Per gli analisti, Powell lascerà i tassi invariati in attesa di avere maggiore chiarezza. E rimarcherà un forte aumento dei rischi su entrambi i fronti del mandato: inflazione e mercato del lavoro
Riflettori puntati su Jerome Powell. Nonostante le pressanti richieste del presidente USA, Donald Trump, i mercati non hanno dubbi che la Federal Reserve lascerà i tassi invariati al 4,25%-4,5% e guardano con attenzione alle parole che il numero uno dell’istituto centrale pronuncerà al termine della riunione del Fomc. L’obiettivo degli investitori è sempre lo stesso: capire quale sarà il percorso della politica monetaria quest’anno alla luce dell’impatto dei dazi. Al momento l’attesa è di un allentamento di appena 25 punti base entro luglio, per un totale di 116 punti di tagli entro dicembre, ma tutto resta in balia delle mosse della Casa Bianca.
Di certo, per ora, c’è che ancora una volta l’istituto centrale statunitense si trova a dover affrontare un delicato gioco di equilibri. I dati della scorsa settimana hanno infatti mostrato che l’economia più grande del mondo si è contratta nel primo trimestre per la prima volta dal 2022, influenzata da una corsa a importare beni prima dell’entrata in vigore dei dazi, alimentando timori sul rallentamento della crescita nonostante la forza del mercato del lavoro. Il tutto mentre il botta e risposta tariffario tra USA e Cina (ma non solo) va avanti a singhiozzo e senza una chiara direzione.
Powell attende chiarezza
“I funzionari della Fed hanno recentemente sottolineato i rischi derivanti dai dazi per entrambi gli aspetti del loro mandato e hanno dichiarato che intendono attendere ulteriore chiarezza. Prevediamo che Powell ribadirà questo messaggio durante la riunione del Fomc di maggio”, affermano gli analisti di Goldman Sachs, che ora si aspettano la prossima sforbiciata a luglio e non più a giugno.
François Rimeu, senior strategist di La Française AM
Dello stesso parere François Rimeu, senior strategist di Crédit Mutuel AM, secondo cui la Fed riaffermerà il suo atteggiamento attendista, mantenendo un tono fermo sulla politica monetaria. L’obiettivo è infatti ancorare le attese di inflazione a lungo termine e sostenere la credibilità dell’istituzione. “Gli attuali indicatori economici non sono favorevoli a un taglio. Nonostante l’economia statunitense si sia contratta nel primo trimestre del 2025, il calo è stato determinato principalmente da un’impennata delle importazioni, mentre le vendite al dettaglio di acquirenti nazionali rimangono solide. Inoltre, il mercato del lavoro è ancora forte e l’inflazione resta al di sopra dell’obiettivo del 2%”, spiega. Secondo Rimeau, questa posizione cauta consente al Fomc di attendere una maggiore chiarezza sulle implicazioni delle nuove politiche di Trump.
Rischi su entrambi i fronti del mandato: inflazione e lavoro
Erik Weisman, chief economist di MFS Investment Management
Anche per Erik Weisman, chief economist di Mfs IM, l’istituto centrale statunitense sarà riluttante ad allentare la politica senza chiari segnali di un indebolimento sostanziale dell’economia. “Il caos della politica dei dazi rende il futuro panorama macroeconomico particolarmente difficile da interpretare. Con la probabilità che i prezzi dei beni aumentino considerevolmente e che il mercato del lavoro si raffreddi, il doppio mandato della Fed evidenzia una situazione di ambiguità”, osserva.
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Per Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, sebbene la direzione dei tassi sembri orientata verso un futuro taglio, il rischio stagflazione e la necessità di assicurare aspettative d’inflazione ben ancorate rendono improbabile un intervento prima dell’estate. “Il comunicato del Fomc dovrebbe segnalare un’economia in raffreddamento, abbandonando il riferimento al ‘ritmo solido’ utilizzato da lungo tempo. Inoltre, dovrebbe riconoscere un forte aumento dei rischi su entrambi i fronti del mandato: da un lato la probabile crescente inflazione spinta dai dazi dell’amministrazione USA, dall’altro un indebolimento nel mondo del lavoro”, analizza l’esperto. Precisando che le pressioni del tycoon su Powell sono in realtà su tutto il comitato monetario che dovrà decidere quale obiettivo perseguire con maggiore priorità: la stabilità dei prezzi o la piena occupazione. “Crediamo che il presidente e gli altri banchieri centrali cercheranno di sostenere l’occupazione a costo di avere per un certo periodo un’inflazione più elevata rispetto ai target”, afferma.
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