Decarbonizzazione, il grande investimento dei prossimi decenni
Secondo Mario Noera, docente di Finanza all’Università Bocconi, la sfida sarà accompagnare il cambiamento con strumenti finanziari più efficaci e investitori più consapevoli
3 min

Commissioni di performance come l’olio di palma o i prodotti ogm. “Nessuno ne esplicitava l’uso all’interno dei propri prodotti. Nessuno aveva voglia di fare un sacrificio cambiando il proprio approccio alla creazione dei prodotti, ma nel momento in cui è emersa una forte esigenza e i primi operatori importanti hanno cominciato a specificare bene – anche attraverso un bollino – questo tipo di approccio, anche i clienti hanno incominciato a interessarsi, a capire e a chiedere”.
Adesso il bollino esiste anche per i fondi. A lanciarlo nel corso di una conferenza stampa online è Fabio Melisso, ceo di Fineco Asset Management (Fam). Le performance fee sono “una componente addizionale dei costi che va a danno dei risparmi della comunità”, spiega. “Il nostro obiettivo è specificare bene che non applichiamo commissioni addizionali ai costi ricorrenti in nessuno dei nostri prodotti, puntando sulla semplicità e la trasparenza, a vantaggio dei clienti”.
Per Melisso, il termine «sostenibilità» identifica anzitutto “un modo per far bene il mestiere di gestore. Per Fam essere sostenibili non può passare solo dall’applicazione di filtri Esg nella costruzione del portafoglio. Questa è una condizione necessaria, ma non è sufficiente”.
Come si fa allora? “Gestiamo 14 miliardi di euro di risparmi dei clienti finali”, ricorda Melisso. “Ci vuole rispetto: dei clienti in primo luogo, ma anche dei consulenti finanziari che li assistono e, non di minore importanza, nei confronti degli azionisti” della capogruppo Fineco Bank.
Responsabilità verso tutti gli stakeholder che non possono essere assolte senza una riflessione seria e chiara nelle industrie in cui si investe, “a partire da quella a cui si appartiene, ossia quella del risparmio gestito”, enfatizza Melisso.
Che prosegue: “Il tema principale su cui, prima di altri, si misura la sostenibilità del business è quello della giusta remunerazione”. Serve dunque un passo in avanti dell’industria “che sia all’insegna del giusto prezzo dei prodotti che si erogano alla clientela finale. Il rischio, altrimenti, è che anche di fronte a un portafoglio completamente Esg, costi troppo elevati finiscano per essere insostenibili per i clienti, con riflessi negativi anche sulla rete di distribuzione e sugli azionisti”.
“Vogliamo per primi intraprendere un percorso guardando non solo alle industrie che selezioniamo, ma partendo da casa nostra. Come possiamo essere davvero sostenibili in modo rotondo e robusto”? Si chiede Melisso. La risposta è rinunciare alle performance fee – cosa che Fam fa comunque fin dal lancio della Sgr, nel maggio del 2018.
“Il tema della giusta remunerazione passa dalle commissioni di performance”. Un tema che Melisso definisce “nobile, perché era nato con l’approccio di diminuire i costi ricorrenti (le commissioni di gestione fisse, ndr), legarsi a un benchmark particolarmente sfidante e remunerare solo la sovraperformance”. Ma nel mercato italiano, osserva il ceo di Fam, l’approccio “non è andato in questa direzione: molti gestori costruiscono le commissioni di performance come una componente addizionale da aggiungere ai ricavi, inserendole nei meandri di prospetti e documentazioni. Fam non condivide questo approccio e ha scelto di non applicare questi costi addizionali”.
Melisso non usa mezzi termini: le performance fee “sono costi addizionali che drenano valore e penalizzano due attori principali della catena del valore: il cliente e il consulente. Il primo perché “nel solo 2019, sul mercato italiano ha versato al gestore ben 800 milioni di euro di commissioni di performance in aggiunta ai costi ricorrenti, e altri 90 milioni sono già stati addebitati nel I primo trimestre del 2020” (fonte dichiarata da Fam: bilanci/presentazioni di risultati dei principali competitor, ndr).
Il consulente è penalizzato in quanto “questi 800 milioni non rientrano nella remunerazione del servizio di consulenza”, sottolinea Melisso. “Non rientrano nelle masse in gestione ai consulenti, che anzi lavorano con meno masse in gestione perché queste passano dai clienti al gestore”, precisa il ceo di Fam. Questo “deteriora” le relazioni in essere “tra cliente e consulente e tra consulente e gestore, oltre che quella tra cliente e gestore”.
Ed è per questo che le fee di performance rappresentano un criterio di remunerazione “insostenibile. Sappiamo di rinunciare a una grande fetta in termini di margini, ma preservare la stabilità di queste relazioni è più premiante nel lungo periodo, a differenza di affidarsi a ricavi che nel corso del tempo saranno sempre più difficili da sostenere”.
Una scelta di campo che “va a beneficio anche degli azionisti”, rivendica Melisso, oltre a costituire “un’occasione per Fam di iniziare un “percorso di formazione” verso i clienti e i consulenti”, lanciando un segnale “all’industria tutta. Non abbiamo registrato il bollino: chiunque può utilizzarlo per fare evolvere il concetto di sostenibilità non solo nella costruzione dei fondi ma anche nella direzione di una giusta remunerazione delle strategie”.
