Tra tensioni in Iran, petrolio e transizione industriale, il cio della casaindividua rischi di breve termine ma anche opportunità strutturali per gli investitori globali
Vincenzo Vedda, chief investment officer di DWS
Le tensioni geopolitiche tornano al centro della scena e mettono alla prova la resilienza dei mercati finanziari. Dopo settimane di forte nervosismo, il temporaneo cessate il fuoco tra USA e Iran ha contribuito a riportare una relativa calma senza però dissipare i dubbi su un quadro di fondo che resta fragile. “Previsioni significative su come e quando la crisi finirà sono al momento difficilmente realizzabili”, dice subito da DWS il chief investment officer Vincenzo Vedda, evidenziando in conferenza stampa che l’incertezza continua a dominare il sentiment degli investitori. Il rientro della volatilità, con il VIX sceso dopo il picco, non cancella infatti una realtà complessa: dall’inizio del conflitto le principali asset class hanno registrato perdite diffuse, incluse quelle tradizionalmente difensive.
A pesare è soprattutto il rischio legato allo Stretto di Hormuz e alle catene di approvvigionamento energetiche, con effetti che potrebbero protrarsi anche in caso di de-escalation. Secondo Vedda, il comportamento dei mercati ricalca schemi storici osservati in altri eventi geopolitici: “Abbiamo analizzato oltre venti crisi del passato e, nella maggior parte dei casi, l’impatto sui mercati è stato significativo ma temporaneo”. La variabile chiave resta la durata del conflitto: solo uno shock prolungato potrebbe tradursi in effetti più persistenti su inflazione e crescita. In questo senso, la fase attuale è ancora di transizione, con gli operatori che continuano a ricalibrare le aspettative in funzione del flusso di notizie.
Un equilibrio delicato a livello macro
Il principale canale di trasmissione della crisi resta il prezzo dell’energia. L’aumento del petrolio, secondo le stime di DWS, potrebbe ridurre la crescita europea di circa mezzo punto percentuale ma produrre un impatto più contenuto negli Stati Uniti. “Dieci dollari in più sul greggio equivalgono a circa 0,1% di crescita in meno e 0,2% di inflazione in più”, spiega Vedda. Tuttavia, il quadro complessivo appare sotto controllo. Le curve forward indicano quotazioni in calo nei prossimi mesi, sebbene su livelli superiori al periodo pre-crisi: circostanza che suggerisce un impatto economico non nullo ma gestibile, anche grazie a effetti compensativi come il rafforzamento del turismo europeo o la riallocazione dei flussi globali.
Eco allora che, secondo Vedda, il ruolo delle banche centrali diventa cruciale. Per il cio, la BCE si trova però in una posizione più complessa rispetto alla controparte americana: “Il rialzo delle aspettative di inflazione di lungo termine rappresenta un problema per l’Eurotower, che potrebbe mantenere una retorica hawkish e valutare anche uno o due rialzi se necessario”. Diversa la situazione della Federal Reserve, dove le aspettative inflazionistiche appaiono più ancorate. “Dato che la politica monetaria resta restrittiva”, osserva , “l’istituto può permettersi di attendere e anche di tagliare i tassi.” Sul fronte obbligazionario, dal suo punto di vista, questo avrebbe implicazioni chiare: “A condizione che le aspettative di inflazione non aumentino ulteriormente in modo significativo, vediamo spazio per un leggero calo dei rendimenti e quindi per guadagni in conto capitale”.
Nuovi driver di mercato
Al di là delle dinamiche di breve periodo, Vedda individua trend strutturali destinati a guidare i mercati nei prossimi anni. Anzitutto il passaggio da un modello dominato da asset ‘capital light’ a uno più legato a infrastrutture, energia e manifattura avanzata. “Dopo anni di concentrazione su poche grandi società tecnologiche”, osserva, “stiamo assistendo a un allargamento delle opportunità”. Tra i settori favoriti emergonofonti alternative e nucleari ma anche ingegneria e difesa insieme a tutti queicomparti legati alla transizione tecnologica: dai materiali alle utility fino alla robotica. Un ruolo centrale sarà giocato dalla crescente domanda di energia, sempre più connessa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale: “Se energia è uguale ad AI, allora il fabbisogno energetico diventa il vero vincolo della crescita futura”. Questo implica investimenti significativi nelle reti, nella capacità produttiva e nelle tecnologie di stoccaggio.
Un trend che rafforza anche il tema della diversificazione geografica. Pur mantenendo fiducia negli Stati Uniti, DWS vede infatti opportunità crescenti in Europa e Asia soprattutto lungo la filiera industriale e dei semiconduttori. “Non si tratta di abbandonare l’America ma di ampliare l’esposizione”, conclude Vedda, sottolineando come le valutazioni relative e i cambiamenti strutturali rendano sempre più rilevante un approccio globale e bilanciato. A ciò si aggiunge una riflessione di lungo periodo: mercati meno concentrati e più diversificati potrebbero offrire rendimenti più stabili, anche in un contesto di shock geopolitici ricorrenti.
Il fondatore di Bridgewater Associates vede una crisi del debito americano entro tre anni e considera l’intelligenza artificiale una “bolla classica” vicina al punto di rottura. Dai capitali esteri in ritirata ai govies sul 5,3% e alle Big Tech sempre esposte, il rischio è che il costo del denaro finisca per interrompere il rally
Il sentiment index di CFA-Radiocor crolla a -47,8 punti, oltre 25 in meno rispetto alla rilevazione precedente. Gli esperti vedono più inflazione e tassi in salita, sia in Europa che negli USA. Negative le prospettive l’azionario
Le nuove tensioni in Medio Oriente hanno riacceso le quotazioni. Per gli asset manager, il vero collo di bottiglia è la raffinazione. Ma il premio per il rischio è sovradimensionato e probabilmente destinato a ridursi
Per il portfolio manager, la de-dollarizzazione non è un rischio. Ma gli acquirenti del debito Usa sono cambiati. E le conseguenze si estendono a tutto il reddito fisso
I rendimenti salgono per tre ragioni: normalizzazione, debito fuori controllo e fiducia incrinata nelle istituzioni. Sul mercato, fino alle elezioni americane di medio termine, si va a testa o croce
Gli investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a sostenere i mercati, nonostante tassi elevati, tensioni energetiche e rischi sul debito pubblico. Per alcune aree il 2027 si annuncia più complesso, in particolare per Europa e Italia
Per Shaan Raithatha, senior economist di Vanguard, il ciclo di investimenti nell’intelligenza artificiale può spingere la crescita USA sopra il consenso nel 2027. Ma inflazione persistente, fabbisogno di capitale e tassi reali più elevati cambiano le prospettive di portafoglio: fixed income più interessante su base relativa e più spazio alla diversificazione fuori dal growth americano
Per Lula la strada del ballottaggio è in salita. Real e asset verdeoro festeggiano. Per gli investitori al centro c’è la sostenibilità dei conti pubblici, ma secondo gli asset manager un’inversione di tendenza è difficile chiunque vinca
La leadership delle mega-cap aumenta il rischio di concentrazione, mentre l’AI porta con sé segnali di euforia. Secondo gli esperti di Oddo BHF, per intercettare i cambi di leadership servono però modelli capaci di privilegiare i trend strutturali e adattarsi ai regimi di mercato
Secondo le stime di Bain & Company, il mercato AI potrebbe raggiungere quota 6mila miliardi l’anno entro il 2031. Ma i prodotti esistenti possono generare fino a 1.800 miliardi. Per sostenere gli investimenti servono quindi nuove fonti di valore. Le aree più promettenti
A settembre i prezzi hanno accelerato ancora al 3,8%, mentre il dato core si è fermato al 2,5%. Per i gestori, il quadro è troppo complesso e Lagarde interverrà ancora, ma non subito
Iscriviti per ricevere gratis il magazine FocusRisparmio