Per alcuni asset manager, il 2024 sarà l’anno giusto per tornare a puntare sul Dragone. Secondo altri invece è meglio guardare altrove tra gli Emergenti. E c’è anche chi sta nel mezzo
In questa fine 2023, tra gli analisti non c’è forse argomento più divisivo della Cina. Dal 2021 in poi l’azionario del Dragone ha costantemente sottoperformato i mercati globali e il quadro resta piuttosto fosco vista la difficile situazione dell’economia nazionale, le tensioni geopolitiche e numerosi problemi strutturali difficili da risolvere. Ne deriva che molti gestori hanno una view pessimista, raccomandano prudenza e invitano a guardare altrove tra gli Emergenti, dove individuano opportunità più vantaggiose. Altri invece sostengono che il Paese sia troppo grande per essere ignorato e che gli elementi postivi non mancano, con ottime occasioni in numerosi settori.
Wenli Zheng, gestore del fondo T. Rowe Price Funds SICAV – China Evolution Equity di T. Rowe Price,
Secondo Wenli Zheng, gestore del fondo T. Rowe Price Funds SICAV – China Evolution Equity di T. Rowe Price, il 2024 sarà l’anno giusto per tornare a puntare su Pechino. “La Cina deve indubbiamente affrontare alcune sfide strutturali, come gli elevati livelli di leva finanziaria nel comparto immobiliare e in quello pubblico locale, le incertezze geopolitiche in corso e le difficoltà demografiche. Tuttavia, l’attuale rallentamento a cui stiamo assistendo è in larga misura di natura ciclica”, assicura.
Per il gestore ci sono diversi fattori che giocano a favore dell’economia del Dragone. Innanzitutto, il Paese diventerà il primo esportatore di auto a livello mondiale grazie all’elettrificazione. Una trasformazione che sta portando benefici anche in altri settori, come quello dei macchinari. Anche la tendenza alla diversificazione delle catene di approvvigionamento, nonostante sia una sfida per molti comparti, a detta di Zheng spingerà alcuni settori a riaffermare la propria leadership sia a livello di dimensioni che sul piano tecnologico. Favorite, in questo caso, sono le tecnologie verdi, le biotecnologie e l’internet mobile. E c’è poi da considerare che il potere d’acquisto dei consumatori cinesi è in aumento: le tensioni geopolitiche potrebbero infatti accelerare la transizione verso un’economia più orientata ai consumi, contribuendo a generare relazioni commerciali più equilibrate in futuro.
Insomma, nonostante il contesto economico difficile, per l’esperto di T. Rowe Price gli investitori dovrebbero concentrarsi sulla ricerca di aziende in grado di incrementare costantemente la propria capacità di generare utili. “Queste opportunità potrebbero essere individuate, ad esempio, nel settore tecnologico e in quello dei titoli industriali, che sfruttano gli upgrade industriali e la transizione verde. Nei comparti tradizionali, tra cui cantieristica navale, servizi petroliferi offshore, rame, ecc. ci aspettiamo un miglioramento del rendimento del capitale investito, grazie alla favorevole dinamica offerta/domanda”, afferma. Sottolineando che esistono enormi opportunità per la generazione di alpha al di là delle large cap ben note.
Cina no
Paulo Salazar, head of emerging markets equity di Candriam
Di parere opposto sono invece Paulo Salazar e Kroum Sourov, rispettivamente head of emerging markets equity e lead Esg analyst Esg sovereign research di Candriam, per i quali il primato di Pechino è ormai superato. “A causa di fattori demografici positivi e del riorientamento dell’economia globale, la crescita si sta gradualmente spostando verso altri Paesi emergenti”, avvertono. Secondo i due esperti, il rimescolamento delle supply chain o le cosiddette strategie ‘Cina più uno’ creano ad esempio opportunità in Messico, India e nel Sud-Est asiatico, dove le aziende globali hanno iniziato a investire in catene di approvvigionamento alternative. Mentre la supply chain globale dei semiconduttori resta dominata da Taiwan e dalla Corea del Sud.
Kroum Sourov, lead Esg analyst Esg sovereign research di Candriam
Per Salazar e Sourov, anche il cambiamento demografico, che vede la Cina invecchiare sempre di più, sta portando altri Paesi, come India, Indonesia e Malesia, a diventare i beneficiari del fatto che una percentuale sostanziale della propria popolazione sia in età lavorativa. Proprio come accaduto al Dragone per molti anni.
Da non sottovalutare poi la questione della transizione energetica, con Stati Uniti ed Europa che guardano ad altri partner. “Leggi come il Critical Materials Act dell’Ue e l’Inflation Reduction Act degli Usa gettano le basi per opportunità di transizione energetica in Paesi come la Corea, l’Indonesia e l’America Latina”, osservano i due esperti.
Tom Wilson, head of emerging market equities di Schroders
Per Tom Wilson, head of emerging market equities di Schroders, la verità sta nel mezzo. Pechino non è certo da depennare, ma ci sono altre aree emergenti cui guardare con più attenzione. “Nei prossimi dieci anni la Cina avrà una crescita più lenta. I livelli di debito sono elevati e le tendenze demografiche costituiranno sempre più un freno”, spiega. Inoltre il Dragone sta affrontando la ‘trappola del reddito medio’, con l’aumento dei costi salariali che l’ha reso meno competitivo nella produzione di fascia bassa. “Il Paese deve risalire lungo la catena del valore”, osserva l’esperto, che tra i problemi elenca anche le tensioni geopolitiche con gli Usa.
Wilson, però, solleva l’attenzione sul fatto che si tratta comunque di un’economia da 18.000 miliardi di dollari, con un mercato interno molto ampio e dimensioni adeguate a sostenere la propria politica industriale. “Il Paese è altamente integrato nell’economia globale e resta molto competitivo, per cui la diversificazione delle catene di approvvigionamento richiederà anni”, sottolinea. Non solo. La Cina è innovativa ed è, a suo parere, potenzialmente tra i principali beneficiari della decarbonizzazione: produce l’80% dei pannelli solari del mondo, nel 2022 ha venduto i due terzi dei veicoli elettrici globali, controlla il 75% della capacità produttiva mondiale di celle per batterie e domina gran parte della filiera delle energie rinnovabili.
“Ha un tasso di risparmio alto e un conto capitale controllato, pertanto la sua crescita non dipende dai capitali esteri; insieme al controllo del sistema finanziario, questo conferisce alla Cina una notevole flessibilità in termini di politiche”, conclude Wilson. Che evidenzia come, in un mercato così ampio e profondo, ci saranno sempre opportunità a livello societario.
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