Decarbonizzazione, il grande investimento dei prossimi decenni
Secondo Mario Noera, docente di Finanza all’Università Bocconi, la sfida sarà accompagnare il cambiamento con strumenti finanziari più efficaci e investitori più consapevoli
CONTENUTO IN COLLABORAZIONE CON INVESCO
2,30 min
Con la pandemia cresce l’interesse per gli investimenti ESG. Sotto la lente, quando si parla di investimenti, c’è la performance. Chi entra nei mercati, privilegiando gli aspetti sociali, ambientali e di governance, non vuole rinunciare a una quota di rendimento. Per verificare sul campo se questa convinzione corrisponde al vero, Invesco ha realizzato un ‘case study ESG’ utilizzando i dati Bloomberg degli indici azionari ESG a confronto con i rispettivi benchamrk azionari tradizionali.
LA TENUTA DEGLI INDICI AZIONARI CON MAGGIORI REQUISITI ESG
Quello che emerge dallo studio è che gli indici con maggiori requisiti ESG hanno tenuto meglio di quelli tradizionali. Si parte da una diversa ponderazione dei settori negli indici MSCI Europe ESG Universal Screened e MSCI Europe. In particolare, tra i settori che risultano più sovraponderati nell’MSCI Europe ESG Universal Screened rispetto all’MSCI Europe, figurano l’informatica (+2%), la finanza (+1,3%), i beni di prima necessità (+1,3%), i servizi di pubblica utilità (+1,2%) e i prodotti industriali (+1,0%). Al contrario dei settori energia (-4,3%), sanità (-2,7%) e beni voluttuari (-0,8%), la cui ponderazione risulta in difetto.
DIFFERENTE ALLOCAZIONE SETTORIALE
Questa differente allocazione settoriale spiega una parte, per la precisione lo 0,68%, dell’extra rendimento totale (+2,25%) dell’MSCI Europe ESG Universal Screened, rispetto all’MSCI Europe dal primo gennaio all’8 giugno 2020. Il sottopeso nell’energia ha prodotto un extra rendimento dell’1,61% del paniere ESG rispetto al benchmark classico, mentre la sottoesposizione nei beni voluttuari ha fornito un plus di rendimento da inizio anno dello 0,14%: l’allocazione in tutti gli altri settori ha invece causato una minusvalenza in termini di rendimento dell’indice MSCI Europe ESG Universal Screened rispetto all’MSCI Europe.
IL VALORE AGGIUNTO DELLA SELEZIONE DEI TITOLI
Con un contributo dell’1,57%, i filtri ESG, hanno consentito di evitare titoli azionari di società europee con scarse credenziali in termini di punteggi sociali, ambientali e di governance, e che hanno registrato performance di Borsa inferiori. Stesse considerazioni nel confronto tra l’indice S&P 500 ESG e l’omologo benchmark standard non ESG. Da inizio anno al 31 luglio 2020, l’S&P 500 ESG ha maturato un extra rendimento del 3,03%, di cui lo 0,89% riconducibile all’asset allocation settoriale e il restante 2,24% alla selezione dei titoli con maggiori punteggi ESG.
INDICI ESG SEMPRE COMPETITIVI
Per concludere l’analisi, e più in generale incrociando le performance calcolate da Bloomberg su un gruppo di 41 indici azionari e su un gruppo di 10 indici obbligazionari, la competitività degli indici ESG è evidente: sia nel breve termine (da fine 2019, dal secondo trimestre 2020 e dal primo trimestre 2020) e sia da fine 2015. Soprattutto in ambito azionario ma anche in quello a reddito fisso.
Messaggio Promozionale
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