L’IFO segnala un aumento oltre le attese del pessimismo delle imprese tedesche. Il capo economista della BCE: l’inflazione non è vinta, rischi da Trump
Dopo la doccia fredda degli indici PMI di novembre, l’economia dell’Eurozona continua a mandare segnali di pericolo. Ancora una volta l’allarme riguarda la Germania, dove l’indice di fiducia delle imprese è sceso oltre le attese degli analisti. Tutti dati che portano i mercati a ritenere sempre più probabile un’azione decisa da parte della Banca centrale europea, che ora potrebbe tagliare i tassi dell’Area di mezzo punto percentuale il prossimo 12 dicembre. Un’apertura in questo senso è arrivata dal capo economista di Francoforte Philip Lane che, in un’intervista al quotidiano francese Les Echos, ha ribadito come la politica monetaria non rimarrà restrittiva ancora a lungo.
Il banchiere irlandese, notoriamente in squadra con le colombe dell’Eurotwer e fedelissimo dell’ex presidente Mario Draghi, ha rimarcato come ci sia ancora un po’ di strada da fare prima che l’inflazione del blocco torni in modo sostenibile al 2%. Ma ha appunto sottolineato i rischi di un costo del denaro elevato per troppo tempo: “La politica monetaria non dovrebbe rimanere restrittiva troppo a lungo. Altrimenti, l’economia non crescerà a sufficienza e l’inflazione, a mio avviso, scenderà al di sotto dell’obiettivo”, ha precisato. Per stemperare speranze eccessive da parte degli investitori, Lane ha anche aggiunto che sul carovita pesa ancora l’aumento dei servizi e che la maggior parte della recente discesa è dovuta alla moderazione dei costi energetici. Insomma, ha spiegato, Francoforte sta attendendo di rilevare un riequilibrio nella composizione della crescita dei prezzi con un calo nei servizi, in modo da poter raggiungere il target del 2% anche se energia, prodotti alimentari e beni dovessero subire una pressione al rialzo.
Occhi sull’inflazione di novembre
Secondo gli analisti, i dati preliminari dell’inflazione di novembre, in agenda venerdì 29, dovrebbero mostrare un’accelerazione al 2,4% dal 2% di ottobre. Per molti, l’indice dovrebbe poi aumentare ulteriormente a fine anno, prima di arretrare al target intorno alla metà del 2025, come confermato dello stesso Lane. La BCE ha già ridotto i tassi tre volte nel 2024, ma gli investitori vedono ora il 50% di possibilità di un maxi-taglio di 50 punti base nella prossima riunione, data la debolezza della crescita e i crescenti rischi di recessione.
In particolare, la locomotiva tedesca non solo non accenna a riprendersi ma continua a mandare segnali negativi. L’ultimo in ordine di tempo è arrivato dall’IFO di novembre, sceso oltre le attese degli economisti. L’indice di fiducia delle imprese teutoniche si è infatti attestato a quota 85,7, dagli 86,5 punti di ottobre e contro un consensus fissato a 86. In discesa si è rivelato anche l’indicatore sulle condizioni attuali, calato a 84,3 punti dai precedenti 87,3, al di sotto degli 87 previsti. “L’economia tedesca manca di forza. Le aziende sono di nuovo scettiche sui prossimi mesi”, ha sottolineato il presidente dell’istituto Clemens Fuest, evidenziando l’aumento delpessimismo tra le imprese del terziario, che ora vedono il futuro molto più grigio rispetto a prima.
Gli effetti negativi del protezionismo trumpiano
A pesare sull’umore delle imprese tedesche ed europee in generale è anche l’annunciata svolta protezionistica degli USA di Donald Trump. Secondo Lane, un tale scenario avrebbe un “effetto chiaramente negativo” sull’economia globale. Tuttavia, ha precisato, è ancora presto per fasciarsi la testa: bisognerà prima “esaminare come si evolverà la situazione” sotto ogni aspetto, dalla deregolamentazione ai tagli fiscali, fono allo stop all’immigrazione. Per Eurolandia, secondo il banchiere centrale “la portata del problema dipende in realtà da quanto è diffuso il protezionismo e dalla rapidità con cui verrà attuato”.
In particolare, ha spiegato, “se l’aumento delle tariffe sarà rapido e universale” allora il “rischio di una grave interruzione sarà molto alto”, mentre in caso contrario “genererà ancora molta incertezza” che “potrebbe inibire gli investimenti in Europa e rendere i consumatori riluttanti a spendere”. Infine, sulla possibilità di una fuga di capitali verso gli Stati Uniti, Lane ha risposto che “non si tratta di vietare gli investimenti esteri, ma piuttosto di incoraggiare quelli europei” e che “l’Europa dovrebbe assicurarsi che non vi siano ostacoli al sostegno” delle sue imprese. “Ciò si riferisce alla cosiddetta unione dei mercati dei capitali e ai numerosi passi politici in questa direzione”, ha concluso.
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