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Capital.com: il 41% si sente sopraffatto dalle informazioni finanziarie, meno della media Ue. E solo il 9% è “molto fiducioso” nell’investire in azioni
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Avvicinarsi al mondo degli investimenti non è sempre facile, né accessibile a tutti. Ancor di più quando si parla di trading online. I rischi sono molteplici e la possibilità di subire perdite significative resta elevata, soprattutto senza una solida educazione finanziaria e una preparazione specialistica. Negli ultimi anni, però, accanto al trading online tradizionale si è sviluppato un modello diverso, che sta trasformando un mercato di nicchia in un fenomeno capace di attirare migliaia di giovani aspiranti trader e appassionati di finanza in tutto il mondo. Parliamo del prop trading, una modalità che, attraverso le prop firm, sta riscuotendo interesse crescente.
La distinzione è fondamentale: le prop firm non sono broker. Un broker è un intermediario autorizzato che consente ai clienti di trasmettere ordini e operare sui mercati secondo un quadro regolamentare definito. Una prop firm, invece, propone percorsi di valutazione, spesso basati su conti demo o ambienti virtuali, in cui l’aspirante trader deve dimostrare di saper rispettare obiettivi di performance e regole di gestione del rischio. Solo dopo il superamento della fase di selezione, alcune piattaforme consentono di accedere a programmi in cui il trader può operare su capitale messo a disposizione dalla società, reale o simulato a seconda del modello adottato, e partecipare a una quota degli eventuali risultati positivi.
Per l’utente, dunque, il rischio principale non coincide necessariamente con la perdita diretta di un capitale investito sul mercato, ma può riguardare i costi sostenuti per accedere alle challenge o ai percorsi formativi, le aspettative generate dal modello e la difficoltà di superare prove spesso molto selettive. Tra gli elementi attrattivi indicati dagli operatori ci sono, da una parte, la possibilità di esercitarsi su capitali virtuali di dimensioni maggiori rispetto a quelle che molti utenti potrebbero permettersi con un conto trading tradizionale; dall’altra, l’accesso a strumenti di analisi, coaching, revisione delle performance e moduli formativi forniti dalla piattaforma. Proprio perché il modello resta complesso e non privo di rischi, è però essenziale distinguerlo sia dall’investimento di lungo periodo sia dal trading online svolto tramite intermediari autorizzati.
A confermare l’interesse verso il prop trading è anche Fintokei, prop firm ceca con sede a Brno che abbiamo raggiunto per capire di più di questo fenomeno: nel primo semestre 2026 ha accelerato su più fronti, capitale reso disponibile attraverso i propri programmi, nuovi clienti e volumi di attività. E la sorpresa più grande porta il nome dell’Italia.
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L’idea, spogliata del gergo tecnico, è semplice: l’aspirante trader può operare su un conto demo messo a disposizione da una società specializzata, la prop firm appunto. Se i risultati rispettano i criteri stabiliti e comunicati dalla piattaforma, l’utente può accedere a una fase successiva del programma e, in caso di performance positive, ricevere un payout secondo le regole previste. “Fondamentalmente è una piattaforma dove è possibile migliorare le proprie capacità e, allo stesso tempo, guadagnare se si è abbastanza bravi, con un rischio limitato”, riassume David Varga, ceo e co-fondatore di Fintokei.
Il percorso, però, non equivale all’apertura di un normale conto di investimento. Prima bisogna superare una “challenge”, un esame che mette alla prova la capacità di rispettare limiti di perdita giornalieri e complessivi senza farsi prendere la mano. Solo chi arriva in fondo può accedere ai programmi successivi previsti dalla piattaforma. Se la prova non viene superata, il costo diretto per il partecipante è legato soprattutto alla commissione pagata per iscriversi alla challenge o al pacchetto scelto, commisurato all’esperienza e alle disponibilità del prop-trader.
Marco Martire, country manager Italia di Fintokei, insiste subito su un’impressione diffusa: il prop trading non ha nulla a che vedere con il concetto di scommettere su azioni o titoli. “Il segreto è la costanza”, dice. “Non è una corsa sui 100 metri ma una maratona: piano piano si arriva al traguardo, ma bisogna farlo in maniera disciplinata. Per questo bisogna sempre partire dall’educazione finanziaria.”
I numeri, d’altronde, lo confermano. Secondo i dati diffusi dalla stessa azienda, solo tra il 15% e il 25% dei conti supera la prima fase della challenge, tra il 6% e il 10% arriva alla fase successiva del programma, e appena tra il 2% e il 3% incassa davvero un payout. Cifre severe, ma da leggere accanto a un dato altrettanto netto sul trading retail a leva: secondo ESMA, tra il 74% e l’89% dei conti retail su Cfd perdeva denaro nelle analisi condotte dalle autorità nazionali europee.
L’azienda nasce nel 2022 con un’ambizione precisa: avvicinare al trading chi vuole formarsi e mettersi alla prova, anche senza disporre da subito di un capitale elevato. Dietro il nome c’è Purple Group, il gruppo ceco con sede a Brno che dal 2007 costruisce infrastrutture e tecnologie per il trading, e di cui oggi Fintokei è controllata insieme a Purple Trading e Purple Technology. È da questo ecosistema che la fintech eredita la tecnologia necessaria a valutare in tempo reale l’attività di migliaia di trader in tutto il mondo.
La scelta del primo mercato, il Giappone, non è casuale: “Sapevamo che in Giappone ci sono circa un milione di trader attivi di Cfd, forex e altri strumenti finanziari: probabilmente il mercato più grande in assoluto per il trading online”, racconta David Varga. Ma tradurre l’intuizione in clienti reali si è rivelato tutt’altro che immediato: “Ci sono voluti circa sette o otto mesi per acquisire i primi cento clienti”. Un Paese, spiega il ceo, “all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, ma dove molte cose sono ancora molto tradizionali e difficili da cambiare”. Bisognava, insomma, spiegare da zero un concetto che nessuno conosceva, prima ancora di venderlo.
La pazienza, però, ha pagato. Oggi Fintokei opera in circa 130 Paesi, conta circa 30.000 clienti ed elabora oltre 400.000 operazioni al giorno. Nel 2024 decide di sbarcare anche in Italia, affidando il mercato a Marco Martire, arrivato in azienda dopo una specializzazione a Roma Tor Vergata, un MBA a Madrid e un passato da account manager in Purple Trading.
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C’è un tassello che i due manager rivendicano come distintivo: la formazione finanziaria. Webinar gratuiti in italiano e in inglese, tenuti da trader professionisti, accompagnano l’aspirante trader prima ancora che questo inizi a utilizzare il primo conto demo. Un’impostazione che affonda le radici nella filosofia dello stesso Varga: “Ho sempre creduto che il talento per il trading possa trovarsi in chiunque”, dice il ceo, ma il percorso richiede metodo, formazione e disciplina.
Solo dopo arriva l’eventuale accesso ai programmi che prevedono payout. In questo caso, “la parolina magica per il prop trading è il payout”, ripete Martire. I numeri sono quelli su cui Fintokei costruisce gran parte della propria reputazione: quasi 26 milioni di euro distribuiti fino alla fine del 2025, un payout medio di 2.440 euro nello stesso anno, il 39% di clienti pagati in più rispetto al 2024. Dall’avvio dell’attività il totale sale a oltre 35 milioni di dollari, mentre il capitale reso disponibile attraverso i programmi della piattaforma supera i 90 milioni di dollari.
Tra gli elementi evidenziati dall’azienda c’è anche la velocità dei pagamenti. Nel 2026 Fintokei ha introdotto un sistema che promette di liquidare i pagamenti in pochi secondi: “La media è di 20 secondi”, spiega Martire.
Un tema che attraversa tutto il settore del prop trading, Fintokei compresa, è l’assenza di una regolamentazione specifica a livello europeo. “Non credo sia facile, perché dal punto di vista dell’attuale legislazione finanziaria non è un servizio di investimento, né un deposito clienti, né un servizio di custodia”, ragiona Varga, che sull’argomento preferisce muoversi con cautela. Già nel 2018, ricorda, aveva sbagliato le previsioni sui tempi delle restrizioni Esma alla leva finanziaria nel forex retail. “Penso che in futuro verranno in qualche modo regolamentati, e i broker offriranno anche le sfide di prop trading per i principianti, proprio come offrono oggi i conti demo”.
Proprio l’assenza di regole dedicate rende ancora più importante distinguere tra operatori, modelli di business e condizioni contrattuali. Nel luglio 2024, Consob ha richiamato l’attenzione dei risparmiatori sui rischi connessi al cosiddetto funded trading o shadow investment game: offerte online basate su challenge di trading simulato, spesso collegate a corsi o servizi informativi a pagamento, in cui agli utenti viene prospettata la possibilità di accedere a capitali messi a disposizione da prop firm e condividere eventuali profitti. L’Autorità ha segnalato in particolare il rischio di perdita delle somme versate e alcune criticità legate alla difficoltà delle prove e alla mancata corresponsione dei profitti promessi.
Martire non fa sconti su questo punto. “Esistono pratiche proibite e pratiche genuine: noi cerchiamo il trader genuino”, chiarisce. La trasparenza sui tassi di successo delle challenge e la rapidità dei pagamenti, in questo senso, sono presentate dall’azienda come elementi utili a marcare la distanza da chi, nello stesso mercato, prova a rimandare o scoraggiare i payout.
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A livello globale, il primo semestre 2026 si chiude con una crescita del 51% dei nuovi clienti su base annua. Anche il volume complessivo degli ordini segna il miglior semestre nella storia dell’azienda (+30% annuo), un dato che segnala l’interesse crescente verso il modello delle prop firm. Il Giappone resta il mercato più vivace, con un volume ordini in crescita del 41% e nuovi clienti aumentati del 90%. Ma è un’altra la sorpresa che l’azienda rivendica con più orgoglio: l’Italia.
I trader italiani hanno fatto segnare un incremento del 30% nel volume degli ordini, ma soprattutto un +76% negli acquisti ripetuti dei programmi: un dato che per Fintokei conta più di ogni altro, perché racconta la fedeltà che si sta costruendo verso l’ecosistema.
Parte del merito, secondo il country manager, sta proprio nell’avere un volto che gira il territorio e non solo un algoritmo dietro al brand. Ma alla fine il filo che tiene insieme tutti i numeri è sempre lo stesso: la disciplina.
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