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Nel pieno delle tensioni geopolitiche ed energetiche, le criptovalute mostrano una nuova resilienza e attirano flussi difensivi. Ma volatilità, correlazioni e limiti strutturali ne frenano ancora la capacità di protezione
Nel mezzo di una nuova fase di tensione globale, il mercato di Bitcoin & Co. appare più maturo ma non ancora stabile: regge meglio agli shock, senza però offrire le caratteristiche di un autentico bene rifugio. “Il mondo cripto prosegue a registrare quello che potremmo definire un andamento misto”, spiega André Dragosch, director e head of Research per l’Europa di Bitwise. Eppure, proprio dentro questo scenario emerge un dato che rompe gli schemi: “Le valute digitali hanno mostrato una certa resilienza in presenza di prezzi energetici in aumento e attese di rialzo dei tassi”. Dinamica che, fino a poco tempo fa, sarebbe stata difficile da immaginare.
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Dalla liquidità alla geopolitica
Il prezzo del bitcoin, che oggi viaggia intorno ai 70mila dollari, in calo di circa il 20% da inizio anno, è stato letto per anni quasi esclusivamente attraverso la lente della liquidità globale. Più stimoli monetari, più domanda per asset rischiosi. Oggi questo schema sembra meno dominante. Secondo James Butterfill, head of Research di CoinShares, “i mercati degli asset digitali si sono mossi in stretta sintonia con le aspettative sui tassi di interesse ma questa relazione sembra iniziare a indebolirsi”. Al suo posto sta emergendo un nuovo driver: la geopolitica. Non è solo una suggestione teorica. Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, sottolinea Butterfill, il bitcoin è salito di circa il 7% mentre l’oro ha registrato un calo del 15% circa. Anche le azioni sono in discesa, con l’MSCI World giù di oltre il 3%. Un comportamento che suggerisce come gli investitori stiano iniziando a trattarlo alla stregua di un “asset da detenere durante le turbolenze e non da liquidare”, puntualizza Butterfill. Insomma, l’universo cripto non è più solo un asset ad alto beta ma qualcosa che inizia a intercettare flussi difensivi.
Il canale energetico
A collegare in modo diretto tensioni geopolitiche e criptovalute è soprattutto il canale energetico. Eliézer Ndinga, global head of Research & Founding Venture partner di 21Shares, lo esplicita con chiarezza: “Meno greggio che scorre attraverso lo Stretto di Hormuz significa prezzi dei carburanti più elevati ma anche un’inflazione più rigida e una Fed con meno margine di manovra”, spiega, “tutti elementi che dovrebbero favorire gli investimenti in asset digitali”. È un passaggio chiave perché sposta il ragionamento: il bitcoin non reagisce direttamente alla politica internazionale, ma agli effetti macro che essa genera. E in questo schema entra anche la sua natura di asset scarso e non sovrano. “Shock energetici prolungati spingono il capitale verso universi simili ed è qui che il bitcoin può trarre un vantaggio”, argomenta Ndinga. In altre parole, quando aumenta l’incertezza sulla stabilità delle valute e delle politiche economiche, cresce la domanda di alternative fuori dal perimetro statale. Non è un caso che…

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