difficilmente raggiungibile.
Resta però un fatto, secondo Pisani e Keller, che qualsiasi progresso in questa direzione fornirebbe maggior margine di manovra al prossimo governo che, stando agli ultimi sondaggi, potrebbe essere guidato dalla CDU. “Resta da vedere se i tedeschi avranno la saggezza di portare al potere partiti disposti a investire nelle infrastrutture fisiche e sociali che potrebbero permettere alla Germania di tornare competitiva”, concludono.
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